Niki Lauda è morto. Mai sentita una notizia così poco credibile. Okay, può darsi, eppure per tutti noi, specie quelli amanti di un certo Motorsport, ruggente, lui resta immortale. Perché chi esce dal fuoco del Nurburgring poi, in fondo, nulla più teme.

La situazione precipita il 1° agosto, lo stesso giorno di quel pomeriggio maledetto del 1976 sulla Nordscheife, all’altezza di Bergwerk. Quando la Ferrari 312 T2 si schiantò e Niki fu salvato dal rogo solo grazie all’eroismo di Arturo Merzario coadiuvato da Brett Lunger, Harald Ertl e Guy Edwards.

I polmoni. Allora come quarantadue anni dopo gli organi offesi, gli anelli deboli nella catena della vita sono gli stessi. I polmoni di Niki come il tallone d’Achille. Il motivo del ricovero in agosto, seguito da un miglioramento poi tradito da gravi problemi renali, rivelatisi fatali.  Eroi, leggende della mitologia di ieri e di oggi, forti in tutto e per tutto ma umanissimi e vulnerabili nelle rispettive strutturali debolezze.

Destini, simboli, messaggi in codice.

Il Gp di Gran Bretagna 2018 è stato l’ultimo per Niki nel paddock della F.1, proprio mentre Sergio Marchionne viveva i suoi ultimi giorni. La Ferrari e la Mercedes nella F.1 turboibrida così offese, colpite e destabilizzate, tanto da dover fare improvvisamente a meno ai box delle figure più carismatiche, i presidenti esecutivi e non.  Mai nella storia del mondiale due team in lizza per l’iride s’erano trovati a subire unghiate così maligne, pur così differenti nella loro complessità. A trent’anni dal saluto al Drake Nell’era agonistica che non perdonava, erano i piloti a stare come d’autunno sugli alberi le foglie. Ora no. Quasi che nella F.1 post-eroica i veri Cavalieri del Rischio siano quelli che prendono decisioni, responsabilità e, all’occorrenza, stress, critiche o applausi dai consigli d’amministrazione.

Un’icona ferrarista

La Ferrari di ieri e di sempre, invece, si stringe ai tifosi, guarda alla sua storia, sfoglia l’album di famiglia e si commuove pensando che Niki ha cominciato a vedere l’oblò della vita farsi più piccolo nei giorni in cui ricorrevano trent’anni dalla scomparsa del Drake. Fa effetto, buca l’anima, fa quasi trasalire l’idea della vulnerabilità recidiva dell’austriaco.

Nell’inconscio della psicologia collettiva sembrava appunto quasi uno che aveva già dato, strappato alla morte per sempre, disceso agli inferi, sì, ma ritornato come Enea, Ercole e Dante e per questo mai più lontanamente convocabile nell’Ade.

No, purtroppo la vita non è così semplice e poetica, ciascuno vive tanti Nurburgring quanti ne stanno scritti sul proprio incartamento esistenziale, fino alla bandiera a scacchi.  Però stavolta sale un nodo in gola.

L’inquietudine di una vita intensa. Perché Lauda, in realtà, coi decenni smette d’essere uomo dei mille dualismi, delle divisioni forti, delle polemiche, dei rapporti belli prima o poi deteriorati, delle rotture di violenza biblica e degli addii incazzati.

Perché lui è anche quello delle ricuciture impossibili, dei ritorni di fiamma - oddio, sia detto con tenera licenza -, solista, solipsista, avioimprenditore e turbocapitalista ma anche dotato del gusto di smentirsi, di darsi torto, di riscrivere daccapo, in bella copia e in poesia, tutte le pagine più brutte della sua vita rovinate da una prosa esistenziale precoce, immatura, frettolosa, acerba, aspra, secca e tranchant.

Lauda amico di Regazzoni e poi contro Regazzoni, scoperto dal Drake - che lo lancia e risorge con quei due anni iridati 1975 e 1977 - e poi inconoclasta nei confronti del vecchio. Cocco di Forghieri e quindi suo sicario, tanto da definirlo su “Protokoll” semplicemente “un pazzo”.

Lauda per niente preoccupato di comprarsi coi soldi sonanti l’inizio carriera perché quel che conta è la passione, ma poi idolatrante il dio denaro nel divorzio con la Ferrari.

Tiepidino verso il salvatore Merzario tanto da donargli un orologio che è solo un malinconico regalo riciclato. Adoratore di Ecclestone e dei re magi della Granalat - ossia la Parmalat, lo sponsor più munifico della Brabham berniana che lo rapisce dalla Rossa - e infine sfanculatore di tutto il mondo della F.1 dopo il primo giorno di prove del Gp del Canada 1979, quando scende, si toglie casco e guanti e butta là gradevole come una verruca: “Io basta korse, girare tutta la fita in tondo è da kretini”. Incredibile.

Ridicolizzò il concetto di vittoria

Dai, riassumiamo. Ridicolizzò il concetto di vittoria e di cuore oltre l’ostacolo, si prese gioco delle battaglie amando far sue le guerre, dimostrando che si potevano vincere mondiali correndo da ragionieri catastali.

Però, eroico, tornò a Monza 1976 con le piaghe purulente delle ustioni che gettavano sangue e infine mostrò il coraggio d’avere paura al Fuji, scendendo dalla giostra nell’uragano e consegnando il titolo a James Hunt. 

Trattò Regazzoni, Forghieri e soprattutto Enzo Ferrari come mai neanche l’ombroso Fangio aveva mai fatto e si beccò contro una campagna stampa del grande Marcello Sabbatini che su Autosprint lo dipinse - con l’esagerazione dell’invettiva, ma mica con tutti i torti eh - come neanche il mostro di Milwaukee fu mai raffigurato. 

Di più. Niki svilì e disse il peggio perfino delle corse, salutandole nel 1979 con uno sberleffo, come mai nessuno mai aveva fatto. E tutti pensammo che fosse senza repliche.

Perché in fondo di fronte a uno così, uno tanto strano, feribile ma invulnerabile, robotico, algebrico talmente razionalista da sfiorare l’imprevedibile in quanto sempre mosso da logiche oscure ai più, insomma uno mai visto prima, pensavamo, ecco, per dirla con le parole della canzone di Ligabue, che il suo nome fosse mai più.

L’uomo che torna. Quasi con chiunque

E invece no. Lauda torna sui suoi passi. Torna alle corse. Torna ai rapporti sfrangiati e li ritesse. Torna perfino a vincere.

Ricuce per quanto possibile con Clay, si riabbraccia con Bernie, torna a scambiarsi messaggi dotati di tepore trasversale con Enzo Ferrari ormai vecchio come un Profeta biblico e pronto a aggiungere - dopo che nel momento del ciclone aveva tuonato “Vedremo tra qualche anno quanto avrà vinto il signor Lauda e quanto avremo vinto noi” -: “Caro Lauda, se fossimo rimasti insieme avremmo vinto così tanto che il record dei cinque titoli di Fangiosarebbe crollato”.

Niki e Enzo non sono due facili e buoni. Finiscono riconoscendo l’uno la grandezza dell’altro e questo è il massimo dei massimi che due così si possono concedere.

Niki per quanto possibile riabbraccia Clay, fa pace con Forghieri il quale sorride e lo definisce “Il più grande pilota che io abbia mai avuto. A uno così basta dargli una macchina buona e lui la porta al miglior piazzamento possibile, possibilmente la vittoria. Ma se non vinci con lui, vuol dire che non vinceresti con nessun altro”. 

Addirittura si mette a fare il columnist per Marcello Sabbatini, neo-direttore di Rombo, si rituffa dal 1982 nella F.1 e capeggia la rivolta sindacale dei piloti a Kyalami, con tanto di minaccia di sciopero.

Il turboimprenditore, il primo pilota stramiliardario e ipersponsorizzato della storia - ben più di Jackie Stewart -, che va per picchetti, vertenze e agitazioni nel cuore dell’Africa. Manca solo un suo ritratto da Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, a capeggiare la torma operaia avanzante e siamo a posto.

Quel meraviglioso 1984

Con la McLaren firma un pluriennale, perché certi amori gettati e rimpianti poi se li ritrovi li stringi e non ne puoi fare mai più a meno, vuoi che sia per sempre e con la F.1 per lui sarà proprio così. E a trentacinque anni d’età, nel 1984, vive la stagione più intensa e impensabile. La prima da vecchio.

Scoprendo cosa vuol dire a parità di macchina - la poderosa e terrificante McLaren Mp4/2 - quanto possa diventare mortificante e tombale capir d’essere meno veloci e più stagionati del proprio compagno di squadra, il 29enne e stellare Alain Prost.

Il francese lo surclassa in prova, parte sempre meglio e in gara lo mangia sul ritmo. Niki sembra senza scampo come Ali perdente contro Foreman nei primissimi round sul ring di Kinshasa, ma ha in mente una trama speciale per il docu-film da leggenda che vede i ciak ogni domenica di Gp sulle piste più belle del mondo, in una F.1 ancora maschia e rude. Si può vincere da deboli improvvisamente forti, a patto di infilarsi nelle rare debolezze della forza altrui.

Questo il messaggio mentale della sua devastante capacità di non arrendersi. Con una stagione che si tramuta in un anno intero di confronto psicologico snervante, di saggia lentezza relativa di Niki contrapposta all’energetica e quasi marinettiana velocità autolesionista di Prost. Fino a quell’apoteosi incandescente del finalone d’Estoril. 

Quando Prost stradomina ma Niki rimonta da metà gruppo, combattendo furibondo contro chiunque - perché ai tempi nessun boys di centro classifica si metteva a cul punzone appena vedeva un mito negli specchietti, anzi, faceva di tutto per rovinargli corsa, giornata e carriera -, fino a issarsi terzo, anche se per vincere l’iride ci vuole un secondo posto che proprio non arriva. Fino a che Mansell fa fuori i freni della Lotus e Niki sale nella piazza d’onore vincendo l’iride per mezzo punto.

E come Ali a Kinshasa insegna all’Uomo a non arrendersi mai.

Avrebbe avuto solo un altro giorno di gloria nella sua vita di pilota, a Zandvoort 1985, ultima chiamata per dimostrare a Prost che Lauda è Lauda.

Occasione sfruttata alla grande, con Niki che tiene dietro il francese già lanciato verso un’inarrestabile vendemmia iridata che lo porterà addirittura a quattro titoli, uno in più dell’autriaco, ma poco importa. Perché oggi Prost lo ricordano soprattutto perché s’è trovato a salire sul ring prima con Lauda e poi con Senna, altrimenti da solo di sentimenti ne ecciterebbe pochini e di nostalgia quasi per niente.

Lauda che come Senna lascia la F.1 sbattendo contro un muretto, mentre è in testa, ma con un mare di fortuna in più. In Australia 1985, a 36 anni. Scende incazzato ma autocalmandosi con questi pensieri, poi incastonati nell’autobiografia: “Dai, Niki non fare il coglione, è finita, cosa importa, ne sei uscito vivo. Vivo”. 

Lauda senatore a vita del paddock

Vivo abbastanza da restare, dagli Anni ’90 in poi, uomo di F.1. Senza scadenza. Perché il paddock ormai è il suo climax. Dapprima consigliere di Montezemolo nella lenta, faticosa ma costante rinascita Ferrari, quindi uomo forte nel fallimento Jaguar, quando dichiara: “Pure una scimmia può guidare una F.1 moderna”, ma poi in pista per un test s’esibisce in una marea di testacoda, superato nella strisciata dei tempi da Cita e dalla ballerina di Gabbani.

Niki è così. Con lui ne vedi di ogni.

Anche come guru dei box. Sulle prime sembra solo un ex pilota che non si dà pace, uno che in camiciola a quadri non vincerà mai nulla, ma poi con la Mercedes turboibrida, in veste di presidente non esecutivo e di coequpier al timone con Toto Wolff, darà vita alla squadra capace di segnare una delle strisce trionfali più lunghe della storia, tuttora in corso.

Il più postmoderno degli eroi

Questo è, anzi, non è, Niki Lauda. Il più postmoderno degli eroi, baumannamente liquido, inerte, apparentemente contraddittorio. Adattabile ma anche tremendamente solido, al contatto con la realtà. Razionale e poetico, lieve e pesante, tattico e sincero, essenziale e ridondante. A turno amico, rivale, idolo, negli anni idealizzato, odioso, stimato e sempre e comunque sorprendente.

Mai meraviglioso come avremmo sperato, sempre migliore di come i detrattori l’hanno graffiato. Niki è Marlene, le sue ustioni, la sua storia, perfino più bella, improbabile e strappacuore del film girato su essa. Niki è guru salomonico nel paddock del terzo millennio ma anche gli Anni ’70, la nostra giovinezza, la notizia che la Rai dette una sera di fine 1973, quando il Tg delle venti si confuse, annunciando che “Il nuovo pilota della Ferrari è Luana”. Sì, certo, citofonare fuori ore pasti, massima discrezione.

Niki è la sua vita sentimentale stilosa, la faccia acerba e poi quella martoriata che lascia spazio al volto maturo da vecchia tartaruga, gli occhi di gatto e sotto il sorriso da sorce. L’eloquio buffo e strano, la parola “crande kasino” che viene sdoganata grazie a lui dalla democristianissima Rai Anni ’70, a vent’anni dalla legge Merlin che i casini l’aveva vaporizzati.

Niki è qualsiasi possibilità. Sintetizzazione umanissima del fatto che si possono sostenere posizioni completamente e sideralmente opposte a distanza di poco tempo, perché nella vita solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Sì, Niki è l’uomo che sulle prime tratta con spocchiosa sufficienza l’angelo custode Arturo Merzario e poi quasi mezzo secolo dopo gli si affeziona.

Tanto che a Abu Dhabi 2017 è meravigliosa la scena che vede il comasco fuori dai cancelletti del paddock dire al regale Lauda: “Dai, Niki non rompere le palle, tira fuori il doppio dei pass per questi mieiamici, che quelli che mi hai dato non bastano! Su, su, muoviti, scattare”. E lui: “Tu kiedi me impossibile, Arturo, ma io prova. Aspetta, io torno con altri pass”. Fatto.

Niki Lauda è la Ferrari che risorge, la F.1 che appare stabilmente nelle Tv e ci entra in casa, prima in bianco e nero e poi per sempre a colori.  È sinonimo di storie belle, delle nostre più intense domeniche pomeriggio, da Poltronieri a Vanzini. Niki Lauda è la nostra giovinezza che se n’è andata, ma è anche nella nostra maturità che ci vede sempre lì, a guardare cosa fanno e cosa dicono quelli della F.1. Niki Lauda è la nostalgia, il nome d’arte che da una vita diamo alla nostra voglia d’innamorarci e reinnamorarci di questo stupendo mondo dei Gran Premi.

 

Sì, ormai abbiamo idea di cosa significa Niki Lauda.

Da quello che accade in certi pomeriggi targati 1 agosto, verrebbe da pensare che il suo nome è mai più. Ma tutti sappiamo bene che dentro di noi il suo nome sarà per sempre.