Passano anni, decenni, nonché ventennii e Kimi Raikkonen resta in proporzione tra i piloti più amati e tifati della F.1. Di certo quello più simpatico, il campione più sfruttato dagli spot, dalla pubblicità, il più carezzato dai meme nei social, il più tirato in ballo da aneddoti, mitologia alcoolica e aforistica occasionale alimentata da sue dichiarazioni brevi, surreali e fulminanti, che compongono ormai la parte dolce e fragrante del personaggio. 

Un’icona diversa e storta, rispetto a tutte le altre. Fuori sistema, assolutamente autonoma e ingovernabile. Irriducibile, oltre che aliena a qualsiasi forma di lecchinismo, pecorismo e opportunismo. 

Kimi è Kimi, punto. Ha i difetti suoi, ma niente a che vedere con quelli di certi, tanti, troppi colleghi.

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Può essere noleggiabile per uno spot, claro que sì, ma non è in vendita. Anzi, proprio negli spot “Iceman” per certi versi dal punto di vista mediatico riesce a dare il meglio di sé, addirittura vestito da Babbo Natale, ovvero in giro per Montecarlo con gli Alfoni, pronto a dire alla donna della sua vita, da perfetto e godibile paraculo, che il suo ritardo è dovuto alla scarsa conoscenza delle strade del Principato.

Di più. Quest’inverno proprio Kimi, pubblicità alla mano, risulta il pilota più visibile, parlante e accattivante di tutti, visto che gli altri, tra l’altro, in pratica son tutti spariti, per i cavolacci loro, in attesa che la Formula Uno ricominci a rombare davvero.

Però, in un momento come questo, in cui di fatto motoristicamente parlando nel Circus non succede uno straccio di niente, qualche considerazione vien pure spontaneo farla. 

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La prima. Tanto per cominciare, Kimi Raikkonen come uomo immagine viene sfruttato assai meglio dall’Alfa Romeo che non dalla Ferrari. 

Certo, le Rosse mica si vendono con spot, rottamazioni o ecoincentivi, son roba talmente desiderata che non avrebbe senso pagar qualcuno per farla desiderare di più, però la sensazione di fondo è che all’interno dell’Alfa Romeo Racing e accanto al glorioso brand del Biscione Quadrifogliato in questo momento della sua vita, da neoquarantenne, il poco analcolico e molto biondo si trovi assai più a suo agio con l’aplomb scanzonato che gli viene richiesto, rispetto agli ordini di scuderia, ai legacci tattico-politici e alle imbracature che si ritrovava addosso prima. Quando s’esibiva al fianco e, molto più spesso, alle spalle del caro amico Sebastian Vettel, all’ombra del Cavallino Rampante.

Punto secondo. L’indice di popolarità sempre altissimo di Kimi Raikkonen deve essere accolto con piacere, simpatia e calore dagli appassionati vecchi e nuovi. Ma sta anche a indicare una cosina un tantino scomoda. E cioè che, mediamente, i grandi vincenti, i top gun, le leve anagrafiche ancora verdi, verdissime della Formula Uno, rispetto a lui non sono riuscite a guadagnare un grammo di piacevolezza, appeal mediatico e - aggiungo - neppure mezzo centimetro di breccia nel cuore degli appassionati.

Ricordo un sondaggio “ognitempo” targato 2017 in cui “Iceman”, benché lontanissimo dagli anni in cui in pista vinceva spesso, finiva addirittura dietro al solo Michael Schumacher, votato come miglior pilota Ferrari di tutti i tempi, in un autorevole sondaggio, davanti nientepopodimeno che a Gilles Villeneuve, Juan-Manuel Fangio, Niki Lauda e Fernando Alonso.

Sì. Bisogna farsene una ragione. Dal punto di vista umano, della simpatia, della capacità di stare vicini alla gente, di sparare battute, perfino di dimostrarsi ben poco entusiasti verso i giornalisti, verso le interviste sciape o le promozioni insulse, nessuno riesce a rivaleggiare con l’autenticità disarmante di Kimi.

La sporca verità è che lui, ormai l’ultimo di un’altra epoca, fatto salvo un possibile ma non probabile ritorno in F.1 di Alonso, è la dimostrazione lampante che tutto ciò che dal punto di vista umano caratterizza il Circus più recente entusiasma poco e di meno assai, risultando puntualmente più plastificato, finto, allineato e moscio. Peggio: entusiasmante come una barzelletta brutta.

Non che i testi di Raikkonen li scriva Stefano Benni né che i suoi tempi scenici siano dettati dai copioni di Garinei & Giovannini, ma, se non altro, quando parla o tace uno come Kimi Raikkonen, be’, ecco, di lui ti fidi eccome. Perché che la F.1 l’ha sfanculata già in tempi non sospetti, a fine 2009, salvo ritornarci invocato e rimpianto, perché perfino oggi è uno capacissimo di salutare la compagnia da un momento all’altro e per sempre, per tornare a far saltare la sua belva in una delle prove speciali da brivido del rally di Finlandia o nel mondiale Wrc - come ha dichiarato giorni fa - o chissà dove.

Perché Kimi Raikkonen è uno giusto e uno vero.

Ecco, guai fare di ogni erba un fascio, però l’immortalità del suo appeal tra la gente è la dimostrazione più lampante che il grande piano dei signori della Formula 1 dal terzo millennio in poi, volto a creare per quanto possibile una generazione intera di piloti giovinetti più o meno umanamente incolori, furbetti e capaci solo di parlare ai microfoni anche giorni interi senza dire un cavolo di niente, del tutto o quasi privi della verve dialettica volta a fare una battuta salace o di porre in essere argomenti capaci d’andare oltre frasone destabilizzanti tipo “ieri non è andata male, oggi non mi lamento e resto ottimista per domani”, be’ ecco, dicevo, il disegno complessivo di clonare una mega-generazione di pseudobamboccetti di plastica - solo in parte riuscito, perché di ragazzi intelligenti e validi pur ce ne sono, oggidì in F.1, ciascuno dichiari i suoi preferiti -, sì, questo piano diabolicamente perpetrato, ha fatto danni immani, ha schifato milioni e milioni di appassionati, addirittura ha allontanato una generazione intera di possibili fans, perché, su, diciamolcelo, i motorsport enthusiast son sempre più gente over 40, con tanto di barba e di pancia.

Ecco allora che la malìa e la fascinanzione senza remissione nei confronti di Kimi Raikkonen sono anche la prova di un disagio profondo e di fondo, di un ricambio generazionale in zona mito immaginificamente mancato, di una bonifica voluta dall’alto che ha prodotto infiniti orrori, sul piano umano.

E allora Kimi Raikkonen finisce col diventare anche simbolo di qualcosa di più di ciò che lui stesso vuole e sa di essere. Ed ecco che tifare “Iceman” diventa una forma di ribellione verso il sistema appiattente e al bromuro, gioire per certe sue frasi trasognate, sghembe e mezze sconclusionate, inframezzate da meravigliosi “Bwhoa”, significa ululare in faccia ai bempensanti padroni del vapore di questa F.1 un ultimo grido di libertà, sgangherato e hippie.

Quanto ancora potrà correre nei Gp Kimi Raikkonen? Ragionevolmente, un anno ancora, questo, e poi chissà. Però teniamocelo caro, perché a oggi, volente o nolente, resta lui l’ultimo testimone, baluardo filosofico, portabandiera e icona bella e residua di un’antica civiltà di campioni nel bene o nel male spontanei e tali da renderti orgoglioso di mettere la loro faccia sul muro della tua cameretta d’eterno ragazzo, perché abbastanza ispirazionali da meritare di stare su di un poster.

Volete la sporca e orrenda verità? Massimo rispetto per chi ama Hamilton, per chi crede in Leclerc o spera nella resilienza di Vettel o, che ne so, si strugge per l’affascinante e strepitosa dialettica di Bottas o per la francescana frugalità di Stroll.

Ma l’eterna permanenza di Raikkonen tra i piloti più godibili, amati e tifati - anche se ha ormai possibilità sempre più prossime allo zero di vincere un Gran Premio -, vuol dire inequivocabilmente che chi voleva rendere la F.1 il paradiso stupidino di Case e sponsor, in cui i veri uomini e i ragazzi spontanei stanno scomodi, magari s’è imposto, ma, eh sì, ha rotto un tantino i coglioni. 

E allora, viva il pilota Kimi Raikkonen, vestito da scimmione alle feste e abbasso ciò che sognano tutti i padroni e i quattrinari delle Formula 1, ossia, giorno per giorno e Gran Premio per Gran Premio, di fare la festa al Circus cercando di creare un branco di scimmioni travestiti da piloti.