Ma cosa succede in Ferrari? Al di là degli errori tattici del muretto in qualifica a Suzuka, che lo stesso Maurizio Arrivabene ha definito semplicemente inaccettabili, non è forse ora di porsi la questione Vettel? Anche in Giappone, con un tentativo di sorpasso decisamente fuori misura, ha rimediato un contatto con Verstappen alla Spoon e una conseguente digressione fuoripista che l’hanno portato a fondo gruppo. Costringendolo a una lunga e furiosa rimonta che gli ha regalato un anonimo sesto posto finale, in quello che doveva essere il giorno all’insegna dell’o la va o la spacca.

Invece altri otto punti buttati via, che sommati alla sessantina di lunghezze alle ortiche con una media di un errore e mezzo al mese, fanno sessantotto punti pieni, uno più uno meno. Considerando che ora Seb si trova a -67 da Lewis Hamilton, il conto è facile e impietoso.

Gran parte della responsabilità di questo mondiale sfumato anzitempo e in modo così poco decoroso è sua. Punto. Però, momento. Questo non assolve da errori e omissioni la squadra, perché al di là delle imperfezioni tattico-strategiche fatte strada facendo, in questo momento sul piano della performance la Sf71H - fatta salva la prova contraria -, in pista non vale più la W09, vincitrice con Hamilton in sette degli ultimi dieci Gran Premi, ossia dalla Francia a oggi. In altre parole, poche storie e nessun rimpianto: per come si sono messe le cose adesso, realisticamente, anche se Vettel fosse stato sorridente, tosto, imperforabile e perfetto, si troverebbe pari a Lewis in classifica, mica davanti. E le ultime quattro gare, con la Sf71H in calo e la W09 ai massimi, comunque presenterebbero possibilità solo teoriche per il Cavallino Rampante.

Detta in soldoni, è quasi andata, ma in queste condizioni sarebbe andata comunque. A prescindere, direbbe malinconico Totò. Ed è un vero peccato, perché la Ferrari di Marchionne & Arrivabene aveva approcciato la stagione e l’ennesima sfida alla Mercedes in modo fantastico e con un potenziale tecnico e umano sopraffino, producendo la sua monoposto più competitiva, versatile e affidabile degli ultimi dieci anni. Poi, progressivamente, le cose hanno cominciato a prendere una via diversa e per niente virtuosa.

L’epicentro del terremoto resta Hockenheim, con l’errore inspiegabile di Vettel che butta via una gara mezza vinta e con essa mezzo mondiale. Quindi ecco la perdita di Marchionne, evento comprensibilmente devastante per la compattezza e lo spirito del team. Il resto è noto e pare inutile ricordarlo. Morale della favola, ora non ha senso ragionare grattando dalle mattonelle il latte versato, prendendosela con questo o quello o, peggio ancora, col destino e la sfortuna. No, adesso è giunto il momento di porsi una domanda senza avere troppa fretta di trovare la risposta immediata. E il quesito è questo: quale possibilità ha la Ferrari di risollevarsi affidando tutta se stessa a Sebastian Vettel?

Una sola cosa certa esce dai verdetti di questa stagione ed è la seguente: Lewis Hamilton si è dimostrato più forte di lui. Punto. Il grande dilemma dell’era moderna s’è sciolto. A parità di macchina in questa fase della loro carriera non c’è storia. Hammer ne ha di più. Peggio. Vettel soffre psicologicamente il rivale, tanto da non limitarsi a essere meno veloce e prestazionale di lui, quello sarebbe il meno, ma va ben oltre: si sente obbligato per sopravanzarlo a manovre estemporanee, eccessive e fuori misura che il più delle volte si traducono in sterili errori in pista. Questo dicono i fatti.

E attenzione, ciò non significa che Seb non sia un grande. Lo è e lo è stato. Specie nell’era Newey alla Red Bull s’è rivelato quale magnifico gestore di una indiscussa superiorità tecnologica della squadra. Storia semplice: dategli una macchina che va alla grande e lui si esalterà, ci metterà del suo e ne completerà la superiorità con prestazioni da urlo. Appunto da tetracampione del mondo. Ma mettetelo in condizioni di lieve inferiorità tecnica, costringetelo al corpo a un corpo sfiancante, contrapponetegli un team da leggenda e un campione tetragono quale Hamilton e Seb soffrirà oltremisura, dando il peggio o, comunque, non riuscendo più a esprimere il meglio di sé.

È un gran brutto guaio, questo. Anche perché è blindato con uno spettacolare contratto fino al 2020, esattamente come Hamilton alla Mercedes e Verstappen alla Red Bull. E in questo momento, delle tre punte di diamante, quella della Ferrari appare la più offesa e la meno tagliente. Questo vuol dire che fino al 2020 le forze umane in campo son queste e il regolamento tecnico pure, perché i grandi cambiamenti potrebbero arrivare solo dal 2021 in poi. Per questo la sconfitta 2018 appare, oltre che sempre più probabile, anche grave, a breve poco rimediabile e con premesse tali da gettare pesanti ombre sul futuro. Perché muoversi con la certezza provata di avere il top man in macchina che soffre terribilmente la concorrenza altrui non è un gran bell’andare.

Le alternative d’altronde son poche. Il giovane Leclerc avrà bisogno di serenità, non certo di pressioni infinite. E il solo altro con un profilo compatibile quale uomo di rottura in Ferrari, ossia Daniel Ricciardo, è a sua volta blindato alla Renault per due stagioni, come minimo.

Come uscirne? Poco da dire. Non resta che gestire la situazione e provare a coccolare, dialogare, ricostruire e salvare il salvabile con Sebastian Vettel, avendo tuttavia ben chiaro che da questa fase in poi i problemi Ferrari non fanno parte della cronaca, ma della sua attuale storia. Perché il Cavallino non ha un raffreddore passeggero, ma un virus importante che non guarirà presto avendo bisogno di cure delicate e profonde e che vede affetto anche e soprattutto il suo fantino. Forza, ragazzi, guai smettere di crederci. Né ora né mai. Un caldo in bocca al lupo a tutti voi.