Domenica pomeriggio verso le tre, tutto il mondo del Motorsport era concentrato sul finale della 24 Ore di Le Mans o sul via del Gp d’Europa a Baku. Da lì in poi ci siamo tutti industriati di vedere e gustare l’uno o l’altro, non sottolineando a sufficienza il vero punto della faccenda, che costituisce a tutti gli effetti un fatto gravissimo.

I due eventi globali e fondanti della stagione, quello storico-tradizionale e il più nuovo e inedito, erano posti artatamente in sovrapposizione. 

Non era possibile contemplare col cuore in gola il finale drammatico della Toyota e la conseguente festa Porsche, senza saltare il giro di ricognizione e il via della gara di F.1.

Una coincidenza offensiva, assurda, scientifica e penalizzante, che non può non essere stata preordinatamente studiata da mesi e mesi, scegliendo l’orario perfetto - a costo di far partire il Gp alle 15 e non alle solite canoniche 14 di casa nostra e farlo arrivare al tramonto -, pur di togliere esposizione mediatica a Le Mans, danneggiandola. 

Ovvio, che poi l’epilogo della maratona si rivelasse così imperdibile, nessuno poteva saperlo in anticipo, ma l’arrivo di una 24 Ore, insieme alla partenza, è il suo punto più spettacolare nonché godibile, e tanto bastava per congetturare orari di qualifiche e gara del Gp che andassero a rompere le uova nel paniere - anzi, diciamo pure le palle - a entrambi, ossia a inizio e fine della 24 Ore: alle 15 spaccate.

Ora, gli irriducibili di Le Mans diranno: vbe, chissenefrega della F.1, non è il mio film, e quelli della F.1 risponderanno: me ne impippo di Le Mans, non è mai stato il mio film, ma il vero ganglio maligno della questione s’annida altrove e vediamo dove e come.

Da anni e anni il calendario della F.1 viene usato da chi ne detiene i diritti commerciali come arma impropria di pressione, selezione e disturbo.

Ormai l’attesa dell’ufficializzazione del calendario definitivo della futura stagione di F.1 è una specie di maxisentenza processuale che contiene non solo orari furbini e date maliziosamente disturbanti per chi impiccia - stavolta vedi Le Mans -, ma anche e soprattutto vere e proprie pronunce di morte, assoluzione o esaltazione che colpiscono sempre più spesso Paesi storicamente legati alle radici più intime dell’automobilismo da corsa, per valorizzare d’amblé sedi avviluppate alle radici più intime del guadagno miliardario facile, a costo di mettere manichini sulle tribune vuote di mega aree desertiche o metropolitane. 

È così che a turno, Francia, Germania e Italia hanno perso, stanno perdendo o rischiano di perdere un Gp, mentre la stessa Gran Bretagna pochi anni fa è andata ben vicina a farlo, con l’austero e sacro British Racing Drivers’ Club di Silverstone messo in piena regolarità alle strette da Ecclestone come Equitalia farebbe con un contribuente che, facendo quel che può, pagando chiede pietà.

Ormai il calendario di F.1 è un’arma di pressione, un offendicolo improprio, con conseguenze che, nelle ipotesi peggiori, ricadono su tutto l’automobilismo da corsa di una nazione e, a cascata, sugli epicentri storici e culturali del Motorsport. 

Quindi la faccenda riguarda chiunque abbia a cuore le corse, nessuno escluso, e non solo e non tanto chi segue superficialmente o profondamente la sola F.1 o il Wec o chissà cos’altro.

Molto probabilmente, se fosse possibile organizzare un Gp sugli anelli di Saturno, lucrandoci perché nello spazio non vige la legge antifumo e il divieto d’usare i relativi e munifici sponsor, si eviterebbe di correre a Monza pur di sgommare sugli anelli di Saturno.

Il tutto, ossia l’indiscriminata libertà del promoter della F.1, si basa su un assunto così sintetizzabile: possedendone i diritti tabellari, il promoter medesimo ha legittimamente piena autonomia di gestire come meglio crede qualsiasi aspetto inerente scelta, utilizzo e aspetti commerciali della faccenda. Tutto ciò che riguarda sfruttamento e guadagno sul prodotto F.1 spetta in modo sacrosanto all’entità che ne detiene le royalties, peraltro, questo va detto, caramente acquistate e gestite con rischio d’impresa.

La Federazione Internazionale, quindi, non può invadere l’altrui sfera di competenza, perché non deve occuparsi di questioni che abbiano un solo dollaro di guadagno in ballo.

Una regola formalmente giusta, che viene applicata in modo restrittivo e penalizzante per questo che, non dimentichiamolo, prima di tutto è o dovrebbe essere uno Sport.

In realtà se un soggetto gestendo una disciplina sportiva ne stravolge l’essenza, una Federazione può e deve intervenire, ponendogli limiti e paletti.

Facciamo un esempio di scuola: se io divento promoter del Cricket e sposto qualsiasi partita dai Paesi del Commonwealth a San Felice sul Panaro, guadagnandoci assai, come minimo mi devo aspettare che la Federazione mondiale del Cricket intervenga impedendomelo, perché così facendo sto creando un problema prepolitico, preeconomico e prepromozionale, recidendo per sempre le radici storiche, culturali e genetiche della disciplina che mi propongo di promuovere.

Ecco, questo letto così sembrerebe logicissimo, ma nel mondo delle corse per ora non succede, nessuno si lamenta perché non accade e verrebbe tanto voglia d’augurarsi che a breve possa accadere.

Con una Federazione Internazionale dell’Automobilismo che intervenga dicendo: okay, promoter, i guadagni sono e restano tuoi, ma sappi che ti devi muovere dentro limiti fondanti precisi e rispettosi del nostro Sport: la stessa Fia esiste apposta per farli rispettare, accanto ai regolamenti.

Per questo sarebbe sacrosanto avere - così come esiste tra i team della F.1 un coefficiente preferenziale che tutela la posizione economica delle Case più antiche e blasonate, Ferrari su tutte -, una lista di gradimento quale utile strumento di tutela di Paesi storicamente e inscindibilmente legati all’automobilismo, nei quali per ciò stesso si può e si deve avere l’organizzazione di un Gran Premio, con costi non imposti dalla bruta e spietata forza del mercato.

Sissignore, anche con date o, come minimo, orari che non impallino forzatamente la 24 Ore di Le Mans, quella che, rispetto alla F.1, è la corsa più antica, bella e diversa del mondo.

Monsieur Jean Todt, sappia che lei è non solo autorevole Presidente della Fia, ma anche il nome che diamo a questa nostra sincera, disinteressata e appassionata speranza.