Takuma Sato, il primo giapponese della storia a vincere la 500 Miglia di Indianapolis, è riuscito a ripetere l’impresa. Il pilota del team Rahal-Letterman-Lanigan, che già aveva prevalso nel 2017, ha scritto il proprio nome per la seconda volta nell’albo d’oro in un anno difficilissimo per tutti, ma soprattutto per lui. Sin dal terzo posto della qualifica, si era capito che poteva fare la differenza, e in gara si è tenuto nelle posizioni che contavano. Sempre nei primi cinque, mai sopra le righe ma lasciando intuire il proprio potenziale.

Arrivato alla battaglia finale col favoritissimo della giornata, Scott Dixon, Sato ha semplicemente rotto gli indugi al giro 172, passando il rivale senza paura di affrontarne il ritorno nelle fasi finali. Anzi, chiudendo anche la porta al limite estremo del regolamento, intuendo all’ultimo istante il momento di lanciarsi senza incorrere nella penalità per “chiusura di reazione”.

Indy 500, Alonso vede il traguardo non il risultato

Il fuoco di Sato

Un brutto botto di Spencer Pigot (illeso) con 4 giri alla conclusione ha neutralizzato la parte rimanente della corsa, ma anche senza la safety-car, Sato si trovava in una posizione invidiabile, con due doppiaggi da fare che non avrebbero lasciato speranze ai rivali. Forse, un po’ corto col carburante. Come detto, sin dai primi giri si era visto che lui, insieme ad Alexander Rossi e Dixon, sarebbe stato tra coloro che si sarebbero giocati il successo. La prova generale nei confronti del pentacampione di casa Ganassi era stata al giro 158, prima di perdere posizioni all’ultima sosta ai box. Ma alla fine, riportandosi in scia, Takuma ha eseguito il piano come meglio non poteva. Due volte vincitore di Indy, a 43 anni. Un’età che per molti prelude quasi alla fine della carriera, per uno che ha iniziato così tardi è ancora quella del pieno splendore. Avrebbe dovuto portare la torcia nelle olimpiadi di Tokyo. Lo farà l’anno prossimo, con il doppio della motivazione.

Sbalordito Dixon

Dopo il traguardo, Dixon era scioccato come raramente lo si è visto. Il supercampione, punto di riferimento dell’IndyCar, darebbe forse quattro dei suoi titoli per un altro anello a Indy, ma non è finita a suo favore. Un minimo di aggressività in più al momento giusto magari gli avrebbe consentito di tornare davanti, ma l’esitazione è stata fatale e, come nella vita, a Indy i se e i ma contano poco. Dixon ha condotto 111 passaggi, ma per lui è arrivata solo la piazza d’onore, la terza in carriera, che brucia moltissimo nonostante dei punti che in campionato aprono un precipizio nei confronti di tutti i competitor.

In Ganassi si è voluta fare troppa strategia? La realtà è che, pur senza parlare o fare troppi proclami, anche il team diretto da Bobby Rahal ha lavorato alla grande, come testimoniato dal terzo posto di Graham Rahal. Dopo una qualifica non facile, il figlio del patron ha recuperato, passo dopo passo, in una giornata che per via delle temperature alte e della loro interazione con l’aerodinamica si è rivelata davvero complicata per chi doveva attaccare e sorpassare, specie nei long-run. Il terzo posto è stato un risultato importante per Rahal, che porta punti utilissimi ma che lo mette ulteriormente in ombra nei confronti del compagno di colori. Nonostante l’assenza di pubblico, l’Indy 500 2020 ha mantenuto le promesse. Peccato per il finale neutralizzato: alcuni, partendo da Dixon stesso, si aspettavano una bandiera rossa che portasse ad uno shootout finale al cardiopalma, ma con quattro giri alla fine, sarebbe stato difficile da giustificare: c’era troppo poco tempo e sarebbe stato tutto troppo artificiale.

Rossi sfortunato

Per un vincitore passato che ha trionfato di nuovo, ce n’è un altro che va a casa arrabbiato e deluso. Si tratta di Rossi, che dopo aver agguantato i primi, ha visto le aspettative sue e dell’Andretti Autosport crollare in pit-lane. In occasione della penultima serie di soste, è stato fatto uscire dai box mentre sopraggiungeva Sato, colpendolo e vedendosi affibbiare una penalità per “unsafe release”.

Nessuno ha avvisato Rossi che stavano sopraggiungendo altre vetture, e l’americano si è lanciato direttamente nella corsia esterna: inevitabile il contatto e la sanzione che l’ha visto sprofondare a fondo gruppo. Il tentativo di mettere a segno un miracoloso recupero si è infranto contro le barriere al giro 144. Il californiano non ha nascosto la delusione, accusando anche Sato di mettere in atto manovre difensive scorrette. Comprensibile la frustrazione, visto il risultato che compromette anche tutta la stagione.

Ferrucci, che poker! Andretti solo 13°

Da rimarcare invece la prova di grande livello di Santino Ferrucci, che ha lavorato benissimo col team Coyne per migliorare la vettura, e alla fine è riuscito a portarsi a casa il quarto posto, completando il poker di alfieri Honda. Primo dei portacolori Chevrolet è stato invece Josef Newgarden: anche grazie agli incidenti e alle caution, ha trovato il giusto percorso piazzandosi quinto.

Sesto Patricio O'Ward, leader della pattuglia McLaren-Schmidt, seguito da un treno di vetture Andretti composto da James Hinchcliffe, Colton Herta, Jack Harvey (nella scuderia satellite Shank) e Ryan Hunter-Reay. Ha perso subito smalto, non trovando più il feeling delle prove con la sua Dallara, il poleman Marco Andretti, tredicesimo. Nella stessa situazione gli ultimi due vincitori, Will Power e Simon Pagenaud: quest'ultimo si è anche toccato con Hunter-Reay, chiudendo ventiduesimo. Ai margini della top-10 Helio Castroneves, probabilmente all'ultima gara col team Penske, e Felix Rosenqvist, che nel finale ha tentato una disperata strategia con una sosta ritardata in bandiera verde. 

Alonso ultima Indy da dimenticare

Una gara complicata da gestire per via del grip e delle condizioni meteo ha visto i rookie pagare pesantemente dazio non solo con la guida, ma anche con situazioni in cui è mancato il sangue freddo. Si è iniziato con Rinus VeeKay, protagonista di un primo stint eccellente, con sorpassi da pelo sullo stomaco e un passo confrontabile con quello dei primi. Il pilota olandese ha però commesso un enorme errore in corsia dei box, dove bloccando le ruote ha toccato i propri meccanici, stallando inoltre all'uscita. Inevitabile lo stop&go che l'ha spedito sotto di un giro. Si è piazzato ventesimo.

È stata poi la volta di Dalton Kellett, che è finito al muro, come confermato da lui stesso, per la troppa impazienza al giro 82. Lo spavento più grosso è stato per Oliver Askew, che al re-start successivo è finito contro le barriere in modo molto violento. Il debuttante della McLaren, campione in carica Indy Lights, è stato colto di sorpresa dal rallentamento del gruppo per un testacoda di Conor Daly, ed è andato forte sui freni perdendo il posteriore prima di centrare il soft-wall interno.

Al giro 121 ha salutato la compagnia Alex Palou, anch'egli molto positivo fino a quel momento. Finito troppo alto come linea, lo spagnolo ha tentato frenando di rallentare ma ciò l'ha mandato dritto nelle protezioni. Anche gente più esperta, come sempre capita, ha dovuto rinunciare ai sogni di gloria. Primo tra tutti, Ed Carpenter, che al primo giro è stato schiacciato nel muro da Zach Veach, piegando una sospensione e finendo sotto di 13 giri. Poi, Marcus Ericsson, ancora tradito dallo Speedway proprio quando sembrava aver messo a posto il bilanciamento e prepararsi a lottare per la top-5.

Indy500, l'ultima chiamata per Alonso. O forse no

Ovviamente, tra i più delusi c'è anche Fernando Alonso. In quella che per il momento potrebbe essere la sua ultima Indy 500, con l'imminente ritorno in Formula 1 che gli farà accantonare i sogni di "Triple Crown" ha concluso solo ventunesimo.

Il pilota asturiano, che già in qualifica non aveva trovato il giusto compromesso, finendo anche a muro per un errore nelle libere, ha sempre navigato a cavallo della ventesima posizione, incontrando non solo difficoltà di bilanciamento, ma anche a livello tecnico, probabilmente elettronico.

L'avventura del 2017, in cui grazie ad un propulsore Honda straordinario (ma purtroppo poco affidabile) era stato tra i leader fin dalle prime battute, è stata un lontano ricordo, e la situazione si è fatta via via sempre più simile a quella per cui, nel 2019, aveva mancato l'accesso alla gara. Ovviamente, non così drammatica, ma per un campione arrivato con l'obiettivo di vincere, non può esserci vera soddisfazione.