Proprio mentre Topolino compie 90 anni, Tarquini a 56 diventa campione Wtcr. Compiendo meraviglie più valorose del Sorce Buono, perché non farsi beccare da Yvan Muller a Macao è un po’ più difficile che acciuffare Pietro Gambadilegno.

D’altronde che potesse capitare qualcosa del genere lui lo recava scritto nel destino e sulla capoccia. Da oltre tre decadi Gabriele sfoggia un meraviglioso casco bianco avvolto da una ragnatela, quale avveduto, simbolico e immediato presagio di gloriosa gerontocrazia.

Gabriele Tarquini è un grande del Turismo, questo si sapeva. Ma da domenica scorsa sale di categoria e assurge al livello di immenso, dopo un weekend ricco di adrenalina, ansie e colpi di scena, trionfando con soli tre punticini di vantaggio sul suo rivale, l’alsaziano Yvan Müller, pure lui soldato di tutte le guerre, blasonatissimo e stagionato.

Gabriele Tarquini era già stato iridato nel Wtcc 2009 a 47 anni con la Seat ed eccolo ora ancora vincente, in pieno 2018, nel Wtcr su Hyundai, dopo i titoli nel Btcc 1994 e nell’Etcc 2003 su Afa Romeo. Ma il “Cinghios” è stato anche valido e tenace in F.1, sempre con piccoli team, ed è detentore nel Circus del record meno invidiato e forse imbattibile: il maggior numero di mancate qualificazioni, 38 su 79 tentativi. Adesso, tuttavia, quello strano, immeritato e ormai imbattibile primato da talento bruciato nessuno glielo ricorderà mai più, perché cancellato da quello opposto di campionissimo iperlongevo, mundial a 56 anni, l’età che aveva Giulio Andreotti alla vigilia delle Olimpiadi di Montreal 1976... In quel periodo Gabriele è un fervente kartista, tale fin dall’età di cinque anni, tanto che poi, nel 1984, a 22 anni, vince il mondiale ad Axamo, in Svezia, e sempre nel 1984 emerge al Supercorso Federale Csai, a Misano.

In F.3 disputa 3-4 gare con Spreafico, ma Colombo crede in lui e lo porta in F.3000, dove fa subito faville. In F.3000 da rookie è strepitoso. Sentitelo: «Be’ debutto a Silverstone, piove e malgrado 3-4 testacoda arrivo quinto. Ma ero ingenuo, pensa che nessuno m’aveva detto che bisognava mettere i tappi nelle orecchie e ho corso senza. A fine gara tutti mi abbracciavano, ma io ero quasi sordo. Non ci sentivo più». E non finisce qui... «Si va a Thruxton e parto in prima fila. Ripiove, sono 2° dietro a Thackwell, ma un cambio gomme rimescola le carte. Pazienza. Si va a Estoril e giungo 3°, primo podio. E ai test di Vallelunga mi cerca Marco Piccinini della Ferrari: il Drake vuole conoscermi». Quindi conosce Enzo Ferrari... «Certo che sì. Uno dei momenti più belli della mia carriera. Sapeva tutto di me, mi stimava. Aveva un vero e proprio dossier, lo faceva per stupire l’interlocutore. Mi parlò anche della stazione di Giulianova, a casa mia, dicendomi che il tetto in ferro lo aveva fatto negli Anni ’20 lui, con l’impresa di suo padre. In sintesi, il Drake mi disse che continuando così sarei potuto diventare tester Ferrari, ma poi in F.3000 le mie prestazioni andarono in calando, loro avevano Dumfries e la cosa finì lì».

Nel 1987 Gabriele è pure protagonista di uno degli esordi più squattrinati e incredibili nela storia della F.1, a Imola, sull’Osella voluta dalla Csai dopo il successo al Supercorso 1984. Ecco il suo quasi incredibile ma verissimo racconto: «Non dovevo correre, partivano in 26 e io ero 27esimo in prova, escluso, perché quell’Osella non l’avrebbe qualificata neanche Gesù Cristo, ma Piquet sbatte al Tamburello e dà forfeit. Così parto da prima riserva. Al via il mio capomeccanico mi dice: “Ehi, mi raccomando: se vuoi fare qualche giro, parti veramente piano”. Cioè, ti rendi conto? Avevo un cambio da F.3 e la monoposto veniva dal museo Osella... Insomma, pronti-via e dopo quattro giri non ho più la quarta e poi perdo la seconda. Frega niente, giro 20”-30” più piano degli altri ma il mio primo Gp voglio finirlo, anche andando come un Ape Piaggio. Ma poi il team m’espone il cartello “IN” e mi fa ritirare, giudicandomi troppo lento e quindi pericoloso, perché ormai giro in monomarcia, come un ciclomotore... Ancora me la sogno la notte, quella gara. L’epilogo anticipato resta una gioia rubata. Boh, in pista godevo. Come la prima volta che fai l’amore... Che t’importa se lei è brutta?».

A inizio 1988 Coloni lo chiama in F.1. Il “Cinghios” è nei Gp sul serio e la squadra umbra con lui finisce anche in top ten. Già, ma poi perché questo strano soprannome? Lasciamo spiegarlo a lui: «Lo conia Beppe Gabbiani. È la fusione dei termini “cinghiale” e “indios”: il primo, perché mi considerava rustico e aggressivo, il secondo perché per il grande Beppe ero un po’ terrone (ride, ndr)».

Il resto, lungo, infinito, intenso, è cronaca e già storia. Macao compreso. Tempo fa a pranzo un suo collega mi ha detto: «Tarquini? Un uomo stupendo. Intelligente, di stile, corretto. Poi a volte corre. Su il casco, giù la visiera e eccolo diventare la più spietata carogna che abbia mai solcato le piste».

Glielo dico e lui commenta senza battere ciglio: «Sai che ti dico? Costui ha ragione. In pista non vado per il sottile. La verità è che la voglia di vincere mi ha perseguitato tutta la vita. Non a caso, passati i cinquant’anni da un pezzo, eccomi qui». Se gli chiedi un bilancio, lui dice cose che rassomigliano tanto a una poesia, che è anche, tanto più dopo il trinfo nel Wtcr a quell’età lì, una favola tutta sua: «Adoro le corse. Da oltre trenta stagioni sono professionista e ancora c’è chi investe su di me. Se ci penso, mi vengono solo quattro parole: sono un uomo fortunato».

Fortunato quanto gli appassionati italiani a tifare per te, Gabriele, fino a che avrai voglia d’essere quelo che sei.

Quindi presumibilmente per sempre.