In poche ore di questo weekend l’automobilismo “altro” - quello dei giovanissimi della F.3, dei rally, quindi delle ultime corse su strada, e, infine, il mondo mai abbastanza apprezzato delle salite - ha proiettato tre bengala in cielo che hanno visto lanciarsi sotto, anzi, sopra gli occhi di tutti, le tre storie più belle dell’automobilismo di quest’anno. Del tutto a prescindere dai panorami danarosi, ultraesclusivi e asettici di una F.1 cervellotica e che se la tira, che entusiasma ormai solo chi ci lavora e grazie ad essa viene lautamente pagato. Perché gli altri, gli appassionati duri e puri del Motorsport, è altrove che molto spesso trovano sostentamento narrativo vero e materia di poesia.

Tanto per cominciare, già dalla seconda gara di Hockenheim Mick Schumacher con un secondo posto ha fatto matematicamente suo il titolo Euro F.3, varcando un traguardo che a inizio anno sembrava a lui irraggiungibile, se non proibito. Sì, è una storia meravigliosa, calda, commovente, quella del figlio che trionfa e gli resta un nodo in gola perché tanto lo separa dalla possibilità di rendere consapevole suo padre di quanto ottenuto, visto che presumibilmente resta collegato alla realtà soltanto da un appannato oblò. Ma al di là di questo il successo di Mick è inno importante ai sogni mai rinnegati, gesto agonistico d’altissimo livello a rinnovare la leggenda di un cognome che torna a circolare come si deve nelle corse e anche un fiore bello sopra un fatto brutto: omaggio lieve e prezioso non solo a un ineguagliabile palmarés di famiglia ma anche e sprattutto alla sofferenza paterna e a una situazione difficile che sono divenuti presupposti motivanti.  E c’è un che di narrativamente letterario e dolce in questa storia di Schumi jr che si mette improvvisamente a percorrere il corso degli onori quasi fosse l’unico e l’ultimo modo che gli resta per dialogare e interfacciarsi con le pagine di storia scritte da papà Michael.

Poi Andreucci-Andreussi al rally 2 Valli. Sì, la meravigliosa lezione che hanno impartito a chiunque vorrà farne tesoro Paolo Andreucci e Anna Andreussi, dopo il terribile incidente nei test di luglio, i ritiri di Roma e dell’Adriatico, e infine l’esorcizzazione benigna che ha portato il campione garfagnino a festeggiare l’undicesimo titolo a cinquantatré anni d’età, nell’anno quindi più lungo, intenso, delicato e difficile. Ancora una volta nel segno di Peugeot Sport e della 208 T16 ufficiale.

Quindi l’incredibile weekend del Master Fia a Gubbio, con oltre duecento piloti al via di venti nazioni, in quella che sembra sempre più una sorta di Olimpiade del motore, ancora in fase di crescita ma incredibilmente spettacolare e toccante per tutti coloro che l’hanno vissuta da vicino. Evento a lungo atteso, stupendamente ospitato e organizzato, infine benedetto dall’esito memorabile. Perché se Merli con l’Osella ha vinto meritatamente la classifica assoluta, ha destato sensazione l’affermazione finale nella coppa delle Nazioni del Lussemburgo, paese ben raramente in prima pagina grazie agli Sport del motore. Ebbene stavolta il regolamento che premia la regolarità delle prestazioni ha esaltato la performance aggregata dei bravi Canio Marchione (Bmw 320), Guy Demuth (Norma M20 Fc Judd), Daniele Donkels (Tatuus F.Renault) e Charles Valentiny (Subaru Impreza Sti).

E tocca l’anima pensare che lo stesso Canio Marchione è un emigrato di Genzano che ha trovato miglior sorte nel Granducato, sotto i cui colori si è visto in corsa anche lo stupefacente ottantenne Leon Linden, al volante di una Dallara-Opel modello 2004.

Tanti diversi modi per spiegare come si comporta chi nella vita e nello Sport proprio non s’arrende mai. Per questo e altro, viva le corse minimaliste e ricche di passione e fondamentalmente povere di soldi, anche se per correre in F.3 mica bastano i bruscolini, eh. Comunque l’automobilismo minore, a ben guardare, non esiste. Perché l’autombilismo stesso agli occhi di chi lo ama davvero è tutto nobile, senza avere un alto e un basso, un grande e un piccolo, lo stretto e il largo, ma coltivando il suo valore e i suoi valori del tutto a prescindere. Non andando mai diviso tra cicisbei e servi della gleba, come certi paddock inutilmente faraonici starebbero quasi a sottendere. Perché basta un pizzico di curiosità e gusto e si scoprono e si gustano storie più belle negli anfratti di una cronoscalata che al Gp di Montecarlo nell’ennesima e banalissima aria vip.

Minori sono solo, a volte, solo quei superficiali e occasionali interessati i quali ritengono che le corse si risolvano solo col glamour da copertina di una certa F.1 patinata, che con il vero racing, che con lo Sport esaltato nei suoi episodi più belli di domenica scorsa, purtroppo c’entra sempre di meno.