Se è stato possibile farci un film - quello di Ron Howard - sugli anni '70 della Formula Uno, è anche per il grande e contrastante dualismo di personaggi (più ancora che piloti) come Niki Lauda e James Hunt. Perché se il primo era il prototipo del "pilota analista" che si fondeva con la macchina per ottenerne il massimo già a partire dalla messa a punto, il secondo era invece l'impersonificazione di un modo di intendere l'automobilismo che definire romantico o avventuroso è perfino riduttivo. Formula One World ChampionshipRibelle e smodato, caratteriale e istintivo, James Simon Wallis Hunt arrivò in F1 non tanto perché massima espressione tecnologica automobilistica, piuttosto perché trattavasi di quanto più simile a uno dei vecchi tornei cavallereschi di epica memoria. E finché le corse lo appagarono, bene, per poi ritirarsi a metà stagione 1979 perché il feeling era finito e quindi non era motivato nemmeno a finire la stagione, non fosse altro per "onore di contratto". Insomma, un personaggio istintivo e "verace" come già allora pochi potevano permettersi di essere. Per questo ebbe un senso profondo l'intervista con lui scritta nel 1981, vale a dire a due anni dall'abbandono del volante. Quando comunque da commentatore TV per la BBC aveva ancora modo di vedere cosa succedeva in pista e cosa facevano i suoi ex colleghi. Potendoli così valutare con cognizione di causa e con la sua abituale schiettezza "al vetriolo". Ecco dunque alcuni stralci dal nostro Speciale Autosprint con le "interviste ritrovate" che si trova in edicola in questi giorni. Per cominciare, l'equazione pilota-macchina sbilanciata verso il secondo elemento non è mai andata a genio all'inglese, che infatti commenta così la stagione in corso in quel momento: «Trovo tutto piuttosto deprimente, onestamente, perché avevo sperato che uno degli effetti del cambiamento dei regolamenti sarebbe stato quello di scuotere un po' l'ambiente, rendendo le macchine più simili come prestazioni e ripristinando l'importanza del ruolo del pilota. Invece è stato terribilmente triste vedere un pilota della classe di Carlos Reutemann impossibilitato a difendere la sua posizione contro uno come Hector Rebaque, in Argentina». Formula One World ChampionshipMa Alan Jones pensa che l'importanza della macchina non sia cambiata rispetto alle altre stagioni… «Non sono d'accordo, ma chiunque nella sua posizione (l'australiano aveva appena vinto il mondiale F1, nell'80, ndr) direbbe lo stesso. È naturale ed anche piuttosto facile ingannare sé stessi. Quando si ha una delle migliori macchine e si è a lungo protagonisti, si è molto fiduciosi, si crede di guidare meglio degli altri». Quindi Jones come pilota? «Mai stato uno di quelli che dispongono di un grandissimo talento naturale. La sua grande forza è che ha una grande capacità di capire le corse, è un tattico eccellente; inoltre è fisicamente resistente e ha una grande capacità di sopportazione, che gli fa commettere pochi errori. Non direi sia il più veloce in assoluto, ma globalmente è forte, un lavoratore di estrema professionalità». Fattori, questi ultimi, che forse al contrario mancavano al Hunt pilota, dedito al fumo e alle donne più che alla forma fisica… Formula One World ChampionshipBen diversa la valutazione su Carlos Reutemann: «Immagino abbia tratto un enorme beneficio dal fatto di essere al volante di una vettura vincente. Nel passato ha sofferto di depressioni che hanno decisamente avuto influenza sulla sua guida. Ma quando è a posto con la mente, come ora, Carlos è un pilota fantastico». E Nelson Piquet? «Penso che sia veramente molto bravo. È un po' presto per giudicare, ma immagino che emergerà come l'uomo migliore di questo periodo (vincerà il mondiale F1 a fine anno, ndr). Tuttavia in una cosa mi ha deluso, e mi riferisco a quella decisione di partire con le slick a Rio: è stato semplicemente folle, ha buttato via la corsa. Non importa che il suo direttore sportivo fosse favorevole: se si vogliono vincere le corse, possono esserci situazioni in cui si può disobbedire al team». Formula One World ChampionshipParlando invece di Gilles Villeneuve, va innanzitutto ricordato che Hunt lo aiutò all'inizio della sua carriera F1 in McLaren. «Penso sia un brillante talento naturale. Ho sempre pensato in maniera estremamente positiva della sua guida, del fatto che sia estremamente veloce, del suo controllo di macchina, del suo modo di affrontare le corse, del suo entusiasmo. Gilles vive per le corse automobilistiche e questo potrebbe essere il suo maggiore problema. Guida con enormi grinta e fiuto. Le sue ultime vittorie confermano che è anche molto maturato, ma qualche volta mi preoccupo per lui, perché fa delle cose in pista che non sono in armonia con la sua professionalità fuori pista». Austrian Grand Prix, Rd12, Osterreichring, Austria, 12 August 1979.Queste e tante altre opinioni, non solo sugli altri piloti - da Pironi a Laffite, da Rosberg (Keke) a Prost - ma anche su come i progettisti dovrebbero limitarsi a fare macchine affidabili all'interno di un progetto ben codificato dai regolamenti, oppure sugli alti e bassi di un pilota che ha già vinto un campionato, li potete trovare sullo Speciale Autosprint attualmente in edicola con le "interviste ritrovate": un numero da collezione anche per il suo formato in linea con quello di Autosprint degli anni passati. Formula One World Championship