A venti anni dall’ultimo mondiale Costruttori e a dieci da quello Piloti, la McLaren cerca disperatamente di risalire la china e lo farà affidandosi alla coppia complessivamente più giovane del mondiale, composta da Carlos Sainz, 24 anni, che ha firmato per due anni, e Lando Norris, 19 primavere, proveniente dalla F.2 dove è stato tra i protagonisti, specie a inizio stagione.

Complessivamente i due piloti, che in tutto stazzano solo 43 anni, sono di solo pochi mesi più verdi dei due della Red Bull, ossia Max Verstappen, 21enne e Pierre Gasly, 23 anni in febbraio. Linea ultrafresh per il team arancione, che a conti fatti dopo la Ferrari è il più antico ancora in servizio permanente, avendo debuttato a Monaco 1966, lo stesso Gp in cui il regista John Frankenheimer cominciava a girare il film “Grand Prix”. Ed è anche malinconico notare che i due team dietro alla Ferrari quanto a titoli mondiali Costruttori vinti, ossia McLaren e Wiliams, rispettivamente ferme a 8 e 9, sono in questo momento le due squadre più in crisi tra le dieci iscritte al mondiale.

Oltre al line-up di piloti very baby, il ruolo di direttore tecnico e quindi di timoniere della rinascita del team spetta al neo-acquisto James Key, 46enne ingegnere britannico proveniente dalla Toro Rosso, con la quale aveva un contratto a lungo termine. In altre parole, con Gil de Ferran, ex vincitore della Indy 500, nel ruolo di direttore sportivo al posto del giubilato Eric Boullier, lo stesso Key, più Sainz e il promettente Norris, la McLaren a oggi è la squadra più rivoluzionata che prenderà parte alla prossima edizione del mondiale, per cercare di risalire la china. D’altronde la stagione 2019 rischia di diventare praticamente l’ultima spiaggia per McLaren e Williams, i due nomi storici della F.1. Per restare nell’ambito McLaren, il team di Mansour Ojeh e del fondo sovrano del Bahrain è ormai restato sulla piazza come unico cliente della Renault, dopo la defezione Red Bull. Questo fa sì che la Mcl 34 non soffrirà la concorrenza di nessun costumer team ma solo quella della Casa madre (e non è poco).

Anche se, più che sul piano della power unit, il cammino della rinascita molto dipende dal nuovo telaio, dopo che nel corso della stagione la squadra aveva preferito non sfornare una versione B della monoposto precedente, nata comopletamente sbagliata e ben poco competitiva tanto da suggerire un correttivo immediato quanto radicale, ma alla fine non adottato per non gravare troppo sul bilancio del team. Gli anni passano, le ultime gioie iridate restano ancora quelle di Lewis Hamilton, dieci anni fa, quando ancora il campione inglese era un ragazzo coltivato dal nulla dal grande timoniere d’allora, Ron Dennis. Poco gioviale, non sempre simpatico, ma alla resa dei fatti rimpianto dagli amanti della McLaren che fu quanto a sostanza, razionalità delle scelte e concretezza dei risultati, quand’anche l’idea di legarsi di nuovo con la Honda - scelta rivelatasi col senno di poi devastante - spetta proprio e anzitutto a Ron. Ma Dennis fa ormai parte del passato.

La McLaren tornata al colore orange papaya è senza dubbio la più nostalgicamente retrò dell’intero mondiale e proprio in questa chiave sarebbe bello vederla di nuovo nele posizioni che contano. La grande rivoluzione che la sta caratterizzando, potrebbe, auspicabilmente, essere una premessa in grado di rivitalizzare il suo nome in F.1 e anche di dare una bella scossa che farebbe bene a tutto il Circus. Perché la resurrezione qualitativa un marchio glorioso e ritrovato, in fondo sarebbe una bellissima notizia per tutti.