Se devo sintetizzare con una sola parola la figura che sta facendo il mondo della Formula Uno rispetto all’emergenza - e alla tragedia - mondiale Covid 19, me ne viene una di lignaggio classico: HYBRIS. Da vocabolario, presso gli antichi Greci, tale si definiva l’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguita dalla vendetta o punizione divina (tísis): concetto di fondamentale importanza in alcuni scrittori greci, specialmente in Eschilo.

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Passano i giorni, le settimane, passeranno i mesi e tutti cominciano a guardare alla situazione internazionale con la distanza e la vicinanzaormai calibrate, per capire e realizzare quale razza di tormento e problema epocale ci stia attanagliando. Ma se c’è qualcuno che, a giudicare dalle sporadiche interviste, dai timidi dibattiti e dalle non rare sparate a cavolo di cane, proprio non ha ancora capito niente dell’entità, della pervasività e soprattutto delle implicazioni morali del problema, quello è proprio il micromondo della Formula Uno.

Prima d’andare avanti, però, fermi un attimo. Non voglio fare d’ogni erba un fascio, eh, perché ad esempio Mattia Binotto m’è piaciuto assai quando ha puntualizzato che la Rossa non avrebbe corso in Australia, indipendentemente da esiti di confronti e votazioni interne, così come c’è solo commozione a pensare che la Ferrari stessa come azienda stia facendo molto di suo per rendersi utile rispetto ai respiratori e la Dallara non manca di dare una mano a sua volta su materiale e attrezzature per combattere l’emergenza stessa, quanto Lamborghini e Brembo, ciascuno nel suo.

Così come il gesto di Roberto Lacorte e di Cetilar che hanno devoluto tutto ciò che non hanno speso a Sebring, avendo il coraggio e la dignità di ritirarsi per primi dal correre, non andrà dimenticato. Si chiamano sinergie ma sono anche pensieri belli, simboli di cuore e anima che in questo momento danno un senso e, perdonerete, anche un pizzico d’orgoglio alla nostra passione per il Motorsport tutto, non solo per la massima formula, eh.

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Però di cose ce ne sono altre che fanno girare le eliche e anche tanto. Capita quando a maneggiare milioni e bilioni ci son personaggi che se non si danno una calmata rischiano di far solo la figura dei coglioni. In altre parole, adesso, sottotraccia, squittendo, fastidiosamente lamentandosi, i poteri forti del Circus non fanno che ricicciare, mettere e rimettere mano al calendario ogni cinque minuti, proponendo, congetturando e mercanteggiando tante di quelle versioni emendate e naufragate, che in confronto le evoluzioni delle autocertificazioni italiane paiono rarissime e stabili.

Peggio. In un momento come questo sarebbe bello vedere tutti i rappresentanti di entità importanti nel mondo del Circus portare avanti iniziative o decisioni utili alla causa, invece, dai e dai, qui l’unica cosa importante sembra essere diventata capire se si corre in giugno, luglio, agosto o quandomai. E se si farà in tempo o meno a disputare un numero minimo di Gran Premi per non invalidare la stagione, quindi evitando di far saltare tanti remunerativi contratti in essere.

In poche e altre parole, il mondo della F.1 ai massimi vertici si sta preoccupando di una sola cosa: di salvare la superpagnotta, apparentemente ignorando l’entità del problema devastante in atto, autochiamandosi fuori dal mondo.
Perché questo la F.1 sembra: in gran parte, un’accozzaglia di grossi e grassi ed egoisti ed egostisti marziani che ben poco hanno a che vedere col pianeta Terra, peraltro in piena coerenza coi comportamenti posti in essere almeno da tre decenni, ovvero dai più trionfanti e arricchenti - non certo spiritualmente - raccolti dell’era Ecclestone.

Pure Vasseur, uomo forte dell’Alfa Romeo in F.1, ha detto chiaramente che l’ambiente dei Gp la deve smettere di sentirsi in un’altra dimensione, figuriamoci se non possiamo pensarlo noi. C’è un che di punitivo (appunto di tísis, direbbe chi ha studiato), nell’eventualità che tutta la baracca sia messa in mora in quanto inadempiente e forzatamente, benché incolpevolmente, non in grado di adempiere agli impegni contrattuali nei confronti dei contraenti, visto lo
sconvoglimento in atto.

Tutto questo dopo che, appunto per decenni, il promoter di turno, in piena crisi di automitizzazione, ipertrofia dell’io, di bulimica fame di quattrini nonché di spregiudicato opportunismo, aveva messo un ideale coltello sotto la gola agli organizzatori di qualsiasi Paese, cercando di spremere oltre l’immaginabile le tasche altrui - a cascata di organizzatori di Gp, sponsor e, a caduta, fino agli spettatori -, rivendicando una tracotanza, un senso di superomismo commerciale e
arrogante (sempre quello che ha studiato parlerebbe di Hybris), facendo letteralmente a pezzi la geopolitica, strutturale, ideale e sentimentale del mondiale di Formula Uno.

Di più. Spostando il baricentro del mondiale verso paradisi turistici, economici e fiscali quasi irreali che nulla hanno a che fare con la tradizione motoristica, ma che tanto hanno a che vedere con la tradizione quattrinara. Facendo letteralmente a pezzi circuiti classici in nome d’una malintesa sicurezza, sostituendoli con postacci che in confronto il kartodromo di Pomposa sembra il vecchio Nurburgring, tanto è bello, rigoglioso e tecnicamente impegnativo.

Ecco, ora questi, i padroni del vapore, son lì con la coda tra le gambe, che cercano, adesso che il buffet si sta frantumando, di raccogliere sotto il tavolo e salvare brandelli di torta, separandoli dai cocci dei piatti, facendo a pugni con le formiche. Massù, un po’ di stile. Ancora una volta, il meno fuori dal mondo di tutti si sta dimostrando il
venerabile e venerando 89enne Bernie Ecclestone medesimo, il quale, tagliando corto, dice: «Penso che si dovrebbe chiudere la discussione sulla possibilità di gareggiare quest’anno. È l’unica cosa da fare per la sicurezza di tutti. È un peccato, ma è così». Chi è dentro le più segrete cose, aggiunge anche che Bernie a quelli di Liberty Media glielo ha già detto e cantato chiaro e tondo: lasciate perdere con questi tentativi di acchiappare farfalle che non volano più,
annunciate che molto probabilmente non ci saranno le condizioni per correre e fate slittare tutto il mondiale di F.1 al 2021, perché è la sola cosa sincera e sensata da fare.

Invece no. Ecco che si continua a dire: ma dai, in giugno magari si potrà far qualcosa, al limite in luglio, sennò c’è agosto, comunque Monza non è mica a rischio, no? Boh. Qui nessuno di noi ha la benché minima infarinatura di gestioni
pandemiche, tuttavia, con i contagi nel mondo mediamente in implacabile esplosione, in questo momento stare a fare previsioni sul ritorno in sicurezza e sulla riaccensione dei motori per l’FP1 del primo Gp 2020 è folle, anacronistico e semplicemente idiota.

Come immaginare durante l’eruzione di Pompei il capo della locale comunità che si domanda  se la calamità potrebbe impedire il successivo passaggio di Maradona dal Barcellona al Napoli. Ma, dico, stiamo scherzando? Chi ha un minimo d’animo da buon padre di famiglia, mica i luminari, ma pure il meccanico di paese spiega al sottoscitto tonto e attonito che il vero problema in prospettiva non sarà tanto vedere calare o scemare i contagi, quanto evitare che si verifichino ritorni di fiamma, esplosioni reiterate e crisi ripetute a seguito di spostamenti indesiderati capaci di riprocurare link letali. Perché le ricadute fanno male quanto le cadute, se non di più.

Della serie, il difficile non è smettere di fumare, l’abbiamo fatto tutti centinuia di volte. La quasi impossibilità, la battaglia più difficile, è non ricominciare. E per l’amaro caso del Covid-19 sarà la stessa identica cosa. Come si può pensare di spostare duemila persone del Circus e mescolarle in qualsiasi parte del mondo con altre cento-centocinquantamila teoricamente provenienti da ognidove, senza temere una ricaduta di contagio che al quel
punto sarebbe lecito definire anche peggio che colposa e un tantino criminale? Per questo sinceramente penso che a oggi non c’è alcuna base certa e ottimistica per dire che il mondiale di Formula Uno potrà riprendere entro un lasso di tempo ragionevolmente breve o a media scadenza.

Quindi, direi, usando ragionevolezza a spanne, delle due l’una: o si ricomincerà nel 2021 e ciao mare, oppure si farà un campionato alla Wec o stile calcio in chiave 2020-2021, con qualche corsetta giusto a fine stagione, ma son dettagli.
E state sereni e tranquilli, a parte qualche taglio, sacrificio e dieta, come leggete altrove in questo numero, nessuna delle squadre finirà in strada perché incapace di pagare bollette o monnezza. Per un motivo molto semplice: in F.1 soggetti deboli non esistono.

Perfino i team più piccoli sono legati, incardinati e collegati ai soggetti più grandi, quelli blindati e autodifendibili. Pertanto tamponabili, salvabili e aiutabili in attesa che torni il sereno. Peggio stanno tutti coloro che nel mondo
corrono in altre discipline, dalla Indy ai rally, passando per le formule minori. Quelle sono le strutture, medie e piccole, che soffrono davvero. Quindi, la F.1 non rischia di fallire o sparire e neanche le singole squadre.

Piuttosto, nei Gp lo scenario prevedibile è il digiuno dei bulimici, la fame dei magnoni, la catastrofica dieta indesiderata che fin da ora sta mandando fuori di testa costoro che pensavano di poter tenere per le palle chiunque al mondo, nel loro settore. Anzi, più si va avanti, più mi guardo in giro, e più penso che in un momento come questo gli sport più ricchi al mondo - mettici pure anche il calcio, accanto alla F.1 -, stanno mostrando soprattutto la loro povertà morale, mentre i più poveri
nulla hanno da perdere, potendo sfoggiare, una volta di più, solo la loro immensa dignità. Ecco, vedete.

È questa la HYBRIS. L’incapacità di capire che le sorti umane, mica solo quelle della Formula Uno, eh, son sempre attaccate e dipendenti da qualcosa di impalpabile, sovrumano e sostanzialmente ingovernabile, assorbibile solo con
consapevole rassegnazione. Questo è il senso di tutto. Capire che alla fine i destini delle co(r)se non li decidiamo noi. E che chi si ostina a negarlo, annegherà un giorno, travolto e strafatto d’HYBRIS.

Il saggio contadino sa che tanto del suo raccolto, se non tutto, più che dalla sua bravura e avvedutezza, dipenderà dal tempo, inteso come meteo. Quando ero bambino, pure il mio edicolante, il Sor Pietro, quando abbandonava d’improvviso il negozio partendo per chissadove a bordo d’un Ape, lasciava in vetrina un foglio con su scritto: “Torno presto. Se Dio vole”. Questa è la prima, immediata e ineludibile lezione che proviene dall’orrenda storia che stiamo vivendo.