Quella di Austin non passerà certo agli annali come una delle più spettacolari gare della stagione F1 2013. Lo stesso Stefano Domenicali ha dichiarato a fine gara che si era deciso già tutto al primo giro. Ma possiamo davvero dire che il GP statunitense non ha mostrato nulla d’interessante? Certamente con un solo pit-stop generalizzato ha tolto quel “rimescolamento” al quale ci eravamo abituati nelle corse con tre soste - se non più - per il cambio gomme. Ma ci stiamo dimenticando di quanto tutti (o quasi) ritenessimo troppo artificioso e caotico un GP deciso dalla durata dei pneumatici? In questo caso, invece, non si è trattato di una “variabile impazzita” e anche chi ha tentato tattiche alternative più o meno “pensate” ha potuto mostrare in modo più chiaro cosa stava facendo, rendendolo più apprezzabile. Pensiamo ad esempio a Esteban Gutierrez, che ha sfruttato la safety car iniziale per sostituire subito le Pirelli medium con le hard. Non è riuscito a fare il “colpaccio” di portarle fino a fine gara, ma è stato interessante seguire il suo GP, e anche quando ha dovuto (ri)montare le medie è restato curioso vedere come recuperava, tanto da essere a ridosso della zona punti prima dell’urto con Vergne all’ultimo giro. Insomma, con meno variabili in gioco, è più facile apprezzare cosa stanno facendo veramente i piloti in pista, anche se a scapito di una spettacolarità talvolta esageratamente multicolore e superficiale. Così abbiamo visto Romain Grosjean resistere con i denti al ritorno di Mark Webber, che a sua volta ci aveva messo qualcosa di suo nel sorpasso a Lewis Hamilton. Il quale in partenza è scattato anche meglio di tutti quelli davanti e poi ha comunque fatto vedere qual è il reale passo della Mercedes (cioè leggermente migliore anche in gara rispetto alla Ferrari). Abbiamo anche misurato in modo più palpabile l’impegno di Fernando Alonso prima nella lotta con Perez, quindi nell’andare a caccia di Hamilton e poi nel reagire agli attacchi finali di Nico Hulkenberg. Non sottovalutiamo poi come si siano potuti mettere in evidenza piloti solitamente offuscati: se per “Hulk” è “solo” un’ulteriore conferma, abbiamo visto pure ottime prestazioni da parte di Sergio Perez e soprattutto di Valtteri Bottas. Il messicano ha messo nero su bianco che se è stato cacciato dalla McLaren non è per la sua velocità (e in effetti a essere sotto accusa sono i rapporti fra pilota e team, piuttosto) mentre il finlandese ottiene i suoi primi punti proprio in una gara che ha mostrato i veri limiti di Pastor Maldonado. Che non sono di velocità o di guida: ma nel tamponamento a Massa in partenza, pur non avendo una vera colpa, un pelino in più di cautela non gli avrebbe compromesso l’ala anteriore e la gara, anzi proprio il contrario. Per non parlare dell'incidente con Adrian Sutil. Fermo restando che anche il tracciato interessante ha parte del merito, tutto questo giusto per esprimere una preoccupazione: non sarà che ci stiamo assuefacendo a una certa “spettacolarità forzata” e così quando non abbiamo più i tanto (giustamente) criticati sorpassi “artificiali” (vuoi per le strategie, vuoi per le gomme, vuoi per altre situazioni o artifici tecnici) non sappiamo più apprezzare un GP “reale” in cui i sorpassi sono più veri e l’impegno dei piloti più visibile? Perché dopotutto questa corsa ha mostrato pure la “pasta” vera di Sebastian Vettel: non (solo) nella precisione geometrica “giottiana” con cui disegna i tondi sull’asfalto a fine gara - magari è anche questione di allenamento… - ma per come in gara ha reagito al giro più veloce di Grosjean, frantumando subito dopo la soglia dell’1’40” al terzultimo giro. Solo che mentre per il francese si è trattato di rispondere a Webber e difendere il secondo posto finale, per il tedesco è stata esclusivamente la voglia/necessità di non essere mai “meno che migliore”. Al di là della macchina, è stato proprio questo che ha reso Seb un quadricampione del mondo. Maurizio Voltini