Martedì 17 settembre, Sir Stirling Moss compie 90 anni. La sua importanza nel mondo delle corse ormai va spiegata solo a chi non è degno di capirla, se a oggi ancora non l’ha metabolizzata. Perché se uno ignora chi è e che cosa rappresenta Moss per il Motorsport, non è degno neppure di fare neppure brum brum con le labbra, toh.

Comunque, il Sir resta il più grande pilota di F.1 a non avere mai vinto il titolo ed è sicuramente assai più grande della maggior parte di coloro che hanno ghermito l’alloro iridato. Non bastasse questo, Moss si staglia nella storia delle corse quale più grande pilota endurance degli anni ruggenti, oltre che uno dei più grandi stradisti di tutti i tempi, con quella Mille Miglia del 1955 in coppia con Denis Jenkinson al volante della Mercedes che allo stesso tempo emerge quale corsa mito da record, materia da film, romanzo d’avventura e epica allo stato puro.

Non bastasse questo, Stirling Moss è uomo fantasticamente intelligente, analitico, intellettualmente onesto e capace di analisi lucidissime, affascinanti, illuminanti e spietate, con gli altri quanto con se stesso.

Averlo incontrato, conosciuto e intervistato one to one, anche se purtroppo per non più di un’ora abbondante, resta una di quelle esperienze che è bene tener care. Di quel momento di dialogo - eravamo a Modena nel 2014, per i 100 anni Maserati -, e, per quanto mi riguarda, di religioso ascolto, ho qui il piacere di ricordare alcune sue perle, giusto per farne una collana ben utile a questo presente relativo al Circus iridato, del dopo Monza che guarda verso Singapore.

Tanto per cominciare, in quella occasione mi dice anzitutto questo: «La verità è che iniziai a correre, fui stregato dalle competizioni, perché c’era il pericolo. Mi affascinava quello. Non mi creava paura paralizzante, ma solo gli anticorpi per affrontarlo nel modo più razionale e competitivo. La differenza tra l’automobilismo di ieri e quello di oggi è in gran parte questa. Noi affrontavamo il pericolo non perché purtroppo inevitabile, ma perché, al contrario, il brivido faceva parte del gioco. E se devi giocare col toro, tanto vale prenderlo per le corna. Vedi, io non voglio vedere gente che si fa male. Per niente. Però se quasi azzeriamo questa possibilità, la sfida in pista poi cambia completamente. Ti faccio un esempio. Metti un filo un metro sopra il mio letto e chiedimi di camminarci sopra. Okay, si può fare. Se cado, c’è il materasso. Metti lo stesso filo a unire il Gran Canyon e il discorso diventa diverso. L’abilità richiesta in entrambi i casi è esattamente la stessa, ma la sfida cambia. Sono uno di quelli i quali pensano che la sfida non dovrebbe essere stravolta».

E questo è niente. Gustatevolo ancora: «Non voglio certo che la F.1 diventi più pericolosa, ma se mi chiedi se di pericolo ne vedo poco, rispondo di sì. Resta un ingrediente importante, fondamentale in una disciplina estrema come quella del Motorsport e combatterlo indiscriminatamente non porta a risultati ideali. Secondo me va addomesticato, reso ragionevole, ma non estirpato del tutto. I Gp sono sempre belli, ma nella Formula Uno attuale ha grande preponderanza la tattica e il pilota, l’uomo che sta al volante, ormai conta più o meno il 3%. Credo sia questo il nucleo della questione. Ai miei tempi le macchine erano infinitamente meno sofisticate e un campione spostava tantissimo. Ora non più». Fantastico. Musica. 

E poi, via, immarcabile: «Il trionfo visivo dell’on board camera non mi dispiace affatto. Il punto è un altro: mostrare tutto non fa sì che il pubblico necessariamente comprenda o si emozioni meglio. Forse gli appassionati dei miei tempi vedevano di meno e capivano più, di corse. Il problema o la soluzione non risiedono nell’informazione, nei mass media. A volte penso, al contrario, che ci sia qualcosa di sbagliato alla fonte, nella postura dei piloti, nell’atteggiamento dei campioni, nei confronti del pubblico. Mi paiono distanti, distaccati, blindati, rispetto alla gente. Lo sai che in tutti gli anni più sfolgoranti della mia carriera il mio numero è sempre stato sull’elenco telefonico? Non mi sono mai negato a nessuno. Se un race fan voleva fare due chiacchiere con Stirling Moss, alzava la cornetta, componeva il mio numero e se ero a casa gli rispondevo e magari scambiavo due chiacchiere. E sui campi di gara mi fermavo a salutare, ero gentile. E sai perché? Non che fossi un sant’uomo ma pensavo e penso che alla fin fine quello che ci guadagnava davvero a comportarsi così ero io, perché godevo non solo di fama, ma anche di approvazione, di consenso tra la gente. E ai miei ingaggi ciò giovava molto».

E poi, l’apice nella sua teorizzazione della differenza tra i piloti come lui e quelli di oggi: «Onestamente penso che se qualcuno mi ridà indietro i miei vent’anni, in questa Formula Uno lotterei tranquillamente per la vittoria. Non vedo perché no. Ho sempre vinto, lo farei anche ora. La parte interessante della questione però risiede altrove. Invertiamo i termini. Prova a chiedere a Hamilton se ci starebbe a sfidarmi sul vecchio Nurburgring al volante di una Maserati 250F. Ti risponderebbe no, grazie, non ci vengo, perché non è sicuro. La differenza è questa. Uno della mia generazione andrebbe bene sempre, quelli della leva attuale sono buoni solo per oggi».

Ecco, dopo un Gran Premio come quello di Monza, gara bellissima, tiratissima, strapacuore, ansiogena e dall’epilogo favorevole alla lepre braccata Leclerc, per questo narrativamente strepitosa a prescindere dal tifo ferrarista o meno, forse questa F.1 s’è un po’ purificata e fatta, per l’occasione, assai più degna di festeggiare anche i novantanni di Stirling Moss.

Dimostrando una volta di più che il DRS è l’invenzione più orrenda, mistificatrice e cialtronesca di tutta la storia delle corse, perché è più bella una lotta vera di mille sorpassi finti. 

Non c’è alcun bisogno di vedere una caterva di infilate che non contano niente. Fa più effetto una ruota bloccata nel tentativo di non mollare, di un superamento derivante da meri effetti aerodinamici coadiuvanti. Che anche a descriverli così sembrano - più che il nuovo sale delle corse - la descrizione di un purgante.

Dimostrando anche che, proprio come Autosprint tutto, il direttore del medesimo, questa rubrica e il sottoscritto hanno sostenuto fin dal colmo della polemica e dall’occhio del ciclone, che i piloti vanno lasciati il più possibile liberi di lottare e di esprimersi in pista, sennò non è F.1 ma scuola guida per gimkane iperveloci.

Ora, a quanto pare, chi di dovere ha recepito perfettamente tutto ciò che sottolineavamo, sembrando sulle prime dei romantici passatisti, ma di fatto, alla fine, col cambio di passo e di tendenza chiesto e ottenuto proprio in F.1, a conti fatti la nostra tesi ce l’ha fatta. E, sia chiaro, non abbiamo vinto noi, no, no, hanno prevalso (per ora) il buon senso e soprattutto lo Sport.

Dimostrando anche che - parlando di valori del talento puro e quindi in special modo di Charles Leclerc -, in una domenica come quella di Monza il pilota può anche valere perfino molto di più più del 3% paventato da Sir Stirling Moss, la cui denuncia dialettica vale comunque a tutt’oggi non solo come provocazione ma anche quale antidoto a una deriva tecnocratica, buonista e disumanizzante che l’automobilismo da corsa rischia costantemente. 

Ecco, vedete, quando si parla di un Gigante delle corse, di una leggenda, certo, ma anche di una persona eternamente intelligente, c’è spazio per tutto. Per il passato, per gli anni d’oro, per la nostalgia e la rievocazione, ma anche e soprattutto per ragionare sul presente e sul futuro delle corse, utilizzando proprio Sir Stirling Moss come una lente d’ingrandimento, grimaldello scardinante e sistema di decodifica dello ieri dell’oggi e del domani praticamente senza pari al mondo.

La F.1 del dopo Monza, tutto il mondo dell’automobilismo e, ovviamente, Autosprint, almeno su di una cosa la pensano esattamente allo stesso modo: Stirling Moss è immenso, merita un rispettoso quanto caldissimo abbraccio e un affettuosissimo, sorridente e mai abbastanza grato augurio di buon compleanno.

Happy birthday, Sir.