Un weekend agonistico come gli altri? Dai, mica tanto.

Da Montecarlo, prima prova nel mondiale Wrc, la Hyundai di Thierry Neuville vince dopo giorni di lotta al coltello con le rivali - Toyota in primis con Ogier e Evans -, facendo gioire e sorridere - la seconda cosa è rara assai rispetto alla prima - il suo boss, l’italianissimo Andrea Adamo.

Uno che da timoniere sta vincendo mondiali a prescindere da dove e come, a parità di perché. Che sia Turismo o rally, poco importa. Perché, appunto, ovunque, comunque e con qualunque suo mezzo, sa quel che fa. E se da noi, storicamente, calcisticamente e psicanaliticamente il concetto stesso di Corea è sinonimo di sconfitta immeritata, negli ultimi tempi Adamo medesimo sta sempre più cambiando semiologicamente il nostro riflesso condizionato. 

Giacché, di questo passo, Corea vuol sempre più dire vincere bene, su Hyundai e con Adamo al timone.

E siamo solo all’inizio, perché c’è dell’altro. E che altro. 

Basta varcare l’oceano e guardare ancora in terra i coriandoli della festa appena finita.

La 24 Ore di Daytona vede la Cadillac costruita dalla italianissima Dallara ancora una volta al top nell’assoluta - la quarta per la vettura, la terza per il team di Wayne Taylor di cui è socio il bolognese Max Angelelli -, grazie a Kobayashi, van der Zande, Dixon e Briscoe, con la Lamborghini per la terza volta consecutiva a segno in classe Gtd.

Una doppietta nella classicissima statunitense e, soprattutto tre piloti italiani - Andrea Caldarelli, Marco Mapelli e Mirko Bortolotti (quest’ultimo su Audi) -, nelle prime tre posizioni di classe, all’interno dei rispettivi equipaggi (il terzo da neo-guida Audi).

Piloti, macchine e uomini d’ingegno. Questo è il segnale bello che arriva, a premiare e a gettare luce e meraviglia su alcuni e mica pochi validissimi e coraggosi esponenti dell’automobilismo italiano.

Ed è ora di scriverlo, d’enfatizzarlo, di ballarci un po’ di samba, perché domeniche del genere vanno festeggiate con un sorso di quello buono, un sospiro di passione e un abbraccio a tutti costoro, pregandoli di continuare esattamente così, visto che a questi e ai nostri in particolare non gli ha regalato mica mai niente nessuno né nessuno lo farà.

Triplicando gioia ed orgoglio nel sottolineare che sono queste le cose che esaltano, in quanto dimostrano che l’automobilismo c’è e splende anche e ben al di là della F.1 e che le corse non terminano né smettono di esistere laddove non si parla di Ferrari.

Il Motorsport è anche tanto altro, sa essere bellissimo e, va aggiunto, sa tingersi di riflessi e tonalità d’eccellenza anche quando ad animarlo son personaggi che col dorato paddock dei Gp non hanno proprio niente a che fare.

Non è solo una domenica di trionfi italiani, questa passata, ma rappresenta soprattutto una vera e propria lezione di salutare cultura alternativa delle corse.

Poi sarà anche tempo di scrivere viva la Ferrari che verrà, certo, volentieri assai, ma per ora, viva soprattutto l’altra Italia che lotta, si mette in gioco - dal giorno alla notte, dai terrapieni brinati monegaschi al banking della Florida -, e vince, rinnovando l’orgoglio di una scuola di corse, d’ingengno, di guida e di vita.