Si dice che certi treni passino una sola volta nella vita. E' vero nella maggior parte dei casi, perché spesso non si ha una seconda possibilità. Non sempre però è così, ed è il caso dell'Aston Martin, che ha ufficializzato il suo rientro in Formula 1, 60 anni esatti dopo il suo addio.

Linfa nuova

Un costruttore che annuncia un rientro in F1 è già qualcosa, quantomeno per scuotere un'attualità resa praticamente inesistente dal Covid-19 che ha costretto squadre e piloti a starsene a motori spenti per almeno un altro paio di mesi e mezzo. Quindi la notizia, già diffusa ma adesso ufficiale, dell'Aston Martin che arriva in F1 rilevando quella che prima era la Racing Point, la fu Force India, è qualcosa da salutare con una certa dose di entusiasmo.

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Cancellare il passato

Se entusiasmante è però la notizia, ben poco lo è il palmarès della casa britannica in Formula 1. Perché il romanzo dell'Aston in F1 contiene a dire la verità poche, pochissime pagine di un libro peraltro sepolto sotto una montagna di polvere e poco gloriosamente ricordato. Ad analizzare bene la cosa, viene fuori che l'avventura dell'Aston in F1 in realtà è uno dei fiaschi più grandi che si ricordino da parte di un costruttore. Niente che oggi non possa essere cancellato, perché ormai parliamo di 60 anni fa. Motivo per cui l'Aston Martin oggi ha tutto l'interesse nel fare bene, per rispolverare una storia che ad oggi vanta appena 5 Gp e nessun punto iridato raccolto. Andò così nel biennio '59-'60, nelle poche apparizioni della casa del Regno Unito nel mondiale. Allora, l'Aston combatteva ai vertici del Mondiale Prototipi, grazie alla Dbr1, vettura capace di aggiudicarsi parecchie gare nell'Endurance ed il titolo nel '59, vincendo nello stesso anno la 24 Ore di Le Mans. Le cose però, nei Gp, andarono diversamente. Riviviamole.

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Un tuffo nella storia dell'Aston in F1

La monoposto realizzata da Ted Cutting per l'assalto al mondo dei gran premi è la Dbr4, sviluppata a partire dalla Dbr1. Con essa, la squadra intende riproporre i successi dell'Endurance anche nei Gp. La Dbr4 è un progetto abbastanza convenzionale, a dire la verità, ma che potrebbe dare comunque qualche soddisfazione, almeno sulla carta. L'errore madornale dell'Aston infatti non è la vettura, bensì la tempistica. La squadra infatti decide di prendersi un po' di tempo in più per il debutto, lasciando nel garage la Dbr4 per tutto il 1958, e riproporla nel 1959: peccato solo che la Cooper abbia appena portato in pista la prima F1 a motore posteriore, pronta a rivoluzionare la scena. Così, quando la Dbr4/250, variante leggermente modificata della Dbr4, debutta, praticamente è già vecchia, con il suo 6 cilindri in linea aspirato da 2,5 litri, perché i problemi non sono i cavalli (ufficialmente, 260) bensì la posizione del propulsore, quella anteriore. Paradossalmente, il battesimo in una corsa non valida per il mondiale, il Tourist Trophy del '59, con Roy Salvadori in pole e poi 2° in gara dietro alla Cooper di Jack Brabham, fanno peggio: il risultato crea ottimismo all'Aston, quando in realtà sfugge la cosa più importante, ovvero che la monoposto non è e non sarà mai in grado di competere per il successo. La doccia fredda infatti arriva al debutto ufficiale in F1, il Gp d'Olanda, con un doppio ritiro per Salvadori e Shelby. La squadra partecipa ad altre tre gare in quella stagione (Gran Bretagna, Portogallo ed Italia), con Salvadori 6° ad Aintree e Monsanto, piazzamento che all'epoca non dà punti. L'Aston ci riprova l'anno dopo, nel 1960, con la Dbr5, una Dbr4/250 modificata: a Silverstone Salvadori è ko, Trintignant solo 11°: la storia dell'Aston in F1 finisce qui.

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Un nuovo capitolo

Oggi però è l'inizio di un nuovo capitolo, di un futuro tutto da scrivere che vuole cancellare un vecchio e poco glorioso passato. Per una casa apprezzata in tutto il mondo, avere avuto più successo con alla guida James Bond piuttosto che con dei piloti di F1 va bene fino ad un certo punto. Buon rientro Aston Martin, e buona fortuna.