Obiettivo Abu Dhabi, sperare di poter tornare all’ultimo GP stagionale per chiudere dal cockpit della sua Haas la carriera in Formula 1. Romain Grosjean racconta come l’obiettivo valga al di là di una reale fattibilità, per le condizioni in cui versano le mani, ustionate, vale quale stimolo ulteriore per accelerare i progressi e se non dovesse farcela, proverà a girare ancora una volta con una F1, un test privato con chi vorrà dargli l'opportunità, rivela in una videoconferenza stampa.

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Racconta, soprattutto, 28 secondi nei quali finiscono compressi pensieri e azioni, tentativi di tirarsi fuori dal rogo, le difficoltà a estrarsi dal cockpit e la mente a chi, da casa, ha vissuto sospeso per quei due minuti e 43 secondi tra il botto, l’incendio e le immagini a tornare su Romain vivo, sulle proprie gambe, scampato al dramma.

Attimi eterni

“Per me non sono stati esattamente 28 secondi, piuttosto è sembrato un minuto e mezzo se dovessi dire un tempo.

Quando la macchina si è fermate ho aperto gli occhi e slacciato le cinture subito. La cosa che non ricordavo, il giorno dopo, era cosa avessi fatto con il volante, non ricordando d’averlo tolto. Mi hanno detto che era finito tra le gamba, il piantone e tutto si era rotto.

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Ho provato a saltare fuori e sentivo come qualcosa che toccava la testa, così mi sono seduto di nuovo in macchina. Il primo pensiero è stato ‘Devo aspettare, sono sottosopra contro il muro, aspetterò che qualcun altro arrivi e mi aiuti’.

Non ero consapevole che ci fosse il fuoco, poi ho guardato a destra e sinistra e ho visto sulla sinistra il fuoco e ho pensato ‘OK, non h il tempo di attendere qui’, provo la prossima volta ad andare un po’ più su sulla destra e non funziona, vado a sinistra e non funziona.

Mi risiedo e penso a Niki Lauda, al suo incidente, ho pensato non può finire così,

non può essere la mia ultima gara, non può finire così, in nessun modo: così ho provato ancora ed ero bloccato.

Sono tornato indietro, poi c’è stato il momento meno piacevole in cui il corpo inizia a rilassarsi, sono in pace con me stesso e morirò. Mi sono chiesto da dove avrebbe avuto inizio, se avrebbe preso fuoco la scarpa o il piede o la mano, sarà doloroso. Sono sembrati 2, 3, 4 secondi, scommetto saranno stati millesimi di secondo in realtà. Poi ho pensato ai miei bambini e ho detto ‘No, non possono perdere oggi il loro papà’.

Non so perché ma ho deciso di girare il casco sul lato sinistro e provare a salire in questo modo, poi ho provato a ruotare la spalla e in qualche modo ha funzionato, però poi ho realizzato che il piede era bloccato in macchina. Mi sono seduto nuovamente e ho tirato più forte che potevo sulla gamba sinistra e il piede è sfilato via dalla scarpa”.

Rassicurare dalle immagini

È il racconto forte per le immagini che evoca, di un Grosjean poi a tirarsi fuori dalla macchina e con i guanti da rossi a neri, bruciati, le mani ustionate e l’aiuto del dott. Ian Roberts, mentre i commissari di pista provavano a domare le fiamme: “Sentivo i ragazzi con l’estintore dire la batteria è in fiamme, portate altri estintori, portatene altri.

Poi siamo andati sull’auto medica e mi sono seduto, mi hanno messo delle borse del ghiaccio sulle mani perché bruciavano e ho detto loro d’avere il piede rotto. Poi il dolore è iniziato sul serio a essere tanto, soprattutto sul piede sinistro”.

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La voglia di camminare verso l’ambulanza, anziché farsi trasportare dalla barella, per lanciare messaggi rassicuranti alla famiglia:

“Pur essendo uscito sulle mie gambe dal fuoco dovevo lanciare un altro messaggio forte che stavo ok e ho camminato verso l’ambulanza.

Penso sia tutta la storia dei 28 secondi e del resto, ma come potete immaginare sono sembrati molto più lunghi di 28 secondi, con tutti i pensieri che ho avuto. Saranno stati millesimi di secondo ma tutti i pensieri mi sono apparsi durare ognuno 1, 2, 3 secondi”.

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