Più di scenari affascinanti potrà la ferrea logica di un calendario di Formula 1 che, con il rinvio del GP di Cina causa coronavirus – rinvio con i tratti di una cancellazione “in sospeso” -, è destinato a ridursi a 21 appuntamenti.

Le candidature per subentrare nello slot del 19 aprile, lasciato libero dalla gara di Shanghai, non mancano e, dopo l’interesse manifestato da Imola, anche il Mugello annuncia l’intenzione di proporsi alla FIA.

Ad annunciarlo è stato il sindaco di Scarperia e San Piero, Federico Ignesi, dai microfoni di Radio Sportiva: “Per ora c'è la sospensione del GP di Shangai e noi ci siamo proposti, così come negli anni precedenti quando c'erano problemi con il circuito di Monza, in sostituzione con il nostro tracciato, che rispetta tutti gli standard di sicurezza ed è in una zona adatta per ospitare un evento del genere”.

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Ipotesi suggestiva, quanto lo sarebbe un ritorno della Formula 1 a Imola. La pista di proprietà della Ferrari è stata, in passato, teatro di sessioni di test collettivi, oltreché campo di allenamento del Cavallino rampante, in un’epoca di test in pista liberi, tra un Gran Premio e l’altro. Mai, però, un GP di Formula 1.

Pista vera

Al di là della difficilissima sostituzione alla gara in Cina, Ignesti conferma l'intenzione di un progetto Formula 1 nei prossimi anni: “Mugello non ha mai ospitato un gran premio ufficiale, ma solo una sessione di test, particolarmente apprezzata dai piloti. Mark Webber, allora pilota Red Bull, disse che un giro al Mugello ne valeva dieci a Abu Dhabi.

L'editoriale del direttore: Quella Ferrari tutta da decifrare

La proprietà del circuito sta facendo investimenti propedeutici per un ingresso nel calendario di Formula 1 nei prossimi anni. L’1 marzo andremo a presentare la candidatura ufficiale. La proposta logicamente va strutturata e la presenteremo insieme al sindaco di Firenze. L'in bocca al lupo non è solo per il circuito del Mugello, ma per tutta l'Italia di avere due gran premi in Formula 1".

Perché 21 GP senza Shanghai

Il quadro molto più prosaico della vicenda legata al GP di Cina - con uno scenario dettato dalla diffusione del coronavirus che tiene sotto osservazione non solo l’appuntamento in Vietnam ma anche Bahrain e Australia, finora tutti confermati - vuole altre valutazioni alla base di un “O Cina o niente”.

Un GP in Cina rileva per questioni commerciali, care alla Formula 1 come ai costruttori; l’interesse delle squadre a recuperare un GP per un aspetto meramente numerico è di fatto nullo, dovesse saltare irrimediabilmente Shanghai, sul cui recupero sacrificando una settimana di pausa estiva è giunto il no delle squadre.

 C’è di più, alle squadre fa comodo un week end di gara in calendario, così da avere una gestione "semplificata" sul fronte power unit. Esiste, poi, l’aspetto strettamente economico: i promoter del GP di Cina versano circa 40 milioni di euro alla FOM per l’organizzazione, un impegno insostenibile da eguagliare, come è quantomeno improbabile immaginare un GP corso a condizioni agevolate dopo le lunghe trattative portate avanti nel 2019 con diversi eventi in scadenza, per staccare condizioni finanziarie migliori.