Certe volte leggo, guardo, ascolto e mi stropiccio gli occhi, meravigliandomi nell’universo mondo della F.1 d’alcuni tra coloro che su esso discettano a ragionano, perché sembrano vedere una realtà immaginaria e magnificente proponendola e propinandola come esistente.

Tra questi i più spettacolarmente fuori misura son quelli che alla minima scatorciata di Drs o di trapano che non avvita a pit-stop in corso, esultano alla Tardelli nei mondiali dell’82, perfino intenendo spiegare che controsorpassi ai tornantini valgano e battano infilate sui curvoni Anni ’70 . Ma trovatevi un buon confessore, raccontategli tutto, sparatevi due pateravegloria & non parliamone più, va’.

Ma questo è niente. I peggio - anzi, al peggio del peggio -, restano quelli che dicono di guardare questi Gran Premi senza annoiarsi neanche un po’ e tra questi la colonia da sgominare è rappresentata da chi bercia giulivo: “Ma come, l’era Schumacher vi piaceva e questa no? La F.1 d’oggi, in realtà, è tiratissima, sicurissima, bellissima, fighissima, complessissima e modernissima, quindi guai tornare indietro, anzi, guai solo dubitare di cambiare”.

Sono e resto tra quelli che - pur amando da sempre e per sempre i Gp da non poterne fare masochisticamente a meno - contestano senza remissione questa F.1 perché bonificata, decerebrata, lobotomizzata, asetticizzata, sciapìta e perfino privata del seppur minimo senso della sfida.

La F.1 da anni e anni - e segnatamente ovvero peggiorativamente dal 2014 a oggi -, è gustosa come i sorci pescati dal Ragionier Filini nel film “Fantozzi subisce ancora”. Remember? : «Ma che topi e topi! Per favore, ragionier Fantozzi, non ci si metta anche lei! Esiste il pescecane, il pescegatto e il Pesce Ratto: possono piacere o non piacere, e su questo io non discuto. Ad ogni modo a me la grigliata di Pesce Ratto piace da morire! Comunque lei l’ha detto: buttiamo a mare questa grazia di Dio. Contento?» . 

Ecco, la F.1 turboibrida per me è il Pesce Ratto. Fa un po’ schifo. Ma non è mica questione di opinioni, di dialettica, di sensibilità e democrazia: stavolta non è possibile riconoscere neppure lo status di valido contendente dialettico a chi s’oppone, di iustus hostis, direbbe chi ha studiato, in quanto chi parla e discorre sol perché guarnito d’ossigeno le spara troppo grosse, magari perché tiene famiglia.

Premetto anche che pure l’era Schumi non mi piacque granché. Eh, no. 

Anzi, per certi versi, fu l’inizio della fine, quanto a odiosità e avidità ecclestoniane, distruzione del patrimonio dei circuiti, tilkizzazione degli stessi, culto pacchiano di paddock & budget faraonici e ad abbattimento totale della soglia del rischio ragionevole - addio OstKurve! -, più la presa di distanza dei campioni dalla gente - primo fra tutti Michael, con rispetto parlando, che, blindatissimo, di persona parlava secoli davanti ai microfoni senza dir nulla oppure affidava le stesse frasi prive di reali concetti al registratorino ecumenico di Sabine Kehm, ma pazienza.

Il punto, in questo caso, è un altro.

A oggi, dati alla mano, matematica in soccorso, con la scienza dalla mia, sostengo una realtà semplicissima, che non tutti a oggi sembrano voler capire. 

E cioè la seguente: l’era Schumi degli undici mondiali consecutivi di marca Ferrari, sei Costruttori e cinque piloti, dal 1999 al 2004 compreso, per quanto piattuccia, in confronto a questa fu un capolavoro quanto a emozioni, trame a orologeria e incertezze nella lotta per i titoli, ripartizione delle vittorie, nonché Case e piloti vincenti. Il che è tutto dire, ovvio. Su, confrontiamo quei sei anni Rossi a questi cinque e mezzo turboibridi d’Argento e assisteremo a due storie aritmeticamente e totalmente differenti e disomogenee.

La Ferrari si aggiudica in quei sei anni magici il 60,3 % dei Gp disputati. Tanti, tantissimi, certo, ma la Mercedes dell’era turboibrida, in un lasso di tempo appena minore, a oggi la straccia letteralmente, perché siamo al 68,5% dei trionfi per le Silberpfeil. E questo è niente. 

Nell’era Ferrari, in sei campionati, per ben tre volte il titolo Piloti si gioca all’ultima gara tra un pilota Rosso e un rivale di un’altra squadra. All’ultima gara, chiaro?

Nell’era Mercedes turboibrida il mondiale viene già assegnato ogni volta con anni o mesi luce d’anticipo alla stessa Casa e all’identico pilota, Lewis Hamilton. Fa solo differenza, doppio pungeggio a parte,  il 2016, in quanto Lewis sbiella a Sepang, sennò pure lì, lo sappiamo tutti, proprio non ci sarebbe stata storia. Nisba.

Ma c’è dell’altro. 

Nell’era turboibdrida vincono solo tre Case: troppo la Mercedes e ben poco, in proporzione quasi niente, Ferrari e Red Bull: zero gli altri. 

Nell’era Schumi, invece vincono il doppio dei team, sei, ossia oltre a Ferrari, anche McLaren, Williams, Jordan, Stewart e Renault, ossia, in pratica, più di metà dello schieramento di partenza. 

Di più: fino al Gp d’Austria, tra i turboibridi avevano vinto solo tre power unit, mentre nell’era Schumi degli aspirati di motori vincenti ce ne erano stati addirittura sei: Ferrari, appunto, Mercedes, Mugen-Honda, Ford, Bmw e Renault.

Non finisce qui: all’interno dei top team turboibridi di media vincono almeno una gara non più di quattro piloti a stagione, con punte negative di soli tre piloti in zona champagne, come in questa, nel 2014 e nel 2015, mentre l’ardore al tempo di Schumi vedeva addirittura cinque Case diverse e ben otto piloti vincenti nell’interessantissimo 2003. Per farla breve, i fatti - che restano gli argomenti più sinceri e testardi -, indicano chiaramente che la F.1 dei sei anni turboibridi vanta una monoliticità narrativa schiacciante, avvilente, unica e ineguagliabile, perfino se rapportata al periodo Schumi ritenuto il più monocolore, asfissiante e meno frastagliato dell’intera quasi settantennale storia della F.1 tutta.

Pertanto non è neanche questione di dire “Schumi vi stava bene, Toto Wolff no”. In confronto allo strapotere Mercedes/Hamilton, paradossalmente Schumi con Ferrari fece qualche botta e via, lasciando spazio al doppio delle squadre e dei cristiani sui gradini più alti del podio: di volta in volta e almeno in tre occasioni il successo iridato si decise all’ultimo tuffo, perfino perdendo con Irvine - magari facendo apposta a perdere, toh, lo dico a uso e consumo dei duri e puri -...

Con un’aggiunta che suona come tombale aggravante, per tutti i sostentitori di una non meglio specificata bellezza e pulcritidine della pestilenziale F.1 d’oggi: l’era Schumi finì per sempre al termine dei sei anni della stessa, mentre questa turboibdrida della Mercedes rischia di continuare e rendersi perpetua non solo sino alla fine di questa stagione ma anche per tutta il prossima e chissà per quanto. Perché i nuovi regolamenti, di fatto, sembrano introdurre un timidissimo riformismo e non certo l’attesa, liberatoria e azzerante rivoluzione. Quindi, per cortesia, svegliati, Ferrari. Se non torni a contare politicamente, non ricomincerai neanche a rivincere davvero, in una F.1 messa così.

Vado oltre. La Mercedes ammazza-F1 del semi elettrificato, oltre a essere la più forte, è una Casa partita con almeno due anni di vantaggio tecnologico sui rivali, in termini di ricerca, sviluppo e competitività, all’interno di una situazione che ha posto dal 2014 a oggi l’intera sommatoria dei partecipanti al Circus in condizioni d’inferiorità tecnica devastante. 

Dico di più: non è mai esistita in F.1 un’era così lunga nella quale v’è stata una supremazia così ampia, profonda e dittatoriale.

Qui non si tratta mica di dire che bisogna vincere un po’ per uno, sennò i bambini piangono, per carità, il BoP in F.1 non ha ragion d’essere e guai essere agonisticamente comunisti o redistributivi con la gloria, perché nello sport serio non deve e non può funziona così, sennò si scade nel wrestling. No, no, qui sto sostenendo una cosa molto diversa e ben più semplice: la Mercedes dalla regolamentazione turboibrida è stata messa in una condizione di vantaggio non colmabile - cosa certificata peraltro dalla realtà di quasi sei frustranti annate -, e quindi è ora che di questa posizione stradominante e gravida di sospetti d’essere ingiusta e esagerata fin da principio, se ne occupi chi deve, cambiando filosofia, non solo rimescolando timidamente le carte, come sta purtroppo avvenendo.

Perché in questa F.1 è ora che intervenga un antitrust morale e non solo che spezzi un inusitato monopolio nato quando è stata consegnata a una sola Casa la possibilità di stradominare, in virtù di una power unit stellare e superiore di default a quelle rivali, per anni di know-how di vantaggio

Sennò la Formula Noia diventerà il sinonimo quasi eterno di una F.1 che merita altre piste, altre lotte, altre sfide, altre emozioni. E perfino, nelle discussioni, ben altre contrapposizioni dialettiche.

L’era Schumi/Ferrari fu pallosa, certo che sì, ma questa lo è eccome e infinitamente, torturantemente, desolatamente di più.

Stavolta il dibattito manco si apre. Non c’è proprio. Non esiste neanche. Perché da una parte c’è chi si limita a prendere atto della realtà malinconica per quella che è, dall’altra v’è chi prova a vendere l’aspirapolvere sfiatato, scodellando fandonie in un letto di rucola e panzane.

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