L'ultima edizione della Dakar, la 36esima, ha visto tra gli elementi di spicco la partecipazione dello squadrone Mini composto da ben 11 Countryman All4 allestite per il classico raid. Che quest'anno è stato anche più duro del solito, probabilmente il più difficile da quando ci si è trasferiti in Sudamerica. Per questo assume un valore particolarmente pregevole il risultato di aver portato tutte e 11 le vetture al traguardo, da parte del team X-Raid. Per non parlare del fatto non certo meno importante di aver monopolizzato il podio, con la vittoria di Nani Roma seguito da Stephane Peterhansel e da Nasser Al Attiyah. Nelle prime sei posizioni solo la Toyota di Giniel De Villiers ha "sporcato" il dominio Mini, fra le quali si è interposto anche Carlos Sainz col suo buggy SGM prima di essere però costretto al ritiro. Insomma, una prestazione di assoluto rilievo, per non dire quasi spaventosa. Eppure proprio con i principali protagonisti, il team delle Mini ha anche causato un piccolo pasticcio quando è voluto intervenire nella gestione del risultato e delle forze in campo. Uscendosene con "ordini di scuderia" che, per quanto comprensibili in una certa ottica (quella di non perdere per strada i leader), sono stati applicati in un modo che ha causato qualche imbarazzo. Infatti, tirando fuori a tre tappe dalla fine la direttiva di "non rischiare più del dovuto" che nella pratica arrivava a "congelare" la situazione, ciò è stato innanzitutto intempestivo arrivando proprio quando Peterhansel aveva ridotto lo svantaggio da Roma da 40 a 5 minuti, peraltro tirando come un ossesso e quindi rischiando non poco. Inutile dire che a questo punto i "consigli" del team hanno avuto un sapore decisamente antisportivo, quando sarebbe bastato avvertire prima il pilota francese. Aggiungiamo che con uno scarto così contenuto, in una gara di questo genere, è anche arduo da parte degli stessi piloti pensare di "gestire" alcunché: basta pochissimo per sconvolgere la situazione, ed è infatti ciò che è successo nella penultima tappa, quando Roma è incappato in una foratura e in un errore che lo ha bloccato su una duna, con Peterhansel che si è ritrovato al comando quasi senza volerlo. Per non parlare di quando i piloti affrontavano certe speciali marcandosi a vista per evitare complicazioni, e invece creandole. A questo punto altro intervento acrobatico del team per ristabilire la situazione precedente, sacrificando pesantemente il risultato sull'ultima tappa e regalando la vittoria parziale a De Villiers (assieme al quarto posto finale davanti a Orlando Terranova). Insomma, va bene le strategie, ma vanno applicate un po' con cognizione di causa e soprattutto quando le condizioni lo permettono: il deserto cileno non è un "Tilkodromo"... Detto questo, va comunque rimarcato che Nani Roma non ha certo demeritato la vittoria finale, raggiunta a 10 anni da quella ottenuta in moto grazie anche ad un ottimo affiatamento con il navigatore Michel Perin, che aveva permesso di passare ottimamente le prime insidie del tracciato. Dove appunto Peterhansel aveva accumulato il ritardo, per quanto poi recuperato, e dove soprattutto la penalizzazione di 1 ora per un "controllo" di percorso saltato (errore in cui sono incappati diversi concorrenti, nella quinta tappa) ha di fatto estromesso Carlos Sainz ma soprattutto Nasser Al Attiyah dalla lotta per la vittoria. Non è necessario nemmeno il pallottoliere per accorgersi, leggendo la classifica, che il pilota del Qatar avrebbe vinto lui la gara senza quella pesante sanzione. Cosa che del resto lo stesso Al Attiyah non mancava di evidenziare ogni volta nelle interviste di fine tappa, dove risultava costantemente fra i protagonisti: comprensibile che tutto ciò gli "bruciasse" parecchio. In una gara che ha visto l'apoteosi finale di concorrenti spagnoli - oltre a Roma fra le auto, ha vinto un catalano pure fra le moto, Marc Coma - la prestazione di Carlos Sainz è risultata piuttosto amara. Non certo perché l'ex rallista risultasse poco veloce, beninteso: anzi, nelle piste andine e sui tracciati minerari ha fatto valere la sua esperienza specifica. Poi però è incappato nel "penalty" di un'ora di cui abbiamo parlato, al quale ha comunque reagito puntando al risultato di giornata e quindi non certo tirandosi indietro. Peccato però per l'incidente a tre giorni alla fine, oltretutto avvenuto in un momento in cui lo spagnolo non stava certo all'attacco, bensì tutto il contrario. Ci si trovava infatti nel corso del trasferimento della decima tappa, e non in piena prova cronometrata, e dalle foto si è potuto vedere come la curva che l'ha tradito fosse una di quelle classiche "imboscate" che ti attendono dopo un dosso e che vedi all'ultimo momento. Basta essere distratti e la frittata è fatta, ed è proprio ciò che sarebbe successo. Che Sainz in quel momento fosse piuttosto rilassato, anche troppo, lo evidenzia pure la rivelazione che non avrebbe avuto nemmeno le cinture di sicurezza allacciate. C'è dunque da tirare pure un sospiro di sollievo che il cappottamento successivo all'uscita di strada non si sia risolto in qualcosa di peggio - solo ferite lievi per Sainz e nulla da segnalare per il navigatore - quando invece in questa Dakar il motociclista Eric Palante e due giornalisti argentini a seguito della carovana (Augustin Mine e Daniel Ambrosio) non sono invece sopravvissuti: uno alla nottata disperso dopo essersi fermato, gli altri dopo essere precipitati in un burrone. Maurizio Voltini