3a puntata - 31 maggio 2016

Bisogna che ci guardiamo negli occhi dicendo le cose come stanno. Con la mentalità che gira adesso in F.1, il più esaltante primo giro nella storia delle corse, ossia l’avvio di Ayrton Senna nel bagnatissimo Gp di Donington nel 1993, non sarebbe mai esistito. Sostituito da un prudente avvio processionale del gruppone a cielo plumbleo, dietro a una tombale safety car. 

Qui la nostalgia non c’entra. Non parliamo mica di Nuvolari, Caracciola o della Coppa Acerbo, ma del comportamento di un estabishment che da tre decenni è lo stesso, immutatissimo nei nomi, quindi niente malinconie nostre, solo occhiuta incoerenza loro.

E ciò che è accaduto domenica a Montecarlo è di una gravità inaudita non perché inedito - di partenze wet sotto safety ne abbiamo viste una cifra, ormai -, ma solo perché suona come ufficiale e definitiva conferma dell’irreversibilità del mutamento filosofico di questo sport. Che in sintesi consiste in questo: quando piove i signori della F.1 non vogliono noie nel loro locale.

E se nel vecchio west i baristi spegnevano i casini sul nascere tirando fuori la doppietta da sotto il bancone, sui circuiti del mondiale alle prime gocce si fa prima e senza dispendio di polvere da sparo: si parte sotto safety e via.

Una contraddizione stridente, insultante e codarda, parimenti irrispettosa del talento dei piloti e delle aspettative di chi paga per vederli sfidare e sfidarsi.

Perché delle due l’una: o ci sono condizioni per correre e allora si parte con procedura regolare. Oppure non ci sono perché la pista è allagata e allora si resta fermi e buoni ad attendere che schiarisca e s’asciughi.

Avviarsi dietro l’autobus è una presa in giro che serve solo a chi comanda per garantirsi la diretta Tv e a infarcirla di spot lucrosi, privando l’automobilismo dei soli sette-otto giri in condizioni semi-estreme (badate: semi estreme, mica pericolose tout court) che avrebbero fatto la differenza, esaltando i men rispetto ai boys.

E invece no. La safety neanche esce a Suzuka 2014 quando c’è un mammuth in pista, con le conseguenze che purtroppo tutti conoscono, ma è la prima a lasciare la linea di partenza a Montecarlo 2016, il solo posto al mondo in cui le gru operano sicure al di là delle barriere e le velocità medie sono le più basse del mondiale, mentre di acqua sull’asfalto non ve n’è un diluvio e i piloti via radio urlano - Hamilton e Magnussen su tutti - a Charlie Whiting il loro sacrosanto diritto di poter e dover correre.

Siamo a questo.

I famelici padroni del vapore in F.1 ambiscono a guadagni impensabili ma rifiutano il concetto di assunzione del rischio d’impresa, molto più di quanto siano disposti a sostenere gli stessi piloti, stavolta mediamente incazzati quanto noi.

Altroché, i pupari del Circus dicono e stombazzano d’offrire lo spettacolo più estremo al mondo, ma lo fanno con la furba e ammosciante prudenza d’un ristoratore della bocciofila.

Anni fa Ron Dennis rilasciò una bellissima intervista, pubblicata in Italia da “Il Sole 24 Ore”, nella quale, in sintesi, diceva questo: «Dobbiamo amare e preservare la Formula 1, perché resta una delle rare discipline estreme ancora legalmente praticate nel mondo dello Sport».

Ecco, che sia tuttora uno Sport qualche dubbio l’avrei, ma dopo ieri, che non sia estremo, ne ho e ne abbiamo ulteriore e comprovata certezza.

Intendiamoci, non possiamo cavarcela solo così. La farsesca overture di Monaco 2016 va equamente spartita tra le simpatiche parti in causa.

Dei mammasantissima abbiamo già detto. 

Poi ci sono i piloti. Gente che da un quarto di secolo sta zitta, anzi, peggio, parla sempre facendo blabla e non dicendo mai niente, altrettanto furbamente e remuneratamente tacendo e obbedendo, quasi mai ragionando davvero. Per loro, dopo Senna e Prost, terminati i favolosi Anni 90, sono arrivati malinconicamente gli Anni a 90 gradi.

Quindi ci siamo noi giornalisti. Prevalentemente e  cromosomicamente svizzeri alla Don Abbondio, avendo capito che conviene comportarsi come la Confederazione Elevetica in politica estera: non facciamo le guerre con nessuno, ma alla bisogna, glissando, sappiamo fare affari con tutti.

Infine, terminale della faccenda, è l’appassionato vero, trattato come il tubo d’un lavandino, che dovrebbe ingurgitare tutto e di tutto beotamente felice, pagando caramente il nulla o quasi che gli viene offerto come fosse il sale della terra. 

Obbligato a sopportare anche laiche processioni come quella di Montecarlo, il cui unico miracolo è quello d’offrire uno show inesistente in modo mortificante e privo di rispetto, retroattivamente, perfino nei confronti di tutti coloro che in pista, rischiando tanto e spesso per niente, nei decenni passati hanno contribuito, loro sì, a rendere grande e estrema la F.1.

Quando si comporta così, è il Circus a dimostrare d’avere l’acqua alle caviglie e non certo in pista.

A chi comanda, l’augurio sincero di far qualcosa, prima che salga di livello e gli arrivi alla gola.