Una volta al paddock di Monza sentii Henri Pescarolo pronunciare una delle frasi più strane, apparentemente disturbanti e sostanzialmente affascinanti in cui possa capitare di imbattersi, ovvero questa: «Secondo me il principio che vede tutti gli uomini uguali è cromosomicamente falso. Devono esserlo per dignità e punto di partenza garantito, certo che sì, ma poi, una volta dato il segnale di via, ciascuno fa la sua corsa e si rivela diverso, diversissimo dall’altro. E di uomini ne incontri rarissimi di interessanti da ascoltare, da vivere e gustare e troppi ben poco interessanti. Il segreto, rispettando sempre tutti, è essere e cercare sempre tra gli interessanti. Tutto qua».

Enzo Ferrari resta tra i personaggi più preziosi, sorprendenti e magnetici in tutta la storia delle competizioni. Novanta primavere campate - (1898-1988) -, di cui almeno settanta a contatto diretto con le corse. Testimone del tempo prezioso, unico e irripetibile non solo per vittorie, traguardi e creazioni, ma pure per qualità di gare, campioni e macchine in gestione diretta. Da agitatore di uomini e problemi tecnici, come amava ripetere, didascalizzando se stesso.

Ma c’è dell’altro, a rappresentare l’essudato adamantino e ancora più raffinatamente e intellettualmente godibile, la zona nobilissima, la Champions League del Drake, considerato come uomo di scena e proscenio e produttore di testi e teatralità d’eccezione. 

Enzo Ferrari aforista e istrione, l’argomentatore, la macchina attoriale, l’uomo in grado di reggere magnificamente la scena comunque, con chiunque e davanti a qualunque pubblico, implacabilmente ipnotizzato.

Enzo Ferrari capace di produrre a braccio pensieri strutturati che in diretta diventano brocardi, perle, cristallizzazioni belle di carattere e pensiero. Presumibilmente più appartenenti alla sfera del concreto e del razionale che ai domini del visionario e dell’onirico, ovvio, ma nello stesso tempo ragionamenti che rivelano un’anima inquieta, volitiva e dall’andamento coraggiosamente rettilineo e mai vagabondamente o sterilmente sinusoidale.

Sentir parlare, ascoltare direttamente o leggere Enzo Ferrari, è tra i grandi piaceri della vita, per l’appassionato duro e puro. Perché, sì, dietro l’automobile e la competizione lui vede sempre le sfide della quotidianità e ben oltre, l’uomo e i nuclei esistenziali, gli umanissimi rovelli elevati a confessione intimista e personalissima scuola di vita, proposta non senza il motto di spirito a sorpresa, l’effervescenza ludica improvvisa, la scheggia balenante dell’ironia, spesso guarnita dalla lama spietata del sarcasmo.

Ma c’è un problema. 

L’offerta è infinitamente minore rispetto alla domanda, tuttora inesausta e insoddisfatta.

Perché Enzo Ferrari in vita sua di libri ne ha scritti o griffati col contagocce. 

Anzi, di fatto, praticamente solo uno o poco, pochissimo più. Gioie terribili, briglie del Successo, Ferrari 80, chiamatelo come volete nella rispettiva versione o edizione, cambia il titolo ma la base, l’intelaiatura o la matrice resta la stessa. Da un capitolo ben lievitato nasce poi Piloti che gente, ma sempre lì siamo. Aggiungici a corredo il Flobert, delizioso divertissement scritto da lui sui giornalisti per una volta bersagli e non più tiratori più o meno franchi, e raggiungiamo già quasi la fine corsa.

Certo, a latere ci sono pure libri intervista come quello stupendo di Enzo Biagi, che tanto dicono e fanno dire a Enzo Ferrari, ma l’impressione, alla fine, resta quella d’avere dal Drake molto, incredibilmente meno di quanto ci sarebbe piaciuto disporre.

E allora, muovendo da questo assunto, ecco l’idea di Andrea Cordovani, per l’occasione metà direttore di Autosprint e metà Indiana Jones nel tempio benedetto degli annali della Conti Editore, che vi traduco in due parole.

Esiste un libro perduto e sconosciuto di Enzo Ferrari, attribuibilissimo, autenticissimo e firmatissimo da lui, che nessuno ha mai letto e neppure lui sa d’aver scritto. Una specie di Sacro Graal che neanche sapeva d’esser tale.

Andava solo scovato, dissotterrato, riportato alla luce e spolverato, per poi offrirlo al godimento di tutti non già in una sfavillante, blindata e sorvegliatissima teca da museo, ma in elegante carta da edicola, finemente confezionata. 

Sì, tutto ciò, fuor di metafora, può prendere forma davvero e forse già l’avete sotto gli occhi, lo state toccando e già gustando. È l’insieme cucito e raccolto delle interviste rilasciate da Enzo Ferrari, pubblicate dalla creazione di Autosprint, dall’inizio della nostra avventura editoriale e sino alla fine dei giorni terreni del Drake. Senza timore alcuno d’esagerare, diciamo pure dal principio degli Anni ’60 all’estate 1988.

Con gran prevalenza di sue apparizioni dialogiche stile uno contro tutti - le sue preferite -, fino alle eccezioni di “one to one”, rarissime perle in cui il Grande Vecchio accetta l’esclusivo scambio a due, laddove l’altra metà della scrivania, quasi invariabilmente, vede all’opera l’altra metà del cielo, cioè l’intervistatrice di turno. Perché, in fondo, se la macchina è femmina, lo è pure il piacere allo stato puro della conversazione e del confronto cerebrale, no?

Morale della favola, questa è carta preziosa, neanche d’oro, ma di platino. 

Anzi, Platinum.

Perché qui trovate pensieri, parole, opere e financo omissioni quasi fossero minerale purissimo direttamente estratto da miniere sepolte, a quasi tutti irraggiungibili e ormai ritenute perdute per sempre.

Invece per noi no. Per noi - e ora anche per voi -, Enzo Ferrari è di nuovo qui. Immortale, con le sue pause e le sue riprese, le frasi ficcanti, insinuanti, a tratti beffarde, giocose o capaci di blandire, carezzare e colpire alla bisogna, in uno sfoggio magistrale di quella che Cicerone chiamava Ars opponendi et respondendi, l’arte di opporsi e ripondere. In una parola, la dialettica. Col clangore ineguagliato di forza argomentativa mista ad allure. In questo caso utilizzata come comunicazione pura ma anche quale strumento di potere e captazione di benevolenza, oltre che sfogo e ostentazione di fascino consapevole.

Storia della cultura, cultura della storia e in mezzo squillante e carezzevole qualità che Autosprint qui vi propone come una delle sue portate migliori, nell’anno novantesimo della creazione della Scuderia Ferrari. 

Servita e elegantemente impiattata direttamente dal creatore del mito, capace di spandere con eguale e impercettibile sorriso essenze, veleni e farmarci capaci di rendere bella e degna d’esser vissuta l’esperienza di chi si presta a tali somministrazioni.

Signore e signori, vi diamo il benvenuto nel sorprendente libro perduto di Enzo Ferrari, che neanche lui era conscio d’aver scritto. Perduto, sì, ma risistemato e ora felicemente ritrovato. 

Fatelo vostro, gustatelo bene sentendovi privilegiati, perché questo Autosprint Platinum a lui dedicato somiglia al Falcone Maltese sovrano ideale dei film noir: è costituito della materia stessa di cui sono fatti i sogni.

Buona lettura.