Vi proponiamo, tratto da Autosprint n.17 in edicola da martedi 29 aprile, un estratto della lunga intervista concessa da Ron Dennis al nostro settimanale, in cui il capo della McLaren racconta il suo lungo e privilegiato rapporto con Ayrton Senna. Dennis ha lavorato con il fuoriclasse brasiliano per sei lunghi anni, ha vinto con lui 3 titoli mondiali e 35 Gran premi F1, ha dovuto gestire situazioni complicate come il rapporto Senna-Prost in squadra, gli ostracismi della Fia e di Balestre verso il suo pilota, e anche le gelosie di Ayrton che dal 1992 aveva capito che la McLaren non era più competitiva e inseguiva un'altra monoposto vincente. Ayrton Senna e Ron Dennis. Il campione dei campioni e il re dei team principal. Non è facile tenere il filo dei ricordi con Ron, fra le sue continue precisazioni e digressioni. Che raccontano di un rapporto non solo professionale, durato sei anni ma iniziato molto prima, 31 anni fa, quando un brasiliano di 23 anni si affacciò per la prima volta al mondo McLaren. «Mi ricordo il nostro primo incontro, ma non so dire se lui cercasse un’opzione di contratto, un test o altro. Io ero disposto a pagargli una stagione in F.3 se avesse firmato per noi, ma lui rifiutò perché voleva essere indipendente. Rispettai la sua decisione ma quando poi provò per la prima volta una McLaren F.1, non ero più disposto, qualsiasi cosa facesse, a dirgli che mi aveva impressionato favorevolmente…». «Per me i brasiliani sono incredibili. Mi piace il fatto che a un certo punto sentano sempre il desiderio di casa. E, dall’altro lato, che vivano ogni esperienza all’estero come una fuga verso una vita migliore. Deve essere per questo che hanno tanti grandi calciatori. Ma non credo che fosse specificamente il caso di Ayrton, che veniva da una famiglia benestante». «A quell’epoca (1982, quando Ayrton doveva ancora arrivare in F.3, ndr) Senna aveva un atteggiamento arrogante. Cercava sempre di avere un vantaggio sugli altri, tipo le gomme migliori, e di accertarsi che gli altri giovani piloti non gli avessero lasciato una macchina danneggiata. È chiaro che era bravo, ma era ancora molto giovane, e con questo atteggiamento da “ho sempre ragione io” non riscuoteva molta simpatia. Andava forte ma mi sembrò che fosse troppo giovane per la nostra squadra. In più avevamo già Alain Prost e Niki Lauda, due grandi piloti. Le cose andavano bene e non avevamo bisogno di nessun altro»... (continua) Alberto Antonini L'intervista completa su Autosprint n.17 in edicola da martedi 29 aprile