2a puntata - 24 maggio 2016

Tra poche ore, giovedì, iniziano le qualifiche di Montecarlo e solo a pensarci bisognerebbe mettersi sull’attenti, ricordare com’erano quando ancora in F.1 si facevano solo cose serie e osservare un minuto di raccoglimento alla memoria.

Perché dai e dai tutto questo discorso sui format e sul Q1, Q2 e Q3 è diventato - ma non da quest’anno, da mo’ - un cartone animato incolore e sciapo, che in confronto i Puffi son più arrapanti e andrebbero visti in compagnia di un’ adulta.

Essù, c’è stata un’era in cui le qualifiche erano il momento più teso e drammatico del weekend da Gp e a propiziarlo non era questo o quel format cervellotico, ma una situazione semplicissima, ben al di là della lotta per la pole: tanti erano gli iscritti e ben pochi i posti in griglia di partenza.

Già, il sovrannumero.

Bastava quello per non assicurare a nessuno il diritto di essere al via e rendere le qualifiche, dal primo all’ultimo istante, una roulette russa in grado di spezzare carriere, far vittime illustri e mandare in depressione fior di campioni, puntualmente col cuore in gola.

Trenta, trentacinque iscritti e pochi posti al via. 

Tutto questo, fatti salvi i periodi di magra, dagli Anni ’50 fino alla fine degli Anni’80 e l’inizio dei ’90. 

Da lì in poi, progressivamente e malinconicamente, è partita la F.1 del numero chiuso e del posto in griglia garantito. Il vero, reale schifo che sta alla base della noiosità delle qualifiche.

Perché, adesso, qualsiasi iscritto parte. 

Non c’è più pathos, lotta al coltello, sfida per la sopravvivenza.

Nell’era ruggente, le qualifiche per chi non aveva una monoposto al top erano una giungla psicologicamente assassina, a volte agonisticamente letale per le ambizioni di chi sognava correre in F.1 e, attenzione, Montecarlo ne rappresentava la sublimazione, il fior fiore del dramma

Le qualifiche del Principato erano un perfido e affascinante reality show nel quale tutti erano passibili di nomination e uscita anticipata.

Perché i posti in griglia erano meno che altrove, per motivi di sicurezza, e erano ammessi al via a volte sedici, altre venti monoposto e fino all’ultimo istante non v’era sicurezza su chi erano i salvi e gli spacciati.

Tanto che a turno son rimasti fuori Bernie Ecclestone, nel 1958, Mario Andretti e la Ferrari, nel 1971, piuttosto che Graham Hill nel 1975 e Niki Lauda e la McLaren nel 1983, giusto per citare pochi nomi e tanta roba. Raus, a casa, già da sabato pomeriggio.

Ecco, quelle erano e sarebbero le vere qualifiche, col Principato che creava nuovi sovrani ma ghigliottinava chiunque, durante gli allenamenti. Bastava avere una sfiga o dare una toccatina inattesa al rail nel momento topico e facevi la peggior figura della tua vita.

Stranamente, una volta a Montecarlo si scremava il gruppo per motivi di sicurezza a 20 macchine, ora si parte allegramente in 22, anche se la sicurezza è un isterico idolo su ogni argomento meno che in questo. Strano, no?

Anzi, no: logico. Perché nella F.1 del presente, dei minutaggi Tv garantiti e dei diritti faraonici, nessuno può essere escluso. 

Gli acrobati hanno la rete e le brioche. Se sportivamente cadono, non si fanno male neanche all’orgoglio.

Pochi anni fa invece non c’era pietà e le qualifiche erano una guerra. 

Tarquini, per esempio, è partito in 38 Gp fallendo il via in altri 40, tra prequalifiche (le prequalifiche sì che erano una discriminatoria vergogna, non a caso inventate da Bernie per uccidere i piccoli team e mandarli a casa per sempre, creando le premesse per il numero chiuso) e qualifiche vere e proprie. 

No, altro che brainstorming sui format, pettinando bambole: padroni e piloti di F.1 dovrebbero tornare a quel mondo bello e vero. 

Dovrebbero allargare ragionevolmente il numero dei partecipanti al mondiale e sottoporli alla tagliola delle qualificazioni, senza le ridicole partenze garantite dalla mutua che ci sono ora, con Haryanto sicuro di schierarsi in 21 Gp, così come, se guidasse una Manor, lo sarebbe mia zia.

La partecipazione a un Gp non deve essere sicura e garantita per nessuno: basta alla F.1 delle alchimie cervellotiche dei format, del sei politico e viva la Montecarlo selettivamente spietata delle qualificazioni mangiacristiani che furono.