Lui e Lewis. La statua e l’icona. Si erano persi per sei anni, si sono ritrovati in un pomeriggio di dicembre. A Lewis Hamilton piacciono i trofei, è arrivato a discutere con Bernie Ecclestone perché quelli dei Gran Premi non sono abbastanza belli e rappresentativi. Il giorno in cui riceve il suo secondo Casco d’Oro, il campione del mondo 2014 è un uomo molto occupato. Arriva con un’ora buona di ritardo, indossa subito la maglietta bianca del team Mercedes, ma poi nota che c’è qualcosa che non va. «Si vede molto la T-shirt nera sotto?». Controlla il collo della maglia, se l’aggiusta. Con lui c’è una truccatrice che gli mette a posto le sopracciglia. Inizia a snocciolare le sue esperienze degli ultimi giorni, i giorni del trionfo. «Sono stato a Manchester, poi in Germania, poi sono venuto qui... Il difficile, in questi giorni, è riuscire a parlare, perché sto perdendo la voce». E in effetti appare stanco, anche se a trent’anni non ancora compiuti certi sforzi si recuperano in fretta. Minuti che scorrono veloci, fra scatti e pose. Fino al momento in cui la scatola rossa viene aperta e il premio consegnato. E finalmente il tempo rallenta, perché Lewis se ne prende un po’ per se stesso, per studiarsi il suo secondo Casco d’Oro iridato dopo quello che Autosprint gli consegnò nel 2008. «Beautiful trophy», sussurra. «Sai, io ci tengo ai miei trofei». - Ti ricordi il primo, a Woking, nella sede McLaren, sei anni fa? Ti fa lo stesso effetto di allora o senti che è cambiato qualcosa? «Sicuramente! Non sono soltanto più vecchio, sono anche più saggio. Per questo sento di poterlo apprezzare molto di più del primo. È bellissimo, e sai quanto ci tengo. Non vedo l’ora di metterlo accanto al primo. E spero anche di riceverne altri da Autosprint...». - Ti rendi conto di avere sorpreso tanta gente, vincendo il mondiale quest’anno. Alla vigilia tante persone dicevano che non sarebbe stato l’anno per te, perché questa nuova formula richiede al pilota di gestire i consumi, le gomme, l’energia, l’affidabilità della power unit e quant’altro, mentre tu avevi la fama di pilota istintivo che dava sempre il tutto per tutto... «Sai, io mi sorprendo molto raramente. Trovo invece, anzi ne sono certo, che la gente...» Lunga pausa. «Che la gente faccia commenti senza conoscere i fatti. Danno le cose per scontato e basta. Io non faccio così, non mi piace: quella che invece conosco con certezza è l’esperienza che ho accumulato in questi anni di corse. Conosco le mie capacità, e non avevo nessun dubbio su come avrei guidato questo tipo di vetture. Ci sono riuscito, e non ne sono affatto sorpreso. Perché ci ho lavorato molto. Non è che sia salito in macchina e bum, abbia iniziato a pilotare. Ho usato tutta la mia esperienza precedente, ho studiato, per essere sicuro di riuscire a fare quello che poi ho fatto quest’anno». Alberto Antonini La consegna del Casco D’Oro è stato occasione di un lungo faccia a faccia con il due volte campione del mondo. Che si è raccontato a cuore aperto. L’intervista completa la potete leggere sul numero 50 di Autosprint, in edicola dal 16 dicembre.