Una classifica finale come tante altre, quella del Gp del Bahrain, ma all’interno di una gara palpitante e rivoluzionaria. Un bengala all’orizzonte che annuncia qualcosa di nuovo, di bello e di grande, nel cielo sempiterno della F.1.

Con una stella che adesso ha un nome e pure un cognome: Charles Leclerc, astrale dominatore in prove libere, qualifiche e gara e costretto a rallentare nel finale solo per un guaio di affidabilità.

Tanto da creare un'onda d’urto mediatico-emotiva impressionante e già portatrice di una nuova realtà ricchissima di sviluppi nel futuro immediato e non.

Perché altro che tifo per Leclerc... No, dopo Sakhir per lui il race fan ferrarista prova di più. 

Charles è un campione allevato dalla Rossa, l’unico da decenni a questa parte in grado di sovvertire possibili gerarchie di scuderia o anzianità che fanno grado. È un campione pazientemente coccolato e accompagnato a esprimere il suo talento al calduccio del focolare di casa Ferrari.

Su, è ora di prenderne atto: in Bahrain è esplosa la Febbre di Leclerc.

È chiaro che il segnale politico-agonistico-meritocratico che arriva da Manama è ineludibile. E rilancia ancor di più quello che lo scorso anno giorno dopo giorno stava diventando sempre più il testamento mai aperto e realizzato di Sergio Marchionne: il Teorema Leclerc. Quale unica, possibile ed efficace strategia Ferrari dal punto di vista umano, per cercare di contrastare nel modo migliore lo strapotere Mercedes. E avere la chance di poter contare su un manico freddo e spietato, capace di mettere in dubbio l’autostima e l’imperforabilità di un campionissimo dal nasino all’insù quale Lewis Hamilton è. In fondo, la fretta, la prontezza e l’inequivocabile buon gusto con cui il campionissimo inglese è andato a complimentarsi con Charles sia nel dopo qualifiche per come aveva trionfato e nel dopo gara per come aveva perso, parlano chiaro.

Con uno come Leclerc, la pacchia potrebbe essere finita, là davanti. Hammer sa benissimo che il monegasco è un martello che a forza di Bam! Bam! Bam! può far male davvero e lo stesso Max Verstappen è avvisato. 

In questo momento Charles sembra avere pregi che sono l’esatto contrario del punto debole di cui sta soffrendo da quasi otto mesi Sebastian Vettel: velocità sul giro secco tale da artigliare la pole se la macchina l’aiuta, unita a una freddezza in condizioni gara per piazzare sorpassi risolutivi a una manciata di secondi dal suo unico e duplice errore in tutto il weekend del Bahrain, con quell’esitazione al via e col sorpasso subito da Bottas. Mezzo giro sbagliato e poi un altro mezzo giro da extraterrestre. Come se la mente di Charles avesse resettato il programma. O, per dirla alla Osho, ahò, avesse provato col classico spegni e riaccendi al cervello. Ecco, questa non è solo classe, forza, talento, no, c’è dell’altro. Se un pilota fa una prodezza gigantesca del genere, vuol dire che all’interno dell’abitacolo può anche contaresu due immensi, monumentali e michelangioleschi coglioni quadrati.

Allora, gira gira, stavolta fare dietrologia non è lo sport vigliacco dei rimpianti facili, ma l’onore dovuto, la gratitudine tardiva verso chi uno scenario del genere l’aveva immaginato prima di tanti altri. Anzi, di tutti. Visione, la chiama qualcuno. Qualità magica e scientificissima, mix sconvolgente, tra il massimo dello sciamanico e il più raffinato talento manageriale. Sergio Marchionne la visione l’ha avuta: tanto e quasi sempre. Non solo davanti al computer, su piazza affari o dietro una scrivania, ma anche, evidentemente, dalle parti del muretto, nel paddock e dentro il box Ferrari. 

E allora, dopo un weekend così, essere ferraristi o meno poco importa. Se si guarda e si legge dolcemente la storia recente, non si può non sentirsi assaliti da rabbia montante. Ma, attenzione, nella vita esiste una rabbia buona e una rabbia cattiva, proprio come accade col colesterolo. E questa non è la rabbia che distrugge, ma quella che costruisce. Quella bella sana, che ti fa venire un groppo in gola. Che ti fa spegnere la Tv che non vedi l’ora di riaccenderla per il prossimo Gp. 

Perché adesso chiunque ama le grandi corse e le belle storie, sente d’aver contratto un debito morale immenso. Un debito, sì, col dna ancora non premiato e baciato dal trionfo liberatorio di Charles Leclerc. Con la sua esaltante, fragile e poetica cavalcata verso un successo che sarebbe stato il primo iridato per un ragazzo formatosi alla Ferrari Drivers Academy.

È un credito acceso col destino, una ricevuta morale che esige riscossione, un riscatto che adesso affascina, avvince, commuove, avviluppa e coinvolge, come se fossimo tornati agli anni ruggenti della F.1 la quale faceva piangere prima di rabbia e infine di gioia. Il futuro Ferrari profuma di passato prossimo e la sua realtà più bella coincide col sogno di un uomo che non c’è più: il Presidente che fu. 

E del suo testamento finalmente aperto, letto in Bahrain e composto da due parole dal suono dolce, franzoso e carico di domeniche cui aneliamo e che a lungo ricorderemo: Charles Leclerc, viso pulito sempre coperto da un velo di pudica malinconia. Insieme a lui, il solo ferrarista che esce sicuro vincitore morale, è quello che meno ti saresti aspettato: rest easy, Sergio Marchionne.