È stato un grande malinteso quello del presunto “cappio” nel garage di Bubba Wallace a Talladega. Come confermato dall’FBI, la corda annodata ad anello trovata dai meccanici nella zona garage della vettura numero 43, era lì già da mesi e per fini prettamente utilitaristici (ovvero, per essere tirata). Per altro, era presente in altre porte dei box.

Si è trattato di una svista colossale da meccanici e dirigenti: nessun attentato, nessuna intimidazione, ma una testimonianza dell'enorme tensione sul tema che c'è al momento negli Stati Uniti. Certo, viene da chiedersi come sia stato possibile un qui pro quo. Da una parte c’è sollievo per l’inesistenza di un avvenimento che era stato presentato in modo gravissimo. Dall’altra, lo stupore per come, per un nonnulla, si sia arrivati ad un enorme un caso mediatico, alimentato dalla stessa Nascar con un’escalation comunicativa dai toni drammatici e, per come sono emerse le cose, non giustificati.

Una situazione che, paradossalmente, ha molti risultati controproducenti. Da un lato, togliendo serietà ad una lotta sacrosanta contro una discriminazione odiosa, e che sicuramente esiste (un ex pilota Nascar, Dustin Skinner, ha detto di augurarsi che Wallace venisse “trascinato nel paddock con un cappio al collo"). Dall'altro, permettendo a molti con la coscienza sporca di fare la parte delle vittime in una caccia alle streghe.

In altre parole, quella che per la Nascar è una grande occasione di progresso, e di posizionarsi da leader anche in termini sociali, rischia ora di trasformarsi in un boomenrang, una situazione quasi macchiettistica. Sarebbe un peccato.