La più grande rivelazione di questo mondiale non è Rosberg che rischia di aggiudicarselo, bensì Ricciardo Daniel di anni 27, 104 Gp disputati e 4 vinti, il più recente domenica scorsa a Sepang. Segni particolari: domiciliato Red Bull e spetalatore di tulipani.

È da questa primavera che ci si meraviglia per Max Verstappen e in parte a ragione, visto che il figlio di Jos bravo, forte, cazzuto e veloce lo è davvero, ignorando però che l’unico al mondo a correre con una monoposto in tutto e per tutto uguale alla sua e in condizioni di assoluta pari dignità, in dodici Gran Premi di scomoda e ansiogena coabitazione gli ha rifilato un secco, stordente, inappellabile e già decisivo parziale di 9-3 in prova, corredato da un doloroso 8-4 sui confronti diretti in gara, nonché un significativo 168-134 in fatto di punti complessivi rispettivamente acquisiti. 

La sola voce che salva e fa uscire molto, molto bene Max rispetto a Daniel è l’1-1 in fatto di vittorie ottenute, anche se in Spagna, il giorno del primo clamoroso trionfo dell’Olandese Volante al debutto in Red Bull, la tattica giusta il box la scelse per lui, mentre a Daniel, perfino vittima di una foratura, non restò che arrancare, fuori dalla zona podio quando potenzialmente aveva il passo per vincere. E all’australiano poi va pure peggio a Montecarlo, dov’è il suo box che manda alle ortiche un trionfo meritocraticamente e virtualmente già suo

Eppure di Ricciardo fino a domenica scorsa si è parlato poco, in quest’annata che da Barcellona in poi doveva vederlo nello scomodo ruolo di post-Kvyat, ossia della seconda vittima designata di Max. In realtà, conti e logica alla mano, Daniel si stia rivelando del tutto più efficace del suo predestinato compagno di squadra e soprattutto in grado di tenere un passo financo aritmeticamente dignitoso rispetto a quello delle astronavi Mercedes, avendo ottenuto nelle ultime cinque gare una vittoria, tre secondi posti e un quinto.

Cioè, cosa deve fare questo qui di più per farsi dire e dare - lui e non Verstappen - del fenomeno? Forse il problema di Ricciardo è più mediatico che altro. Daniel non ha nulla del campione aggressivo, iperfocalizzato e dialetticamente sulfureo nelle dichiarazioni. No, lui resta un ragazzo semplice e spontaneo. Sorride spesso e, quando può ride felice, mentre, se le cose non vanno, non ha problemi a mostrarsi triste. Forse è la sua naturalezza disarmante a dargli un malinteso tocco naive, ma la realtà effettuale è tutt’altra. 

Ricciardo dal 2014 a oggi è l’unico che ove possibile abbia creato problemi - e neanche pochi - alle due entità più concrete e indiscutibili della Formula 1: alla Mercedes e a Verstappen. Velocissimo in prova, Daniel è efficacissimo in gara e dotato - in coabitazione con Hamilton - delle più grandi capacità di sorpassatore, con quella sua spettacolare specialità consistente nel controsorpasso da finta pregressa.

Ecco, dopo il trionfo di Ricciardo a Sepang sono tornato con la mente alla chiacchierata che la scorsa primavera avevo fatto con Helmut Marko una sera a Palermo, giusto davanti al Politeama, a pochi giorni dal garone di Barcellona che lanciò Verstappen in Red Bull, mettendo sotto attacco Ricciardo. 

A ben guardare, Marko quella volta mi disse questo: «Ho scommesso dei soldi su questa faccenda: Verstappen entro tre anni sarà campione del mondo, Ricciardo lo diventerà entro due. Hanno età e storie diverse ma sono due fortissimi, speciali, tra loro differenti come caratteristiche ma belli rari nelle rispettive qualità».

In poche parole, lo stesso Marko manco ci ha mai creduto che Max asfaltasse Daniel, immaginando un futuro luminoso e compatibilmente generoso per entrambi. A conti fatti, tuttavia, Daniel Ricciardo in questi cinque mesi successivi ha l’immenso merito di aver riportato decisamente su rotte più terrestri le orbite apparentemente marziane del più giovane e ambizioso compagno di squadra. Chiudendogli brutalmente la porta in faccia a Sepang, tanto da costringere il team a neutralizzare il finale. 

E spiegandogli così che certe volte la vera rivelazione non è chi che arriva e vince, ma colui che poi riesce brillantemente a evitare il ruolo di vittima designata. Riuscendo a dimostrare d’essere in verità un grande campione nonché il vero predatore, simpatico e inatteso ma non per questo pronto e prono a indossare il vestitino della preda scema. Anche per questo, complimenti, Daniel Ricciardo.

Verstappen, la generazione Playstation che vuole tutto e subito