Fateci caso, in questa Formula Uno ormai per decreto durano più le power unit dei cristiani. Con tre unità, a norma di regolamento, devi farci tutto il campionato, salvo pagare salatamente pegno, mentre, dal punto di vista del pilota, no problem, eh. Se non ti va più il tuo, fuori dalle scatole e sotto un altro. Fin qui niente di nuovo, in fondo le co(r)se - in Formula Uno e non solo - stanno così da sempre.

Chi ti mette una monoposto sotto il sedere, si riserva anche il diritto-dovere di tenerti puntualmente sotto pressione per spremere il massimo quasi disumanamente, fino all’ultima goccia di adrenalina. Se necessario mettendo l’un contro l’altro i compagni di squadra manco fossero dobermann o, financo, creando artatamente malumori, sospetti e gelosie perché il potere e la massimizzazione del talento altrui passano attraverso la fornitura di mezzi perfetti ma anche tramite l’utilizzo di mezzucci purchessia. Il problema, semmai, è un altro. Quello, ahimé, del recente superamento del limite dell’ammissibilità e della decenza. Perché ormai, in questa F.1, a parte Hamilton, Verstappen e in una certa misura Leclerc, più Stroll che viene al cinema tranquillo, perché si porta la cadrega da casa, tutti sono sotto esame e a rischio, praticamente a ogni gara.

Intercambiabilità, marchio di fabbrica

Addirittura c’è un top team, la Red Bull, che ha fatto dell’intercambiabilità e della silurabilità dei suoi piloti una sorta di gioioso e ansiogeno marchio di fabbrica. Dal 2005 tra Red Bull e Toro Rosso, fanno fuori Klien con Liuzzi e poi Liuzzi con Klien, quindi Klien con Doornbos, poi Speed con Vettel, Bourdais con Alguersuari, fino al colpaccio del 2016 di Kvyat con Verstappen, che porta il russo in purgatorio e l’olandese nel paradiso della prima vittoria iridata, che subito arriva. Poi Kvyat nel 2017 lascia la Toro a Gasly, fatta la successiva girandola che vede di volta in volta coinvolti lo stesso Kvyat, a turno enucleando e ripescato, Sainz e Hartley, fino al cross over recente tra lo stesso Gasly e il promettente Albon, promosso alla Red Bull. Wow.

Non solo Red Bull, occhio ai movimenti Mercedes

E non basta, perché Mercedes pare molto vicina a siringare Bottas per preferirgli Ocon (forse). No, mentre scrivo queste righe non è mica ufficializzato da nessuna parte che ciò avverrà, ma la verità è che il finlandese, secondo logica, al perdurare della quantità e della qualità delle indiscrezioni in atto, ha già un piede mezzo fuori dalla Casa redesca. E, comunque vada, o si salverà per un soffio o sarà fuori dai giochi per sempre da un top team. E neanche nella sua stagione peggiore, a rigore. Eppure Bottas è uno che sul giro secco una volta sì e una no se la gioca con Lewis Hanmilton, il re indiscusso della pole position, in F.1. Bottas è uno che vanta anche altre tre fantastiche caratteristiche: su certe piste, vedi Zeltweg e Sochi, di solito corre come nessuno, nella giornata buona anche altrove è capace di battere chiunque e, punto tre, mediamente è una gran brava persona, non fa storie, mai polemiche, ubbidisce agli ordini di scuderia, è pronto a sacrificare all’occorrenza una vittoria se non un’intera corsa, senza mai emettere mezza vocale di lamento quando a fine gara mezzo mondo gli chiede conto delle strategie che lo hanno sbertucciato. Eppure la voglia di sostituirlo con Esteban Ocon, uno veloce ma dotato di un’attitudine a piantare casini non solo livemente superiore alla media, è tanta, tantissima, quasi irrefrenabile. Ecco, se anche la Mercedes, anzi, Toto Wolff, si mette a ragionare così, siam già a posto.

Pazienza, la virtù dei forti

Benvenuti nella F.1 post eroica, che dopo le gomme ad alto degrado, il DRS e i kartodromi esotici, propone anche i piloti ad altissimo degrado, i quali hanno team manager che si comportano come il torvo fidanzato della cantante Elodie nel testo del tormentone estivo “Margarita” il quale nell’aria si fonde armoniosamente col flow di Marracash: “Con quell’aria delicata Con un fiore tra le dita Bevi un altro Margarita Poi mi dici che è finita Che da quando sei tornato, mangi solo granita E in un fine settimana guarda come sei cambiato...”

Ecco, invece vorrei tessere un’ode inesausta e fuori moda al valore esattamente opposto. A quello della pazienza, della costanza e della fiducia di una squadra nei confronti del suo pilota. Ricordo che con i metri di giudizio usa e getta adottati dagli uomini di potere in vari team di oggi un mito come Gilles Villeneuve non sarebbe neanche mai nato, perché licenziato dopo una manciata di Gp e un garage pieno di scocche rotte.

E mica solo lui. John Watson sfiorò il mondiale con la McLaren nel 1982 a 36 anni - e l’avrebbe vinto se solo il tecnico Barnard avesse creduto più in lui -, dopo che nel 1980 era stato letteralmente demolito a parità di macchina dal deb Alain Prost. Eppure dal 1981 sia Teddy Mayer che Ron Dennis decisero che era meglio mantenere in squadra uno malconcio come Watson, perché ricco di esperienza. Ebbero stupendamente ragione. Lo stesso mondiale 1982 lo vinse Keke Rosberg, che l’anno prima era un non qualificato seriale con la Fittipaldi e che nel vincente 1982 con Frank non aveva iniziato proprio alla stragrande, anzi.

Di più. Nigel Mansell, che per anni in Lotus si prendeva mediamente un secondo secco al giro da Elio De Angelis, tanto da meritarsi il beffeggiante soprannome di “Mansueto”, poté contare su un apprendistato lunghissimo, infinito e ricco di errori perdonati - malgrado Peter Warr lo odiasse -, altrimenti non sarebbe mai diventato il “Leone” capace di conquistare poi nell’ordine, la Williams, la Ferrari, la Formula Uno, l’America e l’universo mondo.

Non finisce qui. Lo stesso Damon Hill nei primi Gp con la Williams, nel 1993, non era certo irresistibile. A Imola fece uno degli errori più marchiani nella storia della F.1 e quel giorno Frank Williams se ne uscì con una dichiarazione commovente, stupenda, da abbracciarlo: poteva metterlo sotto pressione, dargli un ultimatum o un penultimatum, e invece disse, di fronte alla folla dei giornalisti famelici: «Io dico bravo a Damon: non guardate cosa ha fatto in pista, oggi, ma ascoltate quello che io penso. E io resto molto, molto orgoglioso di lui».

E perfino dopo il terribile 1995, quando in pista DH ne aveva fatte di ogni, asfaltando la strada di nuovo iridata a Michael Schumacher su Benetton-Renault, Frank tagliò corto: «Damon non si tocca, resta lui il favorito al prossimo mondiale».

Che vinse.

La faccio breve: a metà 2008 Jenson Button era un pilota finito. Destinato a terminare alla meno peggio mezza annata con la Honda senza poi avere neanche la certezza di un ingaggiaccio per Le Mans. Ross Brawn gli confermò la fiducia e JB divenne pochi mesi dopo campione del mondo di F.1. Ecco costa intendo, con storia, esperienza maestra di vita e dati alla mano, per il valore della fiducia coerente da contrapporre e far prevalere a quello usa e getta del cambiamo a tutti i costi. I piloti sono purosangue, rispondono a leggi e meccanismi psico-motivazionali delicatissimi e affascinanti, che il più delle volte hanno solo bisogno di rispetto e pazienza, per sublimarsi e dare il meglio.

Forse anche in F,1 c’è bisogno di cominciare a dare ascolto a ciò che dice il prete ai corsi prematrimoniali: stateci ben attenti adesso, ché poi, se da sposati vi lasciate presto e alla prima difficoltà, il somaro non è mica quello che dei due si ritrova abbandonato. No, no, asini siete stati tutti e due quando vi siete presi senza neanche regalarvi la pazienza di dare e far scaturire il meglio, l’uno dall’altro. La messa è finita, andate in pace. E magari non a tiro di Helmut Marko.