È stato uno strano susseguirsi di voci e di interpretazioni, nonché di applicazioni un po' "borderline" del regolamento, ciò che è seguito alla manovra difensiva di Max Verstappen quando alla chicane di Suzuka ha protetto il proprio secondo posto dall'attacco di Lewis Hamilton. Raggiunto dall'inglese a 7/8 giri alla conclusione del GP, l'olandese della Red Bull è riuscito a rispondere per un po', impedendo un attacco vero e proprio. Uscendo molto velocemente dalla chicane che precede il rettilineo di partenza, Verstappen riusciva infatti a tenere a distanza Hamilton, che non riusciva a "farsi sotto" abbastanza nonostante il DRS aperto e la nota differenza di potenza fra i rispettivi propulsori. 

Questo finché alla fine del penultimo giro Hamilton, in uscita dalla 130R riesce a portarsi un po' più vicino nel punto apparso fino a quel momento più favorevole, vale a dire la staccata della chicane. Qui la traiettoria piega verso sinistra e così Hamilton punta la destra di Verstappen, che però quando lo vede negli specchietti scarta a frenata iniziata a chiudere il varco (che c'era). Così Lewis si trova a doverlo evitare verso sinistra, arrivando anche lungo alla chicane perché ormai sbilanciato. E la gara finisce senza altro da dire, dato che non c'è contatto e nessuno dei due perde la posizione. 

A questo punto si impongono un paio di considerazioni: per questo genere di manovre difensive, Verstappen è spesso stato criticato da altri piloti, e a ben donde. Si tratta infatti di manovre scorrette e soprattutto pericolose, anzi estremamente pericolose. In questo caso specifico magari non tantissimo, ma quando le aveva effettuate a Budapest e a Spa, invece parecchio. Infatti basta un nulla per prendere in contropiede chi segue, quando si sterza a frenata già iniziata, specie se questi è ancora a pieno gas. Le conseguenze potrebbero essere "pesanti" e basta guardare indietro all'incidente di Montreal 2014 fra Perez e Massa per averne un'idea. Eppure finora Verstappen non si era visto applicare nemmeno un'investigazione per quanto fatto ai danni di Raikkonen in situazioni simili, e quindi non ha nemmeno torto a proseguire. Si è parlato del fatto che c'era stato un solo cambio di traiettoria, dimenticando che questa non è l'unica regola in F1 e ce ne sono altre che puniscono direttamente i comportamenti pericolosi. 

Ora, in questa gara fra i commissari c'era Emanuele Pirro. Al quale sappiamo che queste manovre non sono mai piaciute, proprio perché intrinsecamente pericolose. Da persona responsabile quale è, Pirro non arriverebbe mai a "smentire" ufficialmente chi l'ha preceduto nel collegio dei commissari, e del resto questi agiscono anche in base ai precedenti. Ma evidentemente non è riuscito nemmeno a stare fermo. In mancanza di un vero e proprio incidente o di un contatto, che avrebbe permesso di aprire un'investigazione ufficiale, si è accontentato di invitare in direzione gara Verstappen per un chiarimento. In un primo tempo era sembrata una vera e propria investigazione ufficiale, ma così non era: Pirro e Whiting si sono "limitati" a spiegare il proprio punto di vista sull'opportunità e la pericolosità di certe manovre. Non sappiamo se l'abbiano invitato a non farle più o addirittura gli abbiano anticipato che in futuro non le avrebbero più permesse. Ma la "tirata d'orecchi" c'è stata. 

Quando però i responsabili della Mercedes hanno capito che ciò che mancava ai commissari era solo un "appiglio ufficiale" per poter agire, hanno pensato di inoltrare una "protesta formale" ricevuta dagli stewards quasi alle 18,30 locali, cioè a gara conclusa da un pezzo. In questa protesta si è fatto giustamente riferimento all'articolo 27.5 del regolamento sportivo, quello che punisce la guida "erratica" o pericolosa. I commissari però non hanno potuto ascoltare i piloti in merito, che ovviamente è il minimo da farsi in casi del genere, in quanto sia Lewis che Max avevano già lasciato il circuito. Quindi hanno deciso di rinviare questo colloquio, e le relative decisioni in merito, al prossimo GP di Austin fra due settimane. 

A questo punto è emerso il "lato social" di Hamilton che (ricordiamo aveva già lasciato il circuito) evidentemente deve aver letto via internet di questo "reclamo" e, sapendo che non c'era stato (prima di andarsene), ha postato un primo tweet piuttosto caustico in cui scriveva sostanzialmente che "Non c'è protesta da me o dal team. Qualche idiota l'ha scritto ma non è vero", forse anche spinto dalle recenti polemiche sempre a livello di social. Una volta che è riuscito a sentirsi con la squadra e chiarita la realtà dei fatti, il pilota inglese ha cancellato quel tweet e ne ha postato un altro in cui ha chiarito di aver anche chiesto al team di lasciar perdere. Così anche in base a questa volontà del suo pilota e pure per non tirare troppo in lungo la cosa, la Mercedes ha deciso di ritirare la propria protesta ufficiale. Le "motivazioni" ufficiali di Mercedes e commissari sono del resto presenti nei documenti allegati. 

Ecco dunque spiegati i motivi di certi atteggiamenti che probabilmente non erano chiari al grande pubblico, per come oscillavano incerti tra ufficialità o no, e di certe ritrattazioni. Concludendo questa vicenda dai contorni abbastanza inusuali (ma anche curiosi) non possiamo tuttavia fare a meno di rimarcare che, pur se comprendiamo la volontà di "proteggere" in qualche modo un pilota (Max Verstappen) fra i pochi in grado di riportare spettacolo e interesse alle gare F1, questo tipo di comportamento (parliamo solo ed esclusivamente degli scarti in staccata) è davvero pericoloso e prima o poi porterà a conseguenze che potrebbero facilmente rivelarsi tragiche. A quel punto, però, di chi sarà davvero la responsabilità?