Il segnale concreto che Charles Leclerc invia dal weekend di Montecarlo è uno degli inni più sublimi e innamoranti di tutta questa strana e altrimenti ben poco entusiasmante annata di Formula Uno.

Pensatela come volete, ma, a mio avviso, preferisco i primi dieci giri di gara alla Leclerc rispetto ai settantotto inanellati da tutti gli altri messi insieme. 

Perché da Monaco 2019 Charles lancia un bengala stupendamente luminoso nel cielo grigio e monocorde di questa Formula Uno col braccino: si può e si deve osare, fare il compitino non serve assolutamente a niente. Anzi, basta con questo Circus in cui imperano tante pestilenziali e inutili prestazioncine perbenino, da pacca sulla spalla finale. 

Dopo quello che gli era successo in Q1 e l’avvio dalle retrovie, per Charles seguire il gregge dei campioncini impiegatizi avrebbe significato una gara onestaccia senza infamia e senza lode, a fare il cane inguinzagliato due ore di fila per beccare, hai visto mai, alla bell’e meglio un punto o due.

No, il monegasco non ci sta, reputa la cosa non da lui e parte a orecchie basse allo spegnimento dei semafori, verso un destino da samurai. Sfoderando un paio di sorpassi che nei Gp di Monaco non si vedevano da quando Rita Pavone sbalordiva al Cantagiro.

Vederlo passare Lando Norris al Loews al secondo passaggio, per prendere la tredicesima posizione, è una delizia per gli occhi. Quindi la seguente infilata a monsieur Grosjean alla Rascasse, il quale notoriamente non è l’autista del furgone del latte che si fa da parte volentieri e già che c’è pure ti saluta, resta un nuovo delizioso zoom alla voce rari sfoggi di classe pura.

Sono entrambe cose che si fanno e si vedono di rado nella novantennale storia - a proposito: buon compleanno, Montecarlo -, dei Gran Premi al Principato. E poco importa se al nono passaggio tutto di fatto termina, sempre alla Rascasse, con la toccata in fase d’attacco con un altro di quelli belli tosti, ossia Hulkenberg, pensa te, portatore del numero 27.

La volete sapere, la sporca verità? A rimpolpare le file di questa disciplina in mezzo disarmo che è ormai mediaticamente la Formula Uno, rifuggita dai giovanissimi - con più teenager al via del Gp che davanti alla Tv -, vista con crescente indifferenza dallo sportivo generalista e fortemente sospettata d’essere sempre più un colossale pacco, fatto di noie vere e sorpassi finti, ebbene in uno scenario del genere, il loggione degli irriducibili, composto dai vecchioni cinquantenni e ultra, diventa improvvisamente punto di riferimento, una coscienza critica che non sa tacere una certa gioia montante. 

Eh, perché noi che nei Seventies eravamo già davanti alla Tv a gustare Poltronieri & Benzing, su, diciamolo, siamo il vero zoccolo duro, la guardia napoleonica di una F.1 protagonista sempre più d’una vera e propria disastrosa ritirata di Russia dai canali dell’appetibilità, della consonanza con gli appassionati e dalle lotte davvero epiche e estreme.

Altro che processione imperiale tra Hamilton e Verstappen con toccatina finale che non sa né di te né di me e che per fortuna finisce col non rovinare la gara né al meritevole Lewis né al tignoso e bravissimo Max.

Se ne facciano una ragione, tutti gli altri, ma per quelli della mia generazione e per tutti coloro che della F.1 hanno una conoscenza e un’attitudine alla prelibatezza retroattiva e retroagente, il momento più bello e da apoteosi dell’intero Gran Premio di Montecarlo 2019 è quello che vede Charles fare rientro con una Ferrari ferita, su tre ruote, in direzione pit-lane. 

Sì, quel giro apparentemente sfigato e invece magico, che sembra non finire mai. Perché per uno spettatore stagionato e avvezzo a turbamenti ormonali indimenticabili, vedere una Ferrari vulnerata e mai arresa che continua a percorrere curve praticamente su tre ruote, seminando pezzi per strada e tirando dritta fino alla pit-lane, poi sia quel che sia, rappresenta uno dei più grandi e inattesi godimenti immaginabili.

Sensazioni di paradisiaca rievocazione Rosso27ettiana, citazionismo godurioso che chi campa di colossali e ciclopiche cazzate quali il colore delle mescole, le alchimie dei pit-spot e le cialtronate dei detection point e delle virtual safety-car non potrà mai nella vita né capire né comprendere né mai assaporare fino in fondo.

Con questo, ovvio, è prestissimo per dire che Charles Leclerc è il nuovo Gilles Villeneuve, c’è un secolo di tempo davanti in cui bisogna ancora sfoggiare buon senso e cautela a palate, prima di sbilanciarsi come farebbero solo sciocchi o esagerati.

Okay, però dire che vedere quelle scene di fondo vettura raschiato ci fa bene all’anima, a noi pre-rincoglioniti, ci fa sentire alle prese con una realtà commovente che a tratti ci strizza l’occhio inumidendoci i nostri, autorizza perfino a pensare a una regia sovrannaturale che a tratti si diverte a regalarci palpitazioni inattese. E tutto questo è un qualcosa che riavvicina alle corse e al profumo della sfida in monoposto, specie se rossovestita.

Sapete che c’è? Un ragazzo che sta dando l’anima ormai senza più speranza a bordo di una Ferrari con una gomma sbrindellata è ricetta in grado di scatenare reazioni chimico-emotive e scoppi di sogno affratellanti dionisiaci, per tutti coloro che attendono zitti e romantici nell’ombra da mille anni. Quelli pronti a strillare, a commuoversi ancora, a cacciare quelle urla che teniamo in gola da quasi quaranta primavere, quando infestavamo Tosa & Rivazza. 

Detto ciò, schiarendosi un attimo la voce mezza incrinata e cercando di ricomporsi, di razionalizzare e di tirar fuori qualcosa di costruttivo da questo tormentato e tormentoso weekend di marca Ferrari, verrebbe tanto da dire una cosina semplice.

Cari Signori della Rossa, vi scongiuro, adesso non buttate via e non trascurate i segnali esistenziali e meritocratici del baby, tipici di un momento strano e delicato come questo.

E, soprattutto, non dimenticate cosa è successo a Charles Leclerc, sia in Q1 che nell’inizio della corsa monegasca. Perché da tutto ciò l’idolo locale e non solo locale se ne esce con un inesausto desiderio di giustizia, ma anche col legittimo diritto di sperare in un domani migliore e in una squadra che sappia finalmente e ancor meglio supportarlo.

Dopo che da sei Gran Premi lui si dimostra in grado di sopportare colpi di guinzaglio, segnali di disinteresse, topiche sfortunate e perfino a utilizzi da ragazzo di bottega che dovrebbero, auspicabilmente e finalmente, cedere il passo a una rasserenante e incondizionata fiducia del Cavallino Rampante nei suoi confronti.

Siamo sinceri. Pensiamoci su. Che cosa vi è piaciuto di più? Il compitino carino portato a termine da Vettel, promosso giudiziosamente al secondo posto a tavolino per l’unsafe release di Verstapen su Bottas, o tutto ciò che ha subìto, metabolizzato, trasformato in energia pura e successivamente, coraggiosamente e meragliosamente mostrato Leclerc, fino al momento del ritiro?

Cara Ferrari, infine, a te l’augurio sincero e la simpatica e carezzevole esortazione a goderti Charles Leclerc così come ce lo stiamo godendo noi della vecchia guardia.

Dear Cavallino Rampante, a te la preghiera e l’auspicio di cominciare a trattare lo stupendo talento monegasco in proporzione alla classe che ha e non solo in ossequio alle politiche che hai.

Non vorremmo proprio che all’Irvine del 1999 fosse mancata una ruota ai box, così come a questo Leclerc, non solo a Montecarlo, ma anche da qui in poi, alla radio e non, una dovuta risposta.