L'editoriale del Direttore: Quel motorsport scrigno d’emozioni

L'editoriale del Direttore: Quel motorsport scrigno d’emozioni

Da Super Max nel GP del Messico, ai trionfi della Ferrari nel WEC e di Battistolli-Andreucci nel CIR, fino al ritiro di Tarquini dal WTCR: è stato un weekend di forti brividi per il mondo delle corse a quattro ruote

Andrea Cordovani

8 novembre

Se sia davvero l’inizio di una nuova era e, soprattutto, la fine di un impero clamorosamente vincente, è ancora presto per dirlo. Ma è questo l’interrogativo principale e avvolgente col quale la F.1 lascia il Messico e fa tappa in Brasile, dove nel prossimo week end potrà già arrivare una gran bella risposta. Forse definitiva. Certo è che Max Verstappen ha messo a segno un blitz fenomenale nella bolgia di Mexico City (140mila spettatori alla domenica 372mila nei tre giorni di show): nel suo balzo felino al via, in quella staccata che ha tutte le caratteristiche dell’opera d’arte con la quale si è bevuto le Mercedes, ha trovato la forza energizzante per costruire una vittoria pesantissima (la terza in carriera in Messico) con la quale allungare ulteriormente su Lewis Hamilton distanziato ora di 19 lunghezze.

GP Messico: i top&flop

Una gara capolavoro quella dell’olandese con una Red Bull ormai a un passo dal superare la Mercedes anche nel Mondiale Costruttori (un solo punto a dividerle in classifica). Una domenica di grande spettacolo con la F.1 che nei suoi due round in Nord America ha lanciato un gran segnale di ripresa per una vita normale, fuori dalla paura anche se ancora dentro al terribile mostro che ha ucciso e stravolto l’esistenza. Quando mancano ancora quattro appuntamenti prima dello striscione d’arrivo di questa incredibile stagione, insomma, l’inerzia del Mondiale F.1 si sposta decisamente a favore di un Verstappen devastante e di una Red Bull sicura e vincente.

Sul volto di Hamilton alla fine c’erano tutti i segni della lotta. Lo sguardo cupo: ne ha viste tante di giornate migliori Hammer. Sa capire subito come tira il vento. Quel secondo posto difeso con le unghie e i denti dall’assalto dell’idolo di casa Checo Perez racconta di un Lewis che sta combattendo la battaglia più dura da quando guida una Mercedes. Ancora più dura del 2016 contro il compagno di squadra Nico Rosberg. Qui la concorrenza arriva da fuori e la sua monoposto non sembra più quella da battere. Vacilla il regno della Mercedes e del sette volte campione del mondo. Max e la Red Bull sembra davvero che abbiano messo la freccia…

Fuori dai temi incandescenti della F.1 ce n’è uno altrettanto caldissimo che racconta la storia di una squadra vincente. Già perché, da anni ormai c’è una Ferrari che vince senza sosta, ingolfa la bacheca di trofei e si porta a casa titoli iridati a ripetizione. È quella che in GT detta legge e fa da punto di riferimento. Sabato scorso in Bahrain sono arrivati gli ultimi due titoli iridati. Alessandro Pier Guidi e James Calado hanno conquistato per la seconda volta il titolo piloti GTE-Pro e Ferrari l’ennesimo titolo Costruttori, al temine di un doppio weekend dove a Sakhir è davvero successo di tutto e di cui ci si ricorderà a lungo, non solo per ciò che si è visto in pista, ma anche per quello che è successo fuori, tra B.o.P., proteste presentate sia da Ferrari che da Porsche e regolarmente respinte dai commissari. Un finale in cui non sono mancati corpo a corpo e neanche le polemiche. Una sfida aspra, il veleno sulla coda di un Mondiale Endurance dal quale il Cavallino esce ancora una volta vincitore con le 488 griffate AF Corse, un connubio clamorosamente vincente. Il miglior viatico per il futuro in vista dell’arrivo della Hypercar con la quale puntare al bersaglio grosso. Con 6 Mondiali e 5 Le Mans vinte sotto la sua gestione Antonello Coletta si gode il momento della festa e sottolinea:

"È stata una stagione molto intensa e combattuta, sotto tutti i punti di vista e l’ultimo round del Bahrain ne è una sintesi. Nel tirare le somme riteniamo di aver meritato questo risultato grazie a tre vittorie su sei gare. Questi successi completano una stagione straordinaria, già da ricordare dopo i trionfi nelle 24 Ore di Le Mans e di Spa, oltre che nei principali campionati endurance".

Ma ci sono anche altre due storie che hanno incendiato lo scorso week end. L’addio alle corse di Gabriele Tarquini e l’ennesimo titolo conquistato da Paolo Andreucci. Racconti diversi per due highlander del volante, nonni insuperabili piede destro pesantissimo e passione gigantesca. A 59 anni di età, dopo mezzo secolo esatto di corse, a fine stagione Tarquini abbandonerà l’automobilismo da competizione nella veste di pilota professionista. Spegnerà le insegne del suo meraviglioso parco giochi. Intervistato da Mario Donnini subito dopo l’annuncio, il Cinghios ha sottolineato: "Da una parte non c’è niente da stupirsi perché prima o poi il tempo di smettere arriva per tutti, è una cosa naturale. Ti dico che di certo non disputerò mai più un mondiale intero e completo, anche se non escludo la possibilità di partecipare a qualche gara spot, in giro per il mondo, ove se ne presentasse l’occasione. Dopo aver salutato tutti in Italia, mi attende l’addio vero e proprio con l’ultima gara del campionato Wtcr che è prevista sulla pista di Sochi, il prossimo 28 novembre". Noi gli tributiamo un lungo, caloroso, applauso col rispetto che si porta alle leggende, perché per noi Gabriele Tarquini, questa è.

Infine qualche considerazione anche su Paolino Andreucci, anni 56, Highlander del controsterzo, capace di vincere l’ennesimo titolo, lasciando la sua impronta anche in quel tricolore Terra che ha chiuso i battenti sabato scorso, con la Coppa Liburna. Su quelle prove speciali sterrate dove si sono scritte pagine memorabili della storia mondiale dei rally con il Sanremo che si allungava fino al cuore della Toscana per mandare in scena le sue tappe più spettacolari, si sono consumate forti emozioni. A svettare in gara è stato Alberto Battistolli, figlio d’arte e al primo centro in un rally valido per il Cir, classe 1997. Il ragazzo vicentino ha imposto la sua legge proprio davanti ad Andreucci, classe 1965, cervello e piede da dosare in una corsa in cui, dopo l’uscita di scena del rivale nella corsa al titolo Umberto Scandola, ha guardato essenzialmente a non commettere errori. "Questo titolo di sicuro mi allunga la carriera", ha sparato Ucci alla fine dell’ultima speciale. C’è da credergli, perché a vederlo sabato in gara è parso di tornare indietro di almeno 10 anni, ai tempi dei titoli a raffica: concentrato, taciturno, teso totalmente verso un obiettivo che neppure questa volta si è fatto scappare. Così il vecchio e il bambino si sono presi tutta la scena rilanciando il messaggio più bello in una Liburna che ha visto entrare in scena anche dei sabotatori. Il loro piano di alterare il risultato del Tricolore Junior è stato reso inutile ma sullo sfondo rimane un grande banalissimo interrogativo: perché certa gente continua ad avere cittadinanza nel mondo delle corse?

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