Sinore e signori, c'est la Dakar. Dieci tappe da completare in altrettanti giorni, per un totale di 5.541 chilometri. Ben 334 i veicoli che sono scattati, divisi tra auto, moto, quad, camion e side-by-side (SxS), per un totale di cinque categorie. Dal 7 al 17 gennaio la continuità della più grande maratona fuoristrada del Motorsport è assicurata, col Perù quale unico paese ospitante. E dentro le sue mille storie.

Tre su tutte, tra gli eroi di tutti i giorni, piloti apparentemente comuni capaci di assurgere a personaggi stradordinari.

Tra questi, un paraplegico, il piemontese Nicola Dutto su Ktm e il peruviano Lucas Barron, affetto da sindrome di Down, ovvero Gianna Velarde Sumary, prima donna peruviana a partecipare in moto. Ventiquattrenne, ha fatto tutto da sola e prima di riuscirci nella sua vita ha sconfitto perfino un cancro.

Ecco, lasciate stare la location, i piloti in lotta per l’assoluto, le classifiche di tappa, i colpi di scena e i prodigi di navigazione. Dakar non è più una connotazione geografica, ma un luogo dell’anima.

Sono dieci anni che la competizione ha acquisito un’anima sudamericana, avendo salutato Dakar, quella vera, la città, nell’ormai lontano 2007. I tempi della leggenda sono lontani, certamente. I primi Anni ’80 in cui i reduci dalla notte di capodanno incontravano a Parigi dalle parti del Trocadero la colonna della corsa che s’avviava verso l’avventura, l’ignoto, l’Impossibile. Una speciale europea micky mouse giusto per classificarsi e via, imbarcati verso le pietraie algerine con prove massacranti che avrebbero subito mandato a casa un terzo della carovana composta da ex piloti di F.1, attori, teste coronate, membri del jet set uniti ai camionisti più veloci del mondo e ai motard più furbi e coraggiosi. Poi la discesa all’inferno, l’entrata nel teneré, il terremoto che ogni volta scuoteva la classifica facendo precipitare gli apparenti dominatori e elevando a semidei i navigatori della sabbia considerati personaggi di culto.

In Francia il telegiornale apriva all’ora di cena con i colpi di scena della Dakar, capi di stato tremavano per essa, Margareth Thatcher minacciava di mobilitare l’esercito per ritrovare suo figlio Mark improvvisamente scomparso - e poi fortunatamente spuntato fuori sano e salvo - nel nulla. Le Case motociclistiche giapponesi, tedesche e italiane puntavano tutta la produzione e il marketing su quelle due settimane che potevano cambiare il destino della gente, la vita a un pilota, la curve di vendita di un marchio.

Così come, in un attimo, mutò il destino del creatore Thierry Sabine, che trovò la morte precipitando in elicottero. Ma lui stesso aveva messo in conto questo e altro. Tempo prima aveva trovato nel deserto una moto con la quale s’era perso ai tempi delle sue prime esperienze africane e aveva interpretato la cosa con un moto d’oscuro fatalismo paratribale, rivelando: «Non è un buon segno. Quando il deserto ti dà qualcosa, poi vuole in cambio altro. Ora ho paura per me». Aveva capito tutto. Ma Thierry Sabine aveva capito tanto altro, perché sapeva benissimo che Avventura non è un luogo preciso ma un luogo dell’anima, una benedetta maledizione, un alito di vitalità reinterpretabile e esportabile. Per Sabine tra i progetti di un futuro possibile e mai concretizzato causa la tragedia, v’era una competizione per barche nella regione amazzonica, che avrebbe richiamato l’attenzione del mondo e altri uomini pronti a sfidare se stessi come mai altrove.

Era e resta, a oggi, questo lo spirito vero, duro e puro della Dakar. Non importa come, dove, quando e quanto si corra. Ciò che conta davvero è che quel senso della sfida di cui Sabine fu il primo tedoforo, è arrivato miracolosamente acceso e caldo fino ai giorni nostri. I giorni del Rischio non più supinamente e gioiosamente accettato, i giorni del buonismo esistenziale che vorrebbe abolito e condannato tutto ciò che contiene sfida allo stato puro, cimento e con esso il pericolo.

E allora, anche se la Dakar del 2019 non ha più nulla di quella di Ickx, Brasseur, Rahier e dei fratelli Marreau, del Vw Iltis di Kottulinski o delle prodezze di Cyril Neveu, la Volpe del Deserto, anche se la scommessa è più piccola e meno disumana, evviva la Dakar. Una delle ultime, grandi, indiscutibili avventure del Motorsport, che costringe donne e uomini a tirare fuori da dentro qualcosa che senza Dakar non avrebbero mai saputo o dovuto avere.

Perfino se ti chiami Sebastien Loeb e sei una leggenda dell’automobilismo mondiale. Perché a conti fatti è più difficile vincere una Dakar che nove mondiali rally Wrc e in ogni caso tentare l’impresa è un gioco che può dare ancora un senso a una carriera già ineguagliabile, Ogier permettendo.

Comunque vada la Dakar, come già il Bol d’Or motociclistico, è grande, mitica, religiosamente amata, temuta - da taluni idolatrata e da altri combattuta - del tutto a prescindere dalla sua sede momentanea. Tanto che a simboleggiarla c’è Stéphne Peterhansel, classe 1965, che la Dakar l'ha corsa e vinta in auto e moto, in Africa e in Sudamerica, in tutto tredici volte. Perché Dakar, ormai non è più il nome di un approdo, dell’ultima salvifica speciale del lago Rosa, ma il marchio indelebile di un sogno che rende migliori esseri umani già nati speciali.