Il tempo con le sue scadenze cabalisticamente precise e gli anniversari piani, secchi e tondi, è tale e quale al meteo: fa muovere ossa offese e cicatrici, suscitando sensazioni nuove su dolori antichi. 

Mezzo secolo. Mercoledì 10 maggio sono cinquant’anni precisi dal giorno maledetto in cui trovò la morte Lorenzo Bandini, a seguito dell’incidente avvenuto tre giorni prima a Montecarlo, nel corso dell’82esimo giro del Gran Premio di F.1, all’uscita della chicane del porto. 

Moro, solare, aperto, sincero, dal sorriso timido e lievemente ritroso, Lorenzo Bandini era uno splendido italiano

Non veniva dal nulla, altroché, ma da una storia di vita difficile e triste. Nato nella Libia italiana, era tornato in Italia ancora bambino, al seguito dei genitori, trasferendosi a San Cassiano di Brisighella, il paese di suo padre che lì acquistò un albergo. 

Ma la guerra che li aveva fatti partire dall’Africa in cerca di rifugio, aveva comunque distrutto il sogno di serenità, perché Lorenzo aveva perso papà Giovanni, iscritto al Partito Fascista Repubblicano e fucilato durante una rappresaglia.

Ecco, l’esistenza di Lorenzo Bandini inizia davvero ripartendo da lì. Da zero. 

Con mamma Elena che riporta i due figli, Lorenzo stesso e la sorella Gabriella, nella sua Reggiolo, e col ragazzo che diviene provetto meccanico pronto a trasferirsi a 15 anni a Milano, per lavorare nell’officina dell’amico di famiglia Goliardo Freddi

È così che prende le mosse la grande rimonta.

Perché Lorenzo Bandini trova ben presto stabilità economica, esistenziale e sentimentale. 

Nasce e cresce, bella e delicata, la storia d’amore con Margherita, figlia del datore di lavoro e accanto a essa sboccia anche l’altra immensa passione, quella per le corse automobilistiche. Lorenzo, grazie al suocero che gli presta la sua Fiat 1100 Tv, il 10 giugno 1956 debutta nelle corse alla salita Castell’Arquato-Vernasca

E tutto il resto sembra una bella favola, rutilante e ricca di gloria. Perché in pochi anni dalle salite ai circuiti il passo è breve e dalle auto a ruote coperte il debutto in F.Junior è ricco d’auspici, visto che la categoria promozionale lo lancia, perfino con una vittoria a Cuba, mettendo in agenda il debutto in Formula Uno.

Ai Gran Premi ci arriva grazie alla fiducia di un altro splendido idealista, Mimmo Dei capo della Scuderia Centro Sud, nel 1961, che lo schiera al via di quattro gare iridate, con un 8° posto conquistato nel tragico Gp d’Italia a Monza su Cooper-Maserati, la corsa del crash che costa la vita a von Trips e a 14 spettatori.

Poi, progressivamente, l’entrata nell’orbita Ferrari, che segue traiettorie non facili e un’ascesa conquistata coi denti e un viatico sofferto e glorioso.

Con una Rossa vince il Gp del Mediterraneo nell’estate del 1962, ma la gara non è valida per il mondiale. E allora nel 1964 arriva il primo trionfo iridato in F.1, al Gp d’Austria a Zeltweg nell’anno in cui Lorenzo diventa meraviglioso gregario di John Surtees, tanto da fargli vincere il mondiale, mettendo fuori causa in Messico il rivale diretto Graham Hill con una tamponata che gli piega gli scarichi.

Il “Baffo Volante” gli risponderà durante l’inverno con ironia e garbo, inviandogli un manuale di scuola guida. Un po’ perché Graham ha humour e stile da vendere, un po’ perché a uno come Lorenzo non si riesce a voler male.

Passano gli anni, la militanza alla corte di Maranello si fortifica e fiorisce stupendamente. Lui stima e dignità se le guadagna sul campo, lucidando coppe di un palmarés semplicemente fantastico nell’endurance, in una bacheca che vanta, sopra gli altri, trionfi a Pescara 1961, Le Mans 1963, Targa Florio 1965, Daytona e Monza 1967.

Già, il 1967. L’anno della promozione di fatto a prima guida Ferrari nel mondiale di Formula Uno. Con un imperativo non scritto ma categorigo. Vincere al Gp di Montecarlo, domenica 7 maggio. La vera apertura glamour della stagione, dopo l’avvio formale in Sudafrica il 2 di gennaio.

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Su Lorenzo la pressione è pazzesca, eppure al via scatta alla grande, ma a tarpargli le ali è l’olio perso da Jack Brabham, che lo fa scivolare indietro in classifica, proiettandolo in una rimonta inattesa e disperatissima. Nella quale darà l’anima, cercando di acchiappare il battistrada Hiulme, trovandosi a battagliare, tra gli altri, con quel Graham Hill, ancora piccato da Messico 1964, che proprio non gli regala nulla, vendendo carissima la pelle.

Dimenticate il Gp di Montecarlo della modernità e della pay per view. Quello del 1967 è un cimento massacrante che dura 100 giri, per due ore e mezzo di battaglia, col crollo fisico dietro l’angolo come se non più di guai d’affidabilità meccanica.

All’82° passaggio Lorenzo, secondo dietro Hulme, reduce da un passaggio davanti ai box durante il quale ha allargato le braccia quasi a voler dire “io più di così non posso”, esce alla chicane del porto e l’impatto terribile provoca un incendio mortifero

Viene ricoverato in condizioni disperate, con ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

In una Formula Uno che non è ancora fenomeno televisivo mondiale, a dare la notizia ai tifosi italiani è il grande Sandro Ciotti dalla radio, quando ancora l’incendio è in corso e il pilota è intrappolato nell'abitacolo.

Seguiranno tre giorni di trepidazione, di partecipazione mediatica nazionale all’interno di una storia che improvvismente tutti cominciano a sentire vicinissima e commovente.

Lorenzo Bandini sfortunatamente non ce la fa, o forse, fortunatamente, non supera le 72 ore dal crash, col corpo martoriato che trova la pace.

Sembra - e per certi versi è - una storia orribile e ingiusta. Che lascia male. Con un senso di rabbia, impotenza e frustrazione dolorosa verso il destino, rare volte così accuratamente accanito e chirurgicamente spietato, sempre ammesso che esista. 

Eppure, adesso, cinquant’anni dopo, a restar viva accanto all’inquietudine impalpabile che proprio non se ne va, è la nostalgia e la poesia della rimembranza per Lorenzo e accanto a esse il ricordo dei suoi ultimi giorni. 

Di quell’esistenza difficile ma orgogliosa e dritta di un uomo capace di rimonte inverosimili, nella pista e nella vita.

E anche questa, adesso, mezzo secolo dopo, sembra tanto la sua ennesima rivincita. 

Silente, quieta, costruita piano piano, quasi impercettibilmente, come i veri grandi recuperi che passano alla leggenda. 

Ebbene, Lorenzo magari non volendo e non pretendendo tanto, comunque c’è riuscito: cinquant’anni dopo nessuno l’ha dimenticato e tutti coloro che si imbattono nella sua storia promettono di conservarla dentro, come esempio di passione e meritocratico talento, esempio, sì, concetto valoriale grande che sopravvive alle unghiate del fato, del tempo e del nulla.

Lorenzo Bandini c’è ancora dentro chi ha abbastanza cuore da immagazzinare con partecipazione il suo vissuto.

E adesso è bello ricordarlo con un pizzico di ciò che certi scrittori definiscono, con ellissi roboante, “retrofuturo distopico”. Tradotto alla buona, ciò che avrebbe potuto essere e invece non fu. Perché il campione italiano dopo Monaco nella primavera 1967 aveva in programma la partecipazione alla Indy 500, iscritto con una Gerhardt numero 32 dal proprietario Walter Weir, che poi corse con Al Miller II, ritirato al 74° giro, per surriscaldamento.

Adesso è bello rivedere quella macchina a scacchi rossi e bianchi e, in un diverso mondo possibile di un universo parallelo, immaginare Lorenzo nell’abitacolo, capace d’andare ben oltre l’82° giro del Gran Premio di Montecarlo.

Soprendendo, come sempre.

Con quel sorriso un po’ timido e caldo, da splendido italiano.

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