La Formula uno è quello sport in cui lottano due Mercedes e alla fine vince Hamilton. Ci si prova in tutti i modi a ribellarsi a questa realtà, alla vigilia ci facciamo certi film con finali alternativi che in confronto sognare una notte d’amore con Beyoncé tutta oliata - la quale alla fine ci paga pure il conto dell’albergo chiedendoci: “Mi lasci così o un giorno tornerai?”-, è puro neorealismo.

C’era una volta la F.1 delle sfide e dei rivali che ci facevano stare svegli pure la notte e di giorno vivere felici e contenti. 

Questa no. Quella degli anni 2014 e seguenti dell’era ibrida è decisamente un’altra storia. Né migliore né peggiore, ecco, ma diversa. Una forma torturante di beatitudine altra, alla quale tuttavia lentamente ci stiamo affezionando, come il carcerato in certi prison movie si fa entusiasticamente bastare in cella la corsa delle pulci sulle righe del materasso.

Ormai son tre anni che le frontiere della creatività dell’appassionato spaziano verso feticci narrativi nuovi e inconsueti, pur di smettere di vedere davanti a tutti con salmodiante ripetitività quelle due dittatoriali macchie argentate, al secolo le Mercedes W05, 06 e 07.

La pioggia. Ecco, quella si che non è un miraggio. Piovesse, sì, dai, piovesse. Ma poi non piove quasi mai e se piove Hamilton sul bagnato va da Dio e non è che Rosberg sia impedito, tutt’altro. Allora siamo daccapo.

La Safety-Car, perbacco. C’è la Safety. L’imprevista compattatrice e mutatrice degli umani e prevedibili destini. Che ormai tutto serve meno che a garantire sicurezza, ma è utilissima a evitare partenze incasinate - dovesse mai piovere - e a ravvivare gare più narcolettiche della predica ferragostana d’un parroco svagato. 

Però pure quella è una Mercedes, così, quando la Safety entra, finisce che ci tocca di vedere la solita processione, più compatta ma anche più lenta, con le Frecce d’Argento diventate addirittura tre e Bernd Mayländer che scula giulivo a garantire uno status quo che neanche i socialdemocratici ai tempi del pentapartito.

Fallito il piano B e quello C, non resta che il piano D. 

D come demolition derby. 

Su, diciamoci la verità. Una percentuale maggioritaria bulgara di tutti noi controlla in ogni istante di gara con aria competente tempi, tattiche e distacchi tra le due Mercedes, indagando quanto possa essere vicino e plausibile l’agognato e magico momento in cui Hamilton e Rosberg prima s’ingarellano e poi si spataccano. 

Mica gli si vuole male, ai due ragazzi delle Silberpfeil, no, no, no, anzi. Tanto hanno ferri forti che si muovono su piste sicure e niente gli può succedere. Oh yes, in fondo il parapiglia lo vogliamo per il loro bene, ecco, quand’anche a quaranta all’ora su un tornantino a collo d’oca.

È che la spataccata argentea da Gran Premio domenicale nell’immaginario collettivo del terzo millennio corsaiolo possiede un che di liberatorio, energetico e rimescolante. 

Sì, tutti noi nell’intimo prefreudiano, allo stato neanche tanto inconscio, pregustiamo la strisciata fratricida, la biblica svolta di quei due tizi, Nico e Lewis, che, massì, hanno financo più voglia di noi di mettersi a fare i Caini sfoggiando poi, a casino accaduto, la faccia meravigliata di due sbigottiti Abele.

E così, bang! Il gioco è fatto e la magia comincia. 

Basta una stretta bastarda e se succede l’incidente gode pure il conducente. Siam tutti lì a cantarlo in coro, come la comitiva ebbra su un autobus da santuario che altrimenti viaggerebbe nel mortorio.

Vuoi mettere? Come minimo poi ci aspettano mezz’ora di ralenty da ogni angolo a ventimila fotogrammi al nanosecondo, l’inquadratura in camera box e camera caritatis della faccia di Toto Wolff che tira un cazzotto a un tavolino, lo zoom sulle rughe flambé di Lauda, il quale ogni volta pare commentare col labiale accusatore verso Nico o Lewis “Fankulo Kretino!” ma puntualmente cambia il nome del Kretino di turno con entusiasmante modularità, per cui diventa interessante scoprire se per Kretino medesimo all’uopo intende Rosberg o Hamilton.

E poi l’ansiogena attesa della commissione d’inchiesta che sta indagando indefessa su Lewis e Nico. Una specie di legal thriller al quale ormai ci siamo tutti affezionati, con figure in giuria assai ricorrenti quali il nostro amabile Pirro, il venezuelano Spano o il cattivissimo australiano Connelly che ci rendono la cosa spassosa e spezzarespiro, una via di mezzo tra una puntata di Csi, il sopralluogo di un assicuratore che mentre scartabella polizze e clausole si spara un Biancosarti e una puntata del commissario Coliandro.

Infine, non necessariamente in quest’ordine, il podio, la sentenza mite, le reciproche spiegazioni e il giuramento dei due reprobi di non farlo mai più, condito dall’appello di Lauda e Wolff all’unità del partito, sinceri come Forlani alla fine di un furibondo congresso della Democrazia Cristiana, puntuale prologo di un congresso futuro ancor più felpatamente inferocito.

Parliamoci chiaro, in Formula Uno i domìni - e perfino i condòmini rissosi - ci son sempre stati. Anche i minorenni ricordano, foss’anche per sentito dire, il dualismo Lauda-Prost, quello Prost-Senna, piuttosto che i mandati agonisticamente dittatoriali di Schumi in Ferrari o Vettel su Red Bull. 

È che stavolta la faccenda si pone in maniera diversa, perché la zuffa da ballatoio tra Hamilton e Rosberg dura da tre anni ormai e promette chissà quanti futuri disagi, visto che loro due sono i primi nella storia condannati a non poter divorziare. 

Sissignore, una volta le lotte interne al coltello c’erano eccome, ma finivano presto. Uno dei due salutava e se ne andava. 

Nico e Lewis no, ancor più di Vettel e Webber nell'era Red Bull, sono di una razza nuova, diversa e speciale: perché sanno benissimo che il primo a dire ciao, poi, per vincere un Gran Premio su un altra monoposto, dovrà attendere decadi. Quindi sono obbligati a restare insieme, centellinando e pasteggiando il male minore gustoso come un cent’erbe.

Così nell’umanissima saga di famiglia del nero e del biondo, a turno molti di noi rivivono l’altrettanto umanissima telenovela dei coniugi da anni separati in casa, ma ferreamente per sempre uniti dal timore d’andare a stare peggio. 

La Formula Uno sta diventando quindi anche simbolo e metafora della vita di tanti uomini e donne eroicamente qualunque, proponendo ogni domenica minimaliste scene da un matrimonio degne d’un capolavoro del grande Ingmar Bergman.

Ma c’è un ma. 

La notizia fresca che rimbalza dalla Stiria: un brutto giorno questa minimalista nonché meravigliosa favola rischia di terminare, lasciandoci tutti orfani e vedove. 

Perché all’indomai dell’ennesima spataccata all’argento vivo, stavolta in Austria, Wolff ha detto chiaro: «Ora basta. Da Silverstone cambierà tutto. Ci saranno sistemi precisi, regole ferree e ordini di scuderia». Insomma, mai più situazioni del genere e harakiri in salsa Mercedes.

Adesso che ci eravamo adattati, ora che avevamo trovato godibilità ai motivi ricorrenti d’una trama a suo modo avvincente, ci si paventa innanzi il fantasma d’una nuova svolta normalizzante.

E sarà così che, alla vigilia di quel Gran Premio di Gran Bretagna che nel lontano 1950 sancì l’alba della F.1 moderna, forse non sentiremo parlare mai più di lotte in casa Mercedes, dando addio per sempre a questo piccolo mondo antico di bottarelle bastarde porche, che tanto ci fu caro e non poco la nostra arsura innaffiò.

E magari solo allora, quando vedremo obbedire i due ragazzi irreggimentati nei novelli sincronismi teutonici, capiremo, per l’ennesima volta nella nostra vita, che avevamo vissuto anni bellissimi ma proprio non ce n’eravamo accorti. 

La finale metafora esistenziale, in questa stordente era ibrida, ci racconterà beffarda che eravamo felici, ma non lo sapevamo.