Parlo per paradosso, ma sono sincero e faccio terribilmente sul serio: resto felicissimo di quello che è successo nel Gp del Canada, perché almeno, finalmente, tutti possono rendersi conto di come s’è ridotta questa F.1. 

Ora nessuno potrà dire ma no, ma dai, è il progresso, safety first, non si torna indietro, la modernità è un dogma e il presente un imperativo morale infallibile che abroga tutto e tutti. 

In due parole: il problema non è che abbia perso la Ferrari, il problema non è che abbia vinto la Mercedes, il problema non è chi e come ha preso la decisione, il problema non è che Emanuele Pirro faceva parte del collegio dei commissari. 

Come persona, come commissario - e aggiungo anche come amico -, difenderò sempre l’integrità, la competenza e la dedizione di Emanuele al suo compito. Il punto è un altro. Qui gli arbitri non c’entrano niente, complotti non ce ne sono e personaggi da odiare proprio non ne vedo. Di più. Dai, mettiamola così che facciam prima, magari il collegio dei commissari ha applicato la regola perfettamente, stupendamente e infallibilmente contro Vettel.

D’altronde: summum ius, summa iniuria. Per dirla con Cicerone, una applicazione acritica del diritto - che non tenga conto delle circostanze a cui le sue norme devono essere applicate nel singolo caso e delle finalità reali a cui esse dovrebbero tendere - ne uccide lo spirito e può facilmente portare a commettere ingiustizie o addirittura costituire strumento per perpetrare l’ingiustizia.

Ma resta un punto ineludibile e fondamentale sul piatto: è questa la Formula Uno che vogliamo? Anzi: la Formula Uno è questa?

E io rispondo no, manco per niente. 

E la colpa non è di chi applica le regole, ma di chi le regole le fa. 

 

Ormai la F.1, in pista, non è più uno sport estremo. Tutto è indagato, auscultato, spiato, analizzato. Qualsiasi azione in pista è sottoposta a giudizi, processini in diretta e sentenziole. Everything potenzialmente è under investigation.

Prendi il sorpasso di Perez a Grosjean, al 32esimo giro: il francese becca l’infilata maschia ma totalmente esente da scorrettezze e per lui priva di danni, eppure s’aggrappa subito al team radio e prova a denunziare il messicano, chissapoi per cosa. 

Nel dritto di Vettel al 48esimo giro s’arriva addirittura a penalizzare e a intervenire non tanto l’arrecato ingiusto detrimento all’avversario, ma una presunta intenzione d’averlo voluto infliggere. Peggio. Se poi in pista Hamilton fosse riuscito a superare Vettel all’esterno, a sua volta sarebbe stato automaticamente indagato per ingiusto vantaggio in corso d’opera nel superamento dei track limits. E avanti così via all’infinito.

Ecco, primo: la Formula Uno non è più lo sport che era stato, in senso valoriale. Secondo, questa Formula Uno così concepita fa schifo. 

È un torneo di regolarità veloce, non più uno sport estremo. È un burraco che va di fretta, un confronto per il quale viene richiesto il galantomismo, il prego s’accomodi, la flemma e l’adrenalina bassa degli scacchi subacquei, mentre, fino aprova contraria, il Motorsport è una galassia di discipline sportive in cui, volenti o nolenti, ci si gioca la pelle confortati da una percentuale di rischio normativamente, filosoficatemente e moralmente ragionevole ma mai e poi mai - ficcatevelo bene in testa - dicevo, mai e poi mai assente. Perché il rischio c’è sempre. Piaccia o meno.

Invece questi, no. Hanno deciso di intervenire sempre e comunque. Nei test, abolendoli, nelle prove e nelle qualifiche, paranoidilizzandole col terrore dell’impeding. In pit-lane, con la terrorizzante spada damoclea dell’unsafe release, in gara con qualsiasi immaginabile e, ormai, inimmaginabile, scusa per intervenire, cazziare, inibire, regolare, coartare, obbligare qualsiasi pilota in pista, di fatto intimidiendo chi corre molto più che educandolo a correre.

Lo dico da tempo: il modello della Formula Uno che viene contrabbandato è quello della massima disciplina mondiale dei compitini. Rischia pochino, sorpassa perbenino, parla pochino e pianino, guida dolce e simpatichino e, vedrai, consegnando pulitini tanti bei compitini sarai un campioncino.

Hanno cominciato squalificando circuiti bellissimi, poi parti di loro, polverizzando frazioni memorabili di piste - vedi Hockenheim e la rientrante Zandvoort, che a forza di subire massacri e attrarre sponsorizzazioni imperiali è incredibilmente ma spiegabilissimamente passato da circuito devastato a impianto del futuro, pensa te - quindi l’opera di pulizia etnica della F.1 s’è concentrata sui piloti e sul pubblico. Di pubblico ne vogliamo con la grana - al paddock club o davanti alla Tv fa lo stesso - e fuori dalle palle tutti gli altri. 

Quanto ai piloti, i pestaggi regolamentari e normativi ormai gli hanno messo un’ansia addosso tale, per cui, fateci caso, i veri attacchi s’effettuano con gli undercut e, una volta passati i tre quarti di Gran Premio, in pista di vere infilate non ne azzarda più nessuno, hai visto mai che per una frenatina ritardata e un nolder sbilenco non si finisca sotto processo, con quel che costano gli avvocati.

Cose così, insomma. 

Dai, cari Signori del Vapore e Mammasantissima di questa F.1, piantatevela. Non ha colpa chi fa lo steward, la responsabilità è la vostra, che volete comandare, straguadagnare e godervi il giocattolo senza troppe rotture di maroni, addomesticando la bestia feroce che era una volta la massima espressione dell’automobilismo e non solo, rendendola miagolante, moscia e castrata, sempre più simile a un gattuccio d’appartamento.

Al giorno d’oggi, se avessero avuto a che fare con teste come le vostre, Gilles Villeneuve sarebbe stato costretto ad andare da uno strizzacervelli e Alessandro Zanardi avrebbe consegnato la vittoria a Bryan Herta, quel leggendario pomeriggio a Laguna Seca 1996.

Volete una F.1 somigliante sempre di più al mondo orrendo di tutti i giorni da cui, da un secolo a questa parte, la gente fugge per andare a sognare nelle corse e con le corse.

Forse capite tanto di business administration e di come rimpolpare conti in banca, segnatamente, nella fattispecie, i vostri a danno dei nostri di appassionati, ma di vita, di onore, di dignità sportiva, di spina dorsale elevata a valore, proprio non capite una mazza.

Il problema non è solo di Vettel, della Ferrari, di Binotto o chicchessia. La storiaccia orrenda del Gp del Canada è un campanello, anzi, un campanone d’allarme che dovrebbe far insorgere tutti i veri appassionati, compresi quelli ai quali la Rossa manco sta simpatica.

Una F.1 così è sbagliata nella filosofia, nella scala valoriale, nelle sue preleggi ispiratrici e, di conseguenza, in quello che accade in pista al verificarsi di ogni situazione apparentemente critica.

E vergogna due volte, cari reggitori della baracca, perché questa brutta pagina di sport passa agli archivi proprio in Canada, la patria del Rosso 27, su un tracciato intitolato a un grande pilota e soprattutto a un uomo meraviglioso che si chiamava Gilles Vileneuve, il quale per tutta la carriera rischiò entro e oltre il limite non mettendo mai nessuno in pericolo, se non se stesso. 

Proprio per questo, da qui in avanti, i giochi sono chiari e ciascuno dica democraticamente la sua. Cosa volete voi, ora è ben chiaro e lo era pure prima. 

Prendete dunque atto che i veri appassionati, molto umilmente ma altrettanto fermamente, dopo la serataccia di Montreal, non la vogliono più, una Formula Uno come questa.

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