Okay, vince Verstappen e ci sta, perché la combinazione Max-Red Bull-Honda alla fine della fiera a Spielberg si rivela la più forte in gara, punto. Ma giungere secondi così è una presa in giro, una vergogna, l’esaltazione malinconica e ingiusta del concetto dei due pesi e delle due misure. È il modo e il contesto che offendono la Ferrari e lo Sport, non tanto la classifica finale.

E attenzione che non è il Cavallino Rampante a perdere, ma, ancora una volta, la Fomula Uno tutta. 

Anzi, il vero catastroficamente sconfitto è il proprio Sistema F.1. 

Due gare delle ultime tre decise dai federali. La prima, il Gp del Canada, con la conferma della sanzione data a Vettel, la seconda, a Spielberg, confermando la non sanzione a Verstappen.

Riassumiamo: a Montreal, in una camera di consiglio durata dodici minuti, i quattro giudici decretano come irregolare il comportamento di Vettel, che nel giro di otto decimi di secondo aveva drizzato una chicane, al rientro in pista creando turbativa - non toccando né sfiorando, attenzione, ma solo creando turbativa visuale, appunto - al rivale Hamilton. 

Viene sancito e rammentato che il solo aver costretto - volontariamente, le secondo prove - Hamilton a rallentare, benché senza contatto alcuno, di per sé è bastevole a essere soggetto di sanzione. Okay. Facciamo che sia giusto così.

In poche parole si ribadisce che la F.1 deve essere sport di totale e massima cortesia tra duellanti, laddove perfino la sola turbativa inflitta, senza contatto alcuno, sulla traiettoria altrui, è passibile di time penalty. Capita la lezione, no problem.

Bene. In Austria, al 69esimo giro, a due dalla fine, capita sostanzialmente di più & di peggio. 

Perché il lanciatissimo e sulla carta, tempi alla mano, superiore, Max Verstappen in reiterata fase d’attacco, al contrario di ciò che aveva fatto al giro precedente, infilatosi all’interno, stavolta in uscita dalla curvetta non lascia spazio a Charles Leclerc, costringendolo fuori pista e quindi rifilandogli una bottarella a mo’ di sportellata, come colpo di grazia, a perfezionare la manovra d’affondo. 

Altro che turbativa visuale, neh.

Chiariamoci, allora: coerenza vorrebbe che secondo l’applicazione regolamentare iperformalista, zelante, interventista che ha avuto trionfale applicazione a Montreal, il Verstappen di Spielberg vada trattato peggio assai del Vettel canadese.

Invece no. Tutto il contrario. 

Le camicie bianche di stanza a Spielberg ci pensano per ore e ore filate, si scervellano, si fanno fumare la testa, tanto che, per attenderli, al paddock si posticipano charter, e quindi arriva la decisione adottata con sudori in fronte che neanche nell’aula bunker dell’Ucciardone. No further action. Circolare, signori, circolare. Son robe di gara, su, su.

Della serie, prima lorsignori stabiliscono criteri applicativi spietati, restrittivi, minuziosi, che rendono e ribadiscono la F.1 quale sport che scongiura il contatto e perfino la mera minaccia di toccata. Quindi, cambiato collegio arbitrale, una volta in Austria, muta anche la filosofia, perché alla sportellata di Max fa seguito appunto un “no further action” in palese contraddizione col Montreal style, che di further action resta gravido eccome.

Due collegi giudicanti, altrettanti e contraddittori orientamenti giurisprudenziali. Diverse filosofie giuridiche praticamente opposte e nessuna certezza del diritto. Fantastico. Complimentoni.

E questo è niente. La F.1 dell’incertezza del diritto scrive la sua pagina peggiore dell’era moderna andando a sentenza ben tre ore dopo la bandiera a scacchi e a due ore dalla convocazione dei piloti da parte del collegio stesso. Laddove tutti, i federali più degli altri, vengono pure sbertucciati in mondovisione da un fake che annuncerebbe vittorioso Leclerc.

 

Maddai. Questo è un sistema irreale, artificioso e sbagliato alla radice. Capace di creare solo veleni, storture e contraddizioni. Una regolamentazione precisissima, puntualissima, minuziosissima e, essendo tale, come spesso accade per le grandi cattedrali di idee, totalmente folle, di fatto inapplicabile e destinata a rovinare la F.1 che invece dovrebbe disciplinare.

Nel migliore dei mondi possibili, coi piloti lasciati belli liberi di correre, la Ferrari con Vettel avrebbe vinto il Gp del Canada e la Red Bull con Verstappen il Gp d’Austria. Riga. E tutti a casa felici. Ecco, francamente sarebbe stato il nostro auspicio, perfino il nostro sogno, alla luce dei princìpi di cui Autosprint è portatore.

Va bene, ammettiamo che questo non sia il migliore dei mondi possibili e che la F.1 ormai sia tutta una roba di incartamenti, indagini e scartafacci: allora, applicando alla lettera i formalismi federali, per decreto Hamilton avrebbe vinto in Canada e Leclerc in Austria. Semplice. Chiaro, no?

Invece manco per idea. In uno strano mix di princìpi e d’applicazione degli stessi, prevale il concetto che a perdere, a quanto pare, debba essere sempre e comunque la Ferrari. E sia chiaro mica qui nessuno grida al gomblotto, no, no, ma tutto ciò è solo l’ennesima testimonianza di quanto sia caduta in basso questa F.1 da palazzaccio, preda di una totale confusione e dell’arbitrio del momento.

Tanto che, sinceramente, con stima e anche un pizzico d’affetto, gradirei sussurrare di cuore una cosa a Mattia Binotto: lei è un vero signore, un ingegno dalla creatività italiana munito di lodevole stile stupendamente british, ma il timore è che con questi qui funzioni solo lo strillo, la berciata guarnita da imprecazioni spettacolari nonché la minaccia furibonda d’uscirsene per sempre dal loro negozio, prima che costoro comincino ad andare vicini a capire che razza di casini stanno piazzando, a ogni fine settimana di corsa.

Norme restrittive, perbeniste, che reprimono chi corre davvero, chi ci mette del suo, chi rischia, applicate da giudici autorizzati a essere occhiuti, decisionisti, protagonisti, a scapito e sulle spalle dei piloti. E per giunta pure volubili. Precisi e inflessibili una volta, elastici e un po’ miopi quella dopo. Così. Random.

Noi di Autosprint restiamo quelli dell’immediato dopo Montreal e diciamo: È ORA DI CAMBIARE F.1 E LE SUE REGOLE. 

Basta con le norme che rendono i campioni marionette, bersagli e ostaggi di chi vigila da mille monitor il loro operato, impedendogli di fatto di correre attaccando, rischiando, provandoci e dando l’anima.

Fateci caso, ormai i veri primattori dei Gp, le ultime tre gare lo dimostrano, loro malgrado, sono gli steward più che i piloti. 

Io stesso continuando di questo passo metterò sulla parete della cameretta, al posto del viso gioiosamente timido e triste di Gilles Villeneuve, boh, che ne so, un poster con la faccia sgamata e la meravigliosa silhouette di Vincenzo Spano, uno tra i più presenti nei collegi degli ultimi anni.

Ma davvero continuate a pensare che in F.1 vinca la Mercedes o la Red Bull? Maddai, gli ultimi Gp segnalano i trionfi di ben altra classe: la burocrazia. Ecco, la dominatrice di questo Circus e della stagione 2019, in realtà, è la carissima, irascibile e capricciosa burocrazia. L’ordine giudiziario ministeriale. 

Loro, sì, gli impiegati della velocità. Quelli che intendono portare avanti - tra l’altro inconsapevolmente - il colpo di stato nei confronti di questo sport che da disciplina dei Cavalieri del Rischio rischia di diventare biada di terza scelta per azzeccagarbugli bravi a fare reclami e ricorsi.

E per finire, una confidenza. Col direttore Cordovani stavamo studiando una serie di gadget da regalarvi, magari cosine rappresentative della F.1 di oggi, che tramite un oggetto-simbolo vi facciano capire come i Gp vengono decisi o caratterizzati.

Be’ a questo punto, l’unica è omaggiarvi di un comodo tavolino. 

Eppure no, a noi la Formula Ikea - con tutto il rispetto per l’Ikea - nei Gp non piace per niente. 

In fondo, fino a oggi il Motosport per un secolo ha esaltato gli appassionati veri perché presentava giustizia in se stesso. Adoravamo le corse in quanto, meno male, prive di lacci, legulei, processi infiniti, paraculate e possibili porti delle nebbie.

Una volta vincevi se il tuo rivale s’insabbiava. Adesso no, perdi perché il tuo caso viene insabbiato.

Ogni era in F.1 ha i miti che si merita, d’altronde. 

Ahò, da Stewart a steward, è ’n attimo.

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