C’è qualcosa di tenero e struggente nel trasporto fluviale per Charles Leclerc. Un che di magico, commovente e irrazionale nella luna di miele della gente col ragazzo che sta facendo reinnamorare della Ferrari e della F.1 una folla che sembrava ormai dormiente o da un pezzo frigidamente errante verso altri lidi. E l’afflato per #16 Rosso ormai va bel oltre il fatto che vinca.

Cavalcate avvincenti

Perché monsieur Monaco di Monza, fateci caso, è uno che sa muovere e coinvolgere stomaco e viscere di chi lo tifa, ancor prima dell’emisfero razionale, dando vita a cavalcate dal richiamo magnetico per chi le assapora da spettatore, vincenti o meno che siano, puntualmente caratterizzate, a bordo pista o davanti la Tv, dal cuore in gola dell’osservatore stesso e dalla voglia che la corsa finisca il prima possibile, con la liberatoria bandiera a scacchi.

C’è un che d’ansiogeno nei suoi sprint infiniti, fortunati o meno, dal Bahrain a Monza passando per Spielberg o Spa, di masochisticamente arrapante e anche di penitenziale, di pungolante perfino negli errori in prova a Baku e a Budapest o in gara a Hockenheim, ovvero nella strappacuore sbavatura alla prima Variante di Monza, al 36esimo giro. Insomma, quel piacere che sa essere dolore e viceversa. E mica solo perché a volte le macchine si rompono e gli uomini possono sempre sbagliare, no, no, la faccenda è diversa, più complicata, complessa e avvincente.

Come Gilles?

E dopo Monza 2019 tutta da (ri)scoprire e centellinare. Perché Charles Leclerc è il primo pilota che mentre compie un’impresa ti fa venir da piangere. Perché la sua non è solo capacità di guida applicata ai circuiti, talento bruciante ghirigorato dal sismografo delle telemetrie, ma soprattutto traiettoria biografica ed esistenziale complessa, sofferta, intensissima, che fa sciogliere, commuovere predisponendoci ad abbracciarlo in ogni momento, perché è dai tempi di Gilles che la Ferrari, la F.1 e l’automobilismo tutto non conoscevano un personaggio così autentico, a misura d’uomo, pizzicante corde sensibili e segrete degli entusiasti del Motorsport.

E lo stile di guida non c’entra, perché di sicuro Gilles e Charles partono da presupposti e dna di differente natura, oltre che da storie fondamentalmente non omogenee. Anche se lo status francofono e l’estrazione tutt’altro che ricchissima possono fornire interessanti parallelismi accomunanti e la infinita cavalcata sotto pressione di Monza strizza l’occhio alla processione sfiancante e benedetta di Gilles a Jarama 1981.

La gavetta

Ma, tornando a Leclerc, a mandare in visibilio fin dall’inizio, è che il ragazzo nasce nel posto più ricco del mondo, il Principato di Monaco, e tuttavia di fatto è il pilota più povero approdato nella F.1 dell’era moderna, dopo Alonso, Schumi e Hamilton e praticamente insieme a Giovinazzi. Fu Nicolas Todt ad avere merito, acume e coraggio di salvargli la carriera, quando era kartista in erba e suo padre Hervé stava per gettere la spugna, causa desolante carenza di appoggi economici.

Leclerc, da questo punto di vista, non è solo la sua storia ma la metafora del sogno di tanti, diciamo pure di tutti. Provenire da una famiglia normale e riuscire ad arrivare al top del top stupendamente e meritocraticamente, come se il mondo volendo può diventare un posto migliore e più giusto di quel che sembra nei giorni qualsiasi, quando sei in coda alla posta o giri cercando un lavoro un mutuo o un qualsiasi salvifico gancio dal cielo.

Nel nome di Jules

Poi ci sono altri aspetti, assai più toccanti, profondi, incuriosenti che predispongono alla sospensione dell’incredulità e al coinvolgimento dal ciglio inumidito verso il fanciullo principesco di Monaco. La comunanza affettiva con lo scomparso Jules Bianchi, la storia tragicamente spezzata dell’amico fino all’eiezione dalla vita dopo un coma senza speranza, che fornisce una singolare chance in Ferrari proprio al ragazzo più sofferente di tutti per la morte di Jules. E non finisce qui.

Charles che comincia a saggiare la Rossa e si fa un nome mentre il padre s’ammala gravemente e non riesce neppure a godere appieno il salto di qualità del figlio. Sì, Charles a Baku 2017 che potrebbe sorridere per il trionfo in pista, per il suo stradominare e riscrivere la storia della formula cadetta, ma che allo stesso tempo deve trovare tempo, modi e dosaggi emotivi per gioire e piangere, perché, mentre l’automobilismo costruisce un campione, la sua vita perde il padre.

Poi, il giorno prima di cogliere il successo iniziatico in F.1, la perdita di un amico, a Spa, il caro e sfortunato Anthoine Hubert. Un adesivo sulla carrozzeria della Ferrari tornata al top, una carezza di una mamma a suggellare un’empatia nuova, un groppo alla gola in più.

Più forte del destino

Eccola, la storia, la particolarità, il segno nel sogno di Leclerc. La gioia e l’anima trafitta, l’ascesa e la vertigine malinconica, l’essudato narrativo che diventa presupposto scenografico per sublimare un talento che non registra mai vittorie burocratiche ma che scrive ogni volta capitoli nuovi e umanissimi di un vissuto percepito da chi l’assapora come finalmente vicino, umanissimo, vulnerabile, comprensibile e empaticamente dolcissimo.

Uno come Leclerc, forte nelle corse e fin qui piuttosto sfortunato nella vita per il destino di più d’una persona a lui cara, ha tutto ciò che serve per interessare ed esaltare. Perché di uno così ogni vittoria è anche un po’ nostra, rappresentando vocazione all’impresa alla fine esistenzialmente divisibile come fosse un bottino meritato, il premio di una squadra grande, immensa, ecumenica a giudicare a perdita d’occhio dal podio di Monza, in cui anche il tifoso più piccolo e distante si sente come un premiabile e premiato gregario emotivo. Anche per questo Leclerc è sempre più, specie dopo il pomeriggio magico all’autodromo, la Belva dagli Occhi Tristi.

Una specie d’inceneritore, di termoregolatore spirituale che assorbe negatività trasformandole in energia e giorni memorabili. Volitivo, tetragono, tremendamente e concretamente efficace in pista, non imperforabile, magari non infallibile, ma fortissimo e psicologicamente abrasivo per chi accetta la sfida con lui. Prima, a parità di macchina, è toccato a Seb Vettel, ormai in piena crisi psicologica più che di guida, e adesso a temerlo sono sempre più i Mercedes boy, Hamilton e Bottas.

Con Lewis che lì per lì, mesi fa, si complimentava giulivo con Charles tutte le volte che poteva, augurandoli e preconizzando un gran futuro mentre, adesso che l’avvenire sta diventando presente, il quasi esacampione britannico appare sempre meno soddifatto d’aver azzeccato in pieno pronostici e vaticinii benauguranti. Tanto che nel dopo gara di Monza, al di là del sorriso gentile, sportivo e di circostanza, Hammer aveva un muso che sembrava uno Scania fermo a un autogrill.

Il tripudio

E in più Charles Leclerc si sta dimostrando generosissimo con chi lo ama e lo tifa. Pensate a quando nell’immediato dopogara di Monza Martin Brundle gli chiede un commento sulla sua prodezza, ovviamente in inglese, e il baby gli risponde subito che preferisce esprimersi in italiano. Cavolo, dagli Anni ’90 eravamo abituati al fatto che i piloti Ferrari capacissimi di parlare in dolce stil nuovo poi puntualmente eran vittime di una sorte che li faceva vincere poco poco o niente, mentre solo quelli dall’eloquio mediaticamente e frigidamente albionico sapevano trionfare tanto, tantissimo o fin troppo, con rispetto parlando. Be’ per una volta pare non sia così, ecco. Charles Leclerc sa anche essere così magnanimo, un po’ italiano e quasi paraculo da saper toccare le corde giuste nel momento topico, trasformando la felicità in tripudio generale e mettendo il kers alla rosseggiante voglia altrui d’essere felici. Tipo Lapo Elkann ai massimi che bacia uno sgomento Piero Ferrari ai box, segnando un escalation ad apostrofi rosa che non vanta precedenti nell’affascinante e fin qui ben più misurata storia dei rapporti tra Fiat e Casa di Maranello.

Fatto sta che è bellissimo pensare al Charles che emerge dal bis nelle classiche monumento di Spa e Monza. Con quel cuore in gola, il gusto di gloria struggente che si prova mentre viviamo o riviviamo all’infinito i grandi momenti di sport della nostra vita, dagli sprint olimpici di Mennea, al suo record mondiale, fino al secondo tempo di Italia-Brasile a Spagna 1982 o Rivera che buca Maier ai supplementari di Italia-Germania 4-3.

Dai, la felicità secca, pura e sguaiata poco centra con i godimenti veri di noi italiani. Quando una storia sportiva ci piace davvero e un campione ci prende, prima d’esplodere ci assale un groppo in gola e poi ce lo teniamo e lo coltiviamo per sempre, perché in fondo siamo tutti un po’ così. Anelanti all’esaltazione impastata col piacere momentaneo d’essere tristi. Pronti a voler stringere tra le braccia uno come Charles Leclerc, perché correndo e vivendo ci sta ridando la gioia di vincere, regalandoci il gusto di stare a un passo dal piangere.