Ciascuno resta libero di pensarla come vuole, ma i fatti, la realtà e le traiettorie dicono che a Interlagos ha sbagliato Vettel. Emerge chiaramente anche da un decisivo collage di screenshot presi dalle immagini Tv di SkySport F1.

Primo, perché era dietro Charles dopo aver subito uno sverniciante sorpasso alla curva 1, proprio all’inizio del 66esimo giro, secondo perché la baby Belva dagli Occhi Tristi vantava un passo migliore, terzo, come presupposto, poiché lo stesso monegasco montava non a caso gomme rosse, di sei giri più fresche. 

In altre parole, Seb a quel fatidico 66esimo giro del Gp del Brasile, dirigendosi millimetricamente verso Leclerc e innescandoil Ferrharakiri finisce per rovinare senza motivo la gara di entrambi e della Rossa, senza costrutto alcuno. Dopo che al via aveva perso una posizione su Hamilton, dopo che al primo restart aveva ancora una volta ceduto terreno e dopo che in piena match race non era riuscito a prendere Albon. Ottima ragione per ragionare di squadra e provare a dare via libera al compagno che aveva coperture soft più fresche e performanti, non certo per intestardirsi rilanciando in una lotta fratricida, sterile e alla Tafazzi, rispondendo con uno stizzoso sorpasso di puro Drs - quindi finto, agli estrogeni e indice di rabbia per la mancanza di rispetto subita - all’infilata di Leclerc in frenata alla curva 1, la prestigiosa Esse di Senna, peraltro una delle veroniche più belle, pulite e sostanziali del mondiale 2019.

Ma non c’è solo questo. Poi v’è pure lo studio delle posture psicologiche del dopo fattaccio. Leclerc dispiaciuto ma sereno, dotato della sicurezza dialettica di chi fa il signore in piazza, tanto è più che ultracerto che la cavolata l’ha fatta e rischia di pagarla l’altro, mica lui.

Discorso perfettamente opposto e complementare per Seb, che se ne sta da solo a bordo pista con l’espressione affranta, le mani nei capelli e lo sguardo immalinconito che dice tutto.

Nessuno dei due ha rabbia, spara malparole o aggressività verso l’altrui trincea.

Dai, che lo sanno benissimo, questi, ne sono consapevoli entrambi, di chi l’ha fatta fuori dal vaso e non è certo Leclerc.

Ma evitiamo ora di fare i periti assicurativi e di trasformare questo fattarello in una mega-litigata tra fazioni di tifosi dopo un incidente a traffico apero in un incrocio lato Colosseo.

Quello che conta è ben altro. Guardiamo, come dicono gli anglosassoni, “The bigger picture”, l’immagine più grande e d’insieme della situazione Ferrari.

Nell’ultimo anno e mezzo Vettel, da prima guida dichiarata, ha fatto non meno di dodici errori decisivi, tra prove e, soprattutto, in gara. Inutile citare quali, li sapete, si sanno, li sa.

Mai a nessun top driver nella storia sono stati perdonati svarioni così fitti e marchiani. Tantomeno a un pilota Ferrari dalla Ferrari.

È vero, la Ferrari stessa non gli ha mai dato una monoposto superiore alle avversarie o in grado di vincere tranquillamente il mondiale, però, specie l’anno scorso, a tratti la Rossa spingeva forte e bene, ma Vettel - con epicentro a Hockenheim e Monza - ha puntualmente vanificato tutto. Poteva almeno aumentare la pressione su Hamilton, ma non c’è mai riuscito. Anzi, l’ha scaricata autodistruttivamente su se stesso.

Quest’anno - con la Mercedes imprendibile in ottica iridata da subito -, il confronto in termini di risultati con Leclerc è sconfortante. A fronte di una prima parte della stagione in cui Vettel ha goduto quasi sempre delle strategie migliori, le vittorie sono cominciate ad arrivare dal monegasco, a Spa e a Monza, mentre la sola risposta di Seb a Singapore è maturata in circostanze particolari. 

Charles lo ha mediamente surclassato in prova, per 11-9 nei confronti diretti e, soprattutto, per 7-2 in termini di pole position. Di più. Il 21enne Leclerc è uno dei più grandi rookie poleman nella storia della F.1, al di là del raffronto diretto.

Ma torniamo al dopo Interlagos per Vettel. Guai ora invocare provvedimenti contro di lui e tantomeno un  declassamento a gregario, per carità, ma un pizzico di buon senso in più da parte sua non guastava e non guasterebbe. Eh no.

Da mesi e mesi vado dicendo e scrivendo che Vettel è bella persona, un ragazzo umanamente meraviglioso ma, di fatto, non è più il capitano della Ferrari. Questa Rossa non ha padroni, ormai, non è più a una punta come a inizio mondiale, ma vanta due piloti di pari dignità, uno dei quali, Seb, ha gran blasone e ha goduto di credito ampio, che non può più essere illimitato.

Con Enzo Ferrari vivo e al timone, da mo’ a Vettel sarebbe stato offerto TFR e cravatta ricordo. In tempi come questi, con la gestione di un Binotto decisamente più soft e ultrasoft, galantomista, sostanzialmente molto intelligente e molto buono, magari pure troppo, a Seb tutto è stato e presumibilmente sarà perdonato, ma qualcosa QUI E ORA deve cambiare.

In concreto, Seb deve rendersi - ove necessario per il bene della squadra - per dirla coi giuslavoristi, ben più flessibile alle esigenze del momento.

Per lui l’idillio in Ferrari è finito. Non è più la stella, ma uno dei ferraristi, punto. 

Non ci sono più capitani a tutti i costi né gregariacci da contratto, ma due bravissimi piloti che devono essere rispettosi l’un l’altro, pronti, devoti e obbedienti agli ordini del muretto.

Tanto che, a ben guardare, il problema è anche un altro. Binotto tra i tanti pregi ne ha uno immenso: è una gran brava persona. Lo scrissi e lo riscrivo: in Ferrari ora come ora manca un Grande Bastardo al fianco di Binotto. Quindi, se Mattia non lo vuole al suo fianco, uno così, - e lo capisco -, è ora che diventi lui, il Grande Bastardo. 

E batta i pugni all’invocato debriefing posticipato, si faccia sentire, se necessario terrorizzi entrambi, sia Vettel che Leclerc, perché a questo punto nel team Ferrari F.1 con la bontà, la comprensione, l’intelligenza e la dialettica non s’arriva da nessuna parte.

Il Ferrarharakiri di Interlagos non è un incidente che si risolve col Cid, ma l’indice marcatore di un’infezione grave nel presente e potenzialmente nel futuro della Ferrari F.1.

Che non si risolve umiliando questo o quello, ma rimettendo ciascuno al suo posto, nella sua posizione di sottomissione al capo e soprattutto agli interessi del team e del marchio.

Altro che lotta di fazioni tra Vettel e Leclerc, macché. 

La vera morale del Gp del Brasile in casa Ferrari parla chiaro: è tempo che il signorile timoniere Binotto dia una botta di pura ignoranza padronale, per far capire ai due cuccioli chi comanda, nel suo locale.