Dalla fine della prima metà degli Anni '90 Franco Gozzi era divenuto anche una delle firme più amate dai lettori di Autosprint, dove a lungo è stato columnist con la sua rubrica intitolata "Tunnel", capace di evocare stupendamente il fascino dell'era di Enzo Ferrari e delle corse degli anni ruggenti, di cui fu stupendo testimone e depositario.
Pubblichiamo a seguire uno degli articoli di Gozzi in cui per Autosprint raccontò l'uomo Enzo Ferrari.
Tratto da “Enzo Ferrari. La vita, il mito, le manie, le curiosità”
di Franco Gozzi
(pubblicato su Autosprint n. 32/33 del 5 agosto 2008)
Ferrari era un organizzatore impareggiabile. Il suo capolavoro di conduzione organizzata sono i 10 anni della Scuderia Ferrari negli anni Trenta, durante i quali fece funzionare l’ingranaggio in modo che la Casa madre, l’Alfa Romeo, lo trattasse con favore, i clienti-soci della Scuderia pagassero la macchina con la quale gareggiavano e si assumessero un po’ di spese, e per coprire tutto il resto inventò gli sponsor! ltrettanto talento di organizzatore e amministratore lo sfoderò quando diventò imprenditore, realizzando finalmente il sogno di costruire macchine col suo nome. A questo punto perfezionò le strategie collaudate negli anni della Scuderia e diventò, come lui schiettamente si definiva, un “agitatore di uomini”. Che vuol dire “agitare” gli uomini? Significava mettere a frutto il patrimonio psicologico maturato in lui dopo tante esperienze da pilota, direttore sportivo, uomo d’officina, dirigente, affarista, e se si mette insieme tutto questo ne risulta, per forza di cose un abile, machiavellico gigante in una folla di nani. Ragionava e agiva a un livello superiore, puntava dritto ai suoi disegni rimuovendo, anche spietatamente, qualsiasi contrarietà potesse costituire un ostacolo.
Dal punto di vista tecnico non aveva la preparazione teorica che potesse fare di lui un progettista, aveva però l’intuito della “cosa” da costruire, la immaginava nelle sue previsioni, attorno ad essa orientava i collaboratori e guidava gli esecutori, con rara capacità di sintesi e straordinaria rapidità nel decidere. Posso testimoniare di averlo visto, in ripetute occasioni, tenere testa a fior di diplomati tecnici e laureati ingegneri (dei quali scopertamente invidiava gli studi) e fare una scelta discussa e controversa che però il più delle volte si rivelava giusta. A questo proposito, negava il concetto di fortuna, partendo dal lato opposto: “La sfortuna non esiste – sosteneva – esiste soltanto ciò che non abbiamo saputo o potuto prevedere”. Il che può anche essere vero, ma solo in parte perché, per la verità i suoi bravi colpi di fortuna Ferrari li ha avuti e qualcuno proprio al momento in cui ce n’era bisogno. Dichiarava di essere un costruttore, non un industriale.
Lo dichiarava e lo dimostrava concretamente facendo ammattire tutti noi che avremmo desiderato un poco di tranquillità almeno nella produzione delle Gran Turismo. Intendevamo che un modello bene indovinato, agevolmente costruito, richiesto dal mercato, economicamente proficuo dovesse avere una sua durata. Lui no: detestava indugiare su qualsiasi modello anche in caso di grande successo, voleva cambiare, costruirne subito un altro più aggiornato, più potente, più bello. Abbiamo “ucciso” una 250 Berlinetta: presentata in autunno al Salone di Parigi venne sostituita in primavera dopo solo 7 mesi di vita. Insomma: era un ricercatore, un accanito ricercatore.
Il nuovo lo incuriosiva, lo euforizzava e questa tentazione, una vera e propria debolezza, si faceva ancor più forsennata passando dalle vetture da strada alle macchine da corsa. Voleva provare tutto, sviluppare tutto, in tutte le categorie. Ci sono stati anni nei quali abbiamo corso in Formula 1 e 2, Sport prototipi, Europeo in salita, Serie Can-Am. La Ferrari, per chi volesse prenderne nota, ha tastato tutti i possibili frazionamenti di motore: 4, 6, 8, 10, 12 cilindri, in linea e a V più o meno aperta.
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