Non si può scrivere tutti gli anni la stessa storia e allora niente articolo contro i fischi a Hamilton sul podio monzese, tanto ormai la solfa la sapete. L’autodromo più veloce della F.1 da quasi un secolo in occasione di qualsiasi Gp d’Italia ospita gente che sfrecciando rischia la pelle e mica svogliati mediani sul campetto della Roccacannuccese, nell’eterna disfida estiva tra scapoli e ammogliati. Quindi frizzi, lazzi, pernacchie e coretti restano roba da stadiaccio e non da Motorsport. Dove si tifa e non si odia. Si stima di più o di meno sì, ma non si è contro nessuno. Perché in fondo anche il rivale, gratta, gratta, ti piace e, potendo, andrebbe solo emulato. Invece no. Ogni anno il solito brodo amaro in salsa brianzola. Stavolta con un’aggravante.

Di preciso, di cosa avrebbe colpa Hamilton? D’essere meritato vincitore del Gp d’Italia? D’essere meritatissimo capoclassifica del mondiale? D’essere, fin qui, per simpatico o meno che possa risultare, oggettivamente alla migliore stagione, da quando corre in F.1? D’essere, fin qui, complessivamente e decisamente superiore a Seb Vettel nei confronti, negli incontri e perfino negli scontri diretti in pista? Cos’è che, di preciso, rende inquieto, offeso e ferito il ramo più fondamentalista del peraltro variegato, e in altre componenti e correnti maggioritariamente sportivo e assennato assai, popolo ferrarista? Su, sono forse da temere le felpate trame del perfido e infido Bottas, in pista quieta incarnazione moscia e cortese della banalità del male? C’è magari da arrabbiarsi per i malvagi e (mai visti? Maddai!) giochi di squadra in casa Mercedes, quando la Ferrari s’avvicina sempre di più a festeggiare il quarto di secolo dello schema a una punta e un gregario - che ebbe pausa solo con la convivenza di Massa & Raikkonen dal 2007 al 2009 -? Naaa,

Monza 2018 non è riconducibile ai fischi contro le presunte Fecce d’Argento che fecce non sono affatto, anzi. Macché, il cardine dello snodo narrativo sta altrove. Monza 2018 appare la corsa (e la storia) più spiegabile del mondo. E l’essenza stessa del mondiale in atto fino a oggi. E si chiama Sebastian Vettel. Perché questo campionato narra non certo e non tanto, come dovrebbe, la sfida tra Ferrari e Mercedes o tra il capitano della Ferrari e Lewis Hamilton, ma il confronto sofferto, ruvido, ansiogeno, abrasivo e solo a tratti rassicurante tra Sebastian Vettel e se stesso.

Vettel da primavera a oggi viaggia a una media di un errore orrendo al mese. Il mancato sorpasso di Bottas a Baku. La tamponatina a Bottas medesimo al Ricard. La svista in qualifica con Sainz in Austria. Il terrificante fuoripista in Germania, da battistrada solitario. E infine l’autolesionista manovra monzese, che l’ha visto giocarsi dopo un amen tutte le chance d’approfittare della reiterata condizione di superiorità della Ferrari Sf71H, la miglior Rossa dal 2004 a oggi. Mazzi di punti al vento, inframmezzati da giornate memorabili. Il mondiale 2018 ha un soggetto unico, un attore protagonista preciso nel bene e nel male e si chiama Seb Vettel.

Tutto il resto, paradossalmente perfino Lewis Hamilton e la forza ch’è con lui, pare contorno. Vettel a oggi è protagonista di una stagione da lampi di gran classe, con cinque centri stupendi, ma da quarti d’ora di roba assai diversa. Seb in questo momento, piaccia o meno, è la soluzione ma anche il problema della Ferrari. Nelle sette prove iridate che restano, ancor più che chiedersi chi è più forte tra lui e Hamilton, forse ha più senso domandarsi se vedremo in azione il Vettel di Spa o quello di Monza. Il risolutore o il punitore di se stesso.

Di certo i tifosi Ferrari faranno bene a evitare d’indossare i panni delle vittime o, peggio, quelli degli accusatori altrui, e cominciare a riconoscere d’avere per punta di diamante, un tetracampeao che va preso e accettato per i propri pregi, ma pure nei punti deboli. Tanti, troppi, hanno creduto a una favola bella, carezzevole, commovente, auspicabilmente infinita ma concretamente e realisticamente impossibile. Quella che vede nei secoli dei secoli la Ferrari magica monoposto Rossa la quale a un certo punto, dopo aver fatto fatica, chiama un Tedesco - chi è, è -, e per anni e anni sbanca vincendo tutto. Sì, accadde con Michael Schumacher. Ma, e questa è la grande rivelazione 2018, Sebastian Vettel non è Michael Schumacher. È un’altra cosa, ecco.

Presenta caratteristiche diverse. Differenti vulnerabilità. Alternative alchimie. Chimiche inspiegabilmente inerti, a turno esplosive o implosive. Forze inaspettate, ma anche debolezze montanti. Dalle quali, a oggi, potrebbe ancora affrancarsi, liberarsi, emendarsi, a patto di non nasconderle e affrontarle apertamente. Ma smettiamo di vedere nemici cattivi, dove ci sono invece solo rivali cazzuti. E smettiamo di pensare che Seb sia Schumi. Seb è Seb. Merita sostegno, calore, fiducia e appoggio, perché, pur non essendo forte quanto Hamilton in questo momento, potrebbe pur sempre riuscire a vincere il mondiale 2018 ripartendo di rincorsa, sì perfino da più debole, poiché dotato di una Ferrari capacissima di fare la differenza. Però basta autoassolutori vittimismi. Questo deve essere il momento prezioso, sincero e quindi rigenerante e psicologicamente operoso, della serena autocritica. Aiutato e sorretto dalla forza della Ferrari e dallo sportivissimo affetto dei suoi fans. Magari finalmente tutti uniti e compatti a applaudire i Cavalieri del Rischio e con le frange meno costruttive finalmente decise per sempre a smettere i panni dei cavalieri del fischio. Il 16 settembre si corre a Singapore, laddove si sfida il buio usando la luce. A Seb l’augurio di riuscire a farlo nel migliore dei modi sia in pista che, simbolicamente e in simultanea, dentro se stesso.