Centocinquanta giri nei test invernali? Utopia. Correre a Monaco? Un'esperienza mistica. Non è un mistero quanto le monoposto dell'era d'oro della Formula 1, quegli anni Ottanta specialmente, fossero esigenti sul piano fisico. Montecarlo è alle spalle, con i suoi 3.700 cambi marcia in gara. Le leve al volante hanno agevolato e non poco il mestiere rispetto a quando si doveva operare su un cambio con la leva tradizionale. Quel mestiere del pilota che Alain Prost sottolinea come sia cambiato. In meglio? In peggio? Certamente diverso. 

Ha commentato l'exploit a lungo celebrato della vittoria di Verstappen, in Spagna, per sottolineare: «Queste macchine sono molto più facili da guidare, stancano meno sul piano fisico, l'ergonomia è perfetta. Quando guidavo la mia Formula 1 nel 1983, non ricordo nemmeno come fosse possibile farlo a Monaco. In inverno, bastava fermarsi un mese e alla ripartenza con i test all'Estoril restavamo fuori uso per 3 giorni»

Macchine più impegnative, gomme larghe, da sommare a una preparazione fisica che, va anche detto, non era nemmeno lontanamente vicina al perfezionamento raggiunto dalla generazione di piloti attuale. Il pilota-atleta sarà concetto che esploderà pienamente con Senna, poi Schumacher, fino ai metodi di allenamento e l'attenzione sempre più alta raggiunta oggi. «A volte, nei test, facevamo tre giri e dovevamo fermarci. Se riuscivamo a completarne 30 in una giornata era il massimo possibile. Nessun giovane pilota potrebbe mai farlo, oggi, per limiti fisici».

Sterzi a parte: Togliete quella safety, suorine

Nella sua analisi dei diversi compiti richiesti a un pilota, il Professore sottolinea come quello che viene riconosciuto un valore aggiunto, al tempo in cui correva non sarebbe stato necessariamente un plus decisivo. «Oggi si richiedono cose diverse a un pilota, in virtù di tutti i dati acquisiti. A noi veniva richiesto di gestire il consumo, i freni, il cambio, spiegavo tutto al mio ingegnere ma non si è mai seduto in macchina.

Oggi tutto viene fatto dai ragazzi che sono al muretto; un pilota più attento all'analisi e alla tecnica, ai nostri tempi non avrebbe rappresentato necessariamente un valore aggiunto, rispetto a uno molto veloce e con il senso dell'attacco». Profili diversi, ma non dà ai piloti la colpa di quella che può leggersi, tra le righe, come un'involuzione, se vista con gli occhi dei critici: «Il mestiere è cambiato, per colpa dela tecnologia e dei regolamenti, le prestazioni restano diaboliche. Verstappen guida da quando aveva 4 anni sui kart e non è qualcosa di irrilevante. Il livello nell'Europeo o nel mondiale era alto, così ha guadagnato una grande esperienza», ha raccontato all'agenzia AFP.

Altro che format qualifiche, il problema è la sostanza