"Eravamo nemici-amici. Nelle competizioni eravamo super nemici ma nel privato eravamo molto amici». Inizia così il ricordo di Arturo Merzario registrato da "Radio Capital", il pilota che nel 1976 - durante il gran Premio di Germania - salvò la vita a Lauda estraendolo dall'abitacolo della Ferrari dell'austriaco in fiamme. "Ci furono tanti problemi, non riuscivo a slacciargli la cintura di sicurezza, si era contorto il telaio, il pericolo era che le lamiere mi tagliassero. Al terzo tentativo ci riuscii, avevo imparato al militare a fare il primo soccorso con la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco. Riuscii a salvarlo, quei due minuti furono fondamentali per tenerlo in vita e far intervenire i medici. Ci siamo sentiti nel tempo, l'ultima volta un mese fa. Era molto affaticato dall'intervento. Cosa pensai quando Lauda tornò in pista dopo 42 giorni? Era nella sua indole, noi correvamo per passione". Merzario conferma che Lauda non lo ringraziò per averlo soccorso fino al 2006. "C'era troppa rivalità, eravamo davvero nemici amici. Lauda era nato campione ed è morto da campione".

Queste le parole a caldo, pronunciate sull’onda emotiva della notizia che ha sconvolto questa mattina tutto il mondo della Formula 1. Ma Merzario è stato anche il protagonista dello Speciale che Autosprint ha dedicato a Niki Lauda e, in quell'occasione, aveva dedicato al suo "miglior nemico".

Da Lauda 70: Inferno e Ritorno

Niki Lauda lo conosco praticamente da quarantasette anni o giù di lì e, contrariamente a quanto tanti di voi penseranno, la prima volta non ci siamo incontrati o scontrati in monoposto, bensì abbiamo preso parte alle stesse gare dell’Euro Marche 2000, campionato ai tempi molto importante e che schierava su prototipi in tiratissime prove sprint piloti quali il sottoscritto, Redman, Bonnier, Bell, Elford e molti, moltissimi altri. Lauda ai tempi era giovane e stava ancora imparando.

In fondo come tanti proveniva dalle moto e cercava di trovare un’identità con un volante in mano, mentre per quanto mi riguarda mi ero fatto un nome vincendo le classiche più importanti con i Prototipi, tra l’altro contribuendo in modo significativo al Mondiale Marche 1972 vinto dalla Ferrari. In poche parole, io avevo, a neanche trent’anni d’età, un curriculum invidiabile e lui invece era un ragazzo che si dava da fare, noleggiando già dal 1971 una March per debuttare in F.1 in Austria, trovando il posto l’anno dopo nella squadra di Herd e Mosley, che è stata di fatto la prima ad affittare sistematicamente macchine nei Gp moderni. Inizio poco formidabile, quindi, per Niki, che nel 1973 va alla Brm e stabilisce un buon rapporto con Clay Regazzoni, che fa di tutto - e riesce - a portarlo con sé alla Ferrari in chiave 1974. Il bravo pilota ticinese si sente compatibile con Niki e nondimeno è convinto in cuor suo che quel giovane austriaco per quanto veloce non potrà mai sopravanzarlo, a parità di macchina. Anzi, avere uno come Lauda in casa anche a Maranello significa non a caso togliersi la possibilità residua di convivenza con Conte delle Ardenne, come io chiamo Jacky Ickx, che in Ferrari sarebbe comunque un cliente molto, molto scomodo, visto che da sempre piace molto a quelli di Torino. Clay, però, se è questo che pensa, sta sbagliando o come minimo facendo i conti senza l’oste. Perché ci sono anche altri fattori, che si riveleranno poi determinanti, cambiando il corso della storia e di quanto da lui auspicato. Anzitutto Clay sottovaluta quanto in Ferrari - e lo stesso Enzo Ferrari per primo - siano affascinati dall’idea di dimostrarsi vincenti avendo al volante un pilota praticamente sconosciuto, perché questo automaticamente implica dare il massimo merito immaginabile alla monoposto e al marchio che rappresenta. Secondariamente, lo stesso Clay non calcola fino in fondo che Niki è ancora giovane, sta immagaz- zinando ed elaborando esperienze in fretta e ben presto le tradurrà in una crescita fortissima. Tutto questo porta a cose molto sorprendenti, perché di fatto la Ferrari perde il Mondiale 1974 in quanto non supporta fino in fondo Clay Regazzoni, puntando tanto su un illustre sconosciuto, ossia il Niki medesimo. Ecco, il Niki, proprio lui che l’anno dopo va a vincere il Mondiale, portando a compimento questo sogno di Enzo Ferrari, ossia quello di tornare grande fcendo guidare un ragazzo alle- vato da lui, plasmato partendo poco più che da zero, magnetizzando quindi il massimo del merito. Ricordo - e sarà bene che lo ricordiate anche voi - che a fine 1972 c’era stato un pranzo segreto e rivelatore in quel di Maranello, al quale era stato invitato il grande Jackie Stewart, per cercare la via di un clamoroso accordo. Storia semplice. Da una parte del tavolo lo scozzese, dall’altra Enzo Ferrari, il figlio Piero da testimone e Franco Gozzi da traduttore. Stewart comincia a parlare e, oltre la cifra che pretende, comincia a elencare i benefit che desidera, snocciolando una lista bella lunga. Quando arriva, che ne so, ai viaggi in strabussiness class, metti con lo champagne ghiacciato garantito, Enzo Ferrari sbotta, s’infuribondisce e dice in modenese stretto a Goz- zi: «Ma cosa cavolo vuole, questo qui, da me, anche la fabbrica??!!. Fagli pure sapere che gli dico grazie e che è stato un piacere trattare con lui. Cameriere, ci porti pure i caffé!». Capita l’antifona? Ora, ecco, pensate in una situazione del genere per Enzo Ferrari che tipo di rivincita fosse tornare a stupire e a sbaragliare la F.1 con un ragazzo post- ventenne, simpatico, taciturno e all’inizio quasi senza grosse pretese... Praticamente il sogno dei sogni! Ecco quindi che tutto ha una sua logica e una sua armonia. Niki Lauda fa nascere nel bene e nel male l’epopea con Ferrari, che avrebbe potuto essere più vincente, proprio per- ché diventa e sa essere l’uomo giusto al posto giusto. Poi, certo, arriva l’agosto 1976, il Gp di Germania al Nurburgring e nella piega di Bergwerk la storia cambia per sempre. E qui, ovvio, devo dire un po’ di cose. Primo, è vero, io storicamente sono l’uomo di cui Lauda in Ferrari prese il posto, però dalla Casa di Maranello sono stato io ad andar- mene e non viceversa. Sia ben chiaro. Fui io a migrare verso altri lidi, non Enzo Ferrari ad allontanarmi. Scolpitevelo bene in testa per sempre.

Secondo, arrivando a Bergwerk e vedendo che era scoppiata l’apocalisse, di fatto io non avevo certo tempo per riflettere. C’era un essere umano in pericolo di vita e in uno, massimo due secondi, dovevo pren- dere una decisione fondamentale per la sua esistenza. E la presi scendendo di macchina, buttandomi tra le fiamme cercando di salvarlo e riuscendoci. Punto. L’avrei fatto per chiunque, per il migliore amico, per uno che mi stava sul cavolo o per un altro indifferente. Sono attimi particolari in cui si è uomini o non lo si è, tutto qui. Io penso che lo fui e nel modo giusto, senza per questo volere, pretendere ovvero merita- re lodi o applausi. Fai quello che devi fare, riga. Certo, da lì in poi i rapporti tra me e lui non sono proprio stati del tutto facili, per incomprensioni varie e cose che mi hanno dato un po’ fastidio, che non sto qui neanche a riassumere. Morale della favola i rapporti tra me e il Niki sono tornati a normalizzarsi e a diventare carini nel 2006, quando Bernie organizza una vera e propria rimpatriata al Nurburgring, nel trentennale dal salvataggio dal rogo di Bergwerk, con una troupe della Tv tedesca RTL che filma il nostro ritorno sul posto e una specie di cerimonia spontanea simpatica quanto toccante.

Quindi, certo, da lì le cose son molto migliorate tra noi, anche se lo considero - e siamo - amici-nemici, ecco. Chiaro, restiamo due tipi molto diversi, ma voglio sia chiaro che lo ritengo uno per cui provo qualcosa di forte, di intenso. E lo considero un uomo molto intelligente, scaltro e dalla personalità forte. E poi, non c’è niente da fare, al volante di una monoposto di F.1, parlandone al presente storico, il Niki è uno che indiscutibilmente sa guidare. Anzi è uno che ha insegnato al mondo che si può vincere la guerra a patto di sapersi accontentare e evitare di vincere a tutti i costi tante piccole battaglie. In questo non è stato neanche il primo, nella storia moderna della F.1, se ci pensate bene. Perché io dico che Jackie Stewart è stato il ragioniere fondatore dei Gp, poi è arrivato il Niki che ha aperto nel Circus il primo studio da grande commercialista. Quindi, alla fine, eccoti Alain Prost che diventa professore, docente e luminare bocconiano. Chiaro, no? Però l’importanza, la valenza e il valore del Niki ci sono tutti. Compreso il merito di far parte in primissima linea della grande Mercedes degli ultimi anni. E dico anche che, quanto al Fuji 1976, posso capire, giustificare e scusare il suo coraggio d’avere paura, dopo quello che gli era successo. Per il resto, come pilota e come uomo, è uno che quando parla sa cosa dice e potrete gustarlo in questa pubblicazione in tante interviste ritrovate, dandomi ragione. Infine, vi confido anche un’altra cosa, con la quale non potrete che concordare.

Niki è anche uno che nella vita ha culo. Perché nei suoi momenti più sfortunati ogni volta si ritrova al posto giusto incontrando le persone giuste. Io, per esempio, salvandolo dalle fiamme della Nordschleife gli ho regalato a oggi 43 anni di vita e non sono pochi. Stessa cosa possono dire i medici che l’hanno strappato alla morte trapiantandogli un polmone, operazione molto complessa e non sem- pre baciata da buon esito. Non c’è niente da fare, a lui le cose vanno bene. Pensiamo anche all’incidente col trattore, una cosa all’apparenza stupida ma che poteva finire molto diversamente. Ecco, la sua è una storia strana, complessa, molto bella, che dimostra quanto conti- no le capacità individuali e quanto possa aiutare la testa laddove riesce a sopperire e compensare andando oltre, dove non arriva il piede dell’acceleratore. Perché Niki è stato anche questo, come pilota. Il re dei razionali che sa sconfiggere grandi istintivi. Anche per questo è nella storia, per sempre.

E non chiedetemi, però quale sia stata la sua più bella vittoria, perché rispondo da pilota che i trionfi non sono mai calcolabili e classificabili a tavolino. Chissà, certe volte un ottavo posto con la macchina che non va è più eroico di un successo a bordo di una monoposto superiore a tutte le altre, anche se nel caso di Niki devo riconoscere appieno fini doti di collaudatore, tali da migliorare un mezzo e farlo crescere. Però, tagliando corto, dico che la volta in cui ho tifato più per lui è stata l’e- state scorsa, quando ha rischiato di nuovo grosso ed è riuscito a farcela, a venirne fuori. E adesso che dire, di fronte ai suoi settant’anni? Sincero? Devo proprio svelarvi e nello stesso tempo dire a lui ciò che penso? Ho qui il suo cellulare segreto, quello che dà a pochissimi al mondo. Be’ sfrutterò di sicuro il numero riservato per fargli degli affettuosi auguri. E, resti tra noi, alla fine gli ricorderò un aspetto piuttosto importante della faccenda. Caro Niki, tu sei arrivato a 70 anni, ma guarda che Merzario è a quota settantasei. Non c’è niente da fare, per quanto ne provi, proprio come il giorno in cui ci siamo incontrati in pista la prima volta, l’Arturo ti sta davanti!

Un abbraccio, Niki, ti voglio bene.