Aria. Aria nuova, aria fresca. Ce ne era bisogno, alla Ferrari. Carlito Sainz, pilota di venticinque anni, va ad aggiungersi al titolare Carles Leclerc di ventidue, a formare una squadra 2021 che nel momento in cui scrivo stazza quarantasette anni complessivi. È la Ferrari più giovane di sempre? Anche no, perché, quando effettivamente prenderanno parte al primo Gp insieme, vale a dire a inizio dell’anno prossimo, sfighe pandemiche mondiali permettendo, i due boys avranno una media anagrafica di 24,98 anni, mentre nel lontano 1968 al Gpdel Sudafrica la Ferrari si presentò a tre punte con Ickx, Amon e De Adamich, i quali sfoggiavano una sfolgorante età media di 24,5 anni.

Per snocciolare ’ste cose non è che non ci dorma la notte, no, no, chiamo l’amico Michele Merlino, che me le dice volentieri e entrambi concludiamo che comunque, al di là del fascino dei numeri arabi e delle statistiche, questa formazione neo-annunciata brilla per il fascino tutto particolare del foglio bianco. Dà la ventata profumata che hanno le cose possibilmente belle quando son lì per cominciare. La Rossa in cucina fa prodigi. Poi, aggiungo io, era dai tempi dell’estemporanea e improbabile coppia formata da Eddie Irvine e Mika Salo, alias metà 1999, causa l’incidente di Schumi alla Stowe, che non si aveva una squadra ferrarista formata da piloti che vantano a curriculum così poche vittorie complessive, ossia due in tutto, quelle ottenute lo scorso anno da Charles Leclerc.

L'editoriale del Direttore: Sainz, per aprire un ciclo

Ma anche questa è cosa che vale solo mentre la dico, perché auguro a Leclerc - e perché no, pure a Sainz -, nel frattempo, da qui al 2021, di vincere tanto, tantissimo, per poter cominciare l’anno che verrà ben più corazzato a coppe e trofei. Resta il fatto innegabile che nel momento in cui è stata scelta, la coppia Ferrari 2021 è un organismo fatto più di giustificate speranze e presumibili prospettive che non di prestigioso e vissuto viatico. Ma va bene così. Scommettere su qualcuno è comunque più lodevole,perché esalta l’avveduto coraggio di chi scientemente lo fa.

Altro concetto che rafforza l’appeal della futura coppia Rossa, è che storicamente la Ferrari vanta più fallimenti quando acquista campioni delmondo in carica che non successi con piloti autocostruiti e allevati. Detta così sembra quasi un’oscura formula algoritmica, ma spiegata meglio si capisce subito: per ben quattro volte la Casa di Maranello è andata ad acquistare un pilota già iridato, tre delle quali pagandolo a peso d’oro, e finendo, per una ragione o per l’altra, puntualmente con le pive nel sacco: parlo di Nino Farina, Alain Prost, Fernando Alonso e Sebastian Vettel medesimo. Di converso, col senno di poi e quasi beffardamente, per due volte hafatto gareggiare piloti che si sono poi laureati iridati con altri, vale a dire Mario Andretti e Nigel Mansell, ma, udite udite, per ben sette voltesi è allevata ragazzi che poi sono arrivati al mondiale di fatto fortificandosi per quanto riguarda la parte top delle  loro carriere proprio a Maranello. E parlo di Alberto Ascari, Mike Hawthorn, Phil Hill,John Surtees, Niki Lauda, Jody Scheckter e Kimi Raikkonen, anche se gli ultimi due sono arrivati già da affermati top driver.

In altre parole e in termini ancor più chiari, il Cavallino Rampante storicamente tende a levarsi più soddisfazioni con piloti che potenzia in azienda o lancia da casa, mentre va spesso incontro a cocenti delusioni quando acquista campioni bell’e fatti e già iridati nelle file della concorrenza. Certo, in questo caso la splendida e decennale avventura Rossa di Michael Schumacher è lì a rappresentare una meravigliosa eccezione in controtendenza, in questo con la sacrale compagnia di Juan-Manuel Fangio edizione 1956. Ma la storia lancia un ammonimento e allo stesso tempo una rassicurazione che contano sulla certificazione dei precedenti: la Ferrari non deve né ha mai avuto alcuna paura di ripartire da zero o quasi. Mai. Questo è l’insegnamento che proviene dagli annali. Anzi, le tante volte incui lo ha fatto, s’è poi tolta non raramente sfolgoranti soddisfazioni.

Due parole su Vettel. Vado oltre? Vado. Parliamoci chiaro, poi che senso avrebbe avuto continuare a schierare tignosamente Sebastian Vettel ben oltre l’annosolare in corso? Se c’è una cosa che francamente non capisco, giunti aquesto punto, è il pervicace dispiacere di qualcuno circa l’annunciata e futura interruzione del rapporto col tedesco. Il quale ora è top driverworld championship pretender che ha compiuto più errori nella storia della Formula 1 e anche il ferrarista cui sono stati perdonati più svarioni in prova, in qualifica e in gara, nell’arco di 70 anni di Formula 1 iridata. La verità è che dal 2017 in poi Sebastian Vettel al volante non è piùstato lo stesso, rispetto agli inizi aggressivi e consistenti - più nel 2015 che nel 2016 -, ammosciati solo da monoposto non all’altezza, specie il secondo anno rosso, questo sì. Certo, pure nel 2017 la crisi d’affidabilità della Ferrari nella parte decisiva del mondiale è stato il vero problema, ma il 2018, specie da Hockenheim in poi, l’ha visto al centro di un caso preoccupante di perdita di fiducia in se stesso, di nervosismo pasticcione e di totale smarrimento della trebisonda.

Peraltrosenza ragione apparente né remissione successiva. Come un crack nel vetro, improvviso e immotivato, che rovina tanto, se non tutto. Il delicato equilibrio psico-prestazionale di un campione d’altronde è cosa delicata e capricciosa assai. C’è e poi all’improvviso se ne va. Puff. Di solito per sempre. Che dire, capita. James Hunt, per esempio, nel 1976 si laurea meravigliosamente iridato, nel 1977 è ancora fortissimo, ma nel 1978, asoli 31 anni, non lo è più. Punto. È vero, veleggia con la McLaren M26 cheè una macchina sbagliata tale da cavargli la voglia, ma di fatto il passaggio successivo alla moscia Wolf non farà che acuire la sua emergente tendenza a dire basta. I campioni son così. Vanno foritissmo e sbagliano poco, magicamente, fino a a un certo punto, e poi non più.

E c’è altro ancora. Da Baku 2017 in poi Vettel di cavolate in pista ne ha fatte così tante, che può dirsi fortunato d’averle combinate in un’era in cui gli errori non costano nulla, perché se avesse fatto la stessa cosa negli Anni ’70 l’avrebbe raccontata con più dolore e qualche visita al pronto soccorso. E meno male non sia andata così, aggiungo io, visto che con gli standard di sicurezza di oggi l’errorino finisce tra Oh my God and I’m sorry, mentre tra curvoni, terrapieni e rail degli anni ruggenti cis arebbe stato da emettere sudori freddi.

Okay, detto questo, non funziona neanche l’argomentazione che Sebastian Vettel sia stato vittima della Ferrari, Casa impotente a costruire macchine vincenti. Potrebbe essere stato vero all’inizio del rapporto,certo, ma poi, dopo il 2017 col concorso di colpa di pilota e Casa, dal 2018 così non è più, perché i suoi errori sono divenuti preponderanti e addirittura nel 2019 il compagno Leclerc lo ha surclassato sia inqualifica che in gara che nella classifica finale. Quella resta la prova provata che Vettel non avrebbe vinto il mondiale neppure se la Mercedes fosse sparita e in pista ci fossero state solo una ventina Ferrari: in un monomarca del Cavallino Rampante, nella migliore delle ipotesi, Seb sarebbe comunque giunto secondo dietro al rookie rossoLeclerc. Ed è pure la prova provata che non era vero che Vettel sbagliava tanto solo per compensare le lacune della Ferrari, gettando il cuore oltre l’ostacolo: la maggior parte delle cavolate 2019 Seb le fa per stare dietro a una Rossa tale e quale alla sua, quella di Leclerc, quindi le prestazioni deludenti e la preoccupante propensione all’errore prescindono dalla Mercedes e anche dalle presunte lacune della stessa SF90.

Dai, non ce ne era più, punto. Anche perché, a fine 2019, quando lo stesso Seb doveva prendere atto della nuova realtà, mostrarsi flessibile, preparandosi a calare di stipendio e di anni di garantita stabilità contrattuale, lo stesso Bellopampino in mille modi ha invece puntato i piedi, creando ulteriori presupposti per essere elegantemente accompagnato all’uscita dalla dirigenza Rossa. Ecco, questo pensavo e penso, sul Vettel di ieri e oggi, in ogni caso rispettabile. Ma su quello di prima ancora ritengo si debba invecemostrare parecchio rispetto in più. Vettel grande campione lo è stato. Tutto questo perché, nello stesso tempo, un’altra cosa che fatico a capire è la postura di giudizio nei confronti della carriera complessiva di Seb. C’è chi, giudicando gli svarioni imbarazzanti delle recenti tre stagioni - diciamo da Baku 2017 a Monza 2019 abbonandogli il parapiglia recente di Interlagos - svaluta retroattivamente (eh?!) anche i quattro titoli vinti con la Red Bull 2010-2013, imputandoli solo alla superiorità dei razzi di Newey, in ciò commettendo un errore clamoroso e emettendo un giudizio del tutto sbicentrato. Primo, perché dimentica del tutto che il Vettel d’inizio carriera in  F.1 è stato semplicemente stellare, sorprendente e ultraveloce.

Ricordate, vero? Seb da deb assoluto, a 19 anni e 53 giorni, è subito al top, il 25 agosto 2006, nella prima sessione di prove libere della sua vita, in Turchia, quand’ancora era terzo uomo della Bmw-Sauber. Nel 2007 è a punti al debutto, da sostituto a Indy di Kubica infortunato in Canada, poi passa alla Toro Rosso e al sesto Gp della carriera potrebbe lottare per la vittoria al Fuji, quando un incidente causa un elastico insafety car di Hamilton - vecchio vizio di costui - lo mette fuori gara. Ma nel 2008 a Monza, in un altro giorno di pioggia, spiega al mondo come sientra nell’empireo dei magici, dominando il Gp d’Italia con una Toro Rosso motorizzata Ferrari. Robe che non si dimenticheranno mai più.

Ecco, la RedBull di Newey è ancora di là da venire, ma Vettel è già stratosferico, topdriver dall’avvenire immaginabile. E tale sarà. Poi, dal 2009, specie da metà stagione in poi, si apre il ciclo Vettel-RedBull-Newey. La prima parte dell’anno è di marca Brawn Gp, ma poi, quando i vantaggi tecnico-interpretativi del piccolo team terminano, non ce n’è più per nessuno e dall’estate 2009, le RB con gli scarichi che soffiano creando effetto aerodinamico virtuoso diventano grandi e Seb Vettel ne è il profeta, fino a tutto il 2013. L’uomo giusto al posto adeguato, col tecnico ideale e il team perfetto. Merito di tutti, ma lui non sbaglia niente, andando a vincere un mondiale 2010 all’ultimo tuffo, dopo l’harakiri tattico di Webber e Alonso.

Cosa gli vuoi dire, a uno così? Sbaglia pochissimo, è veloce, rende come un semidio e sembra tanto lo Schumi dei mondiali vinti alla Benetton, anche se in pista appare meno cattivo e scorretto; sembra solo un po’ incazzoso quando un doppiato non gli dà strada, ecco, ma cosa vuoi che sia. Poi, finito il golden period, arriva il disgraziato 2014 neo-turbo ibdrido in Red Bull, un’altra era, quella nuova e poco benvenuta, quando per laprima volta il compagno di squadra, il giovane Daniel Ricciardo, lo svernicia. Il knock down è reale: con tre vittorie a zero e due posizioni davanti nel mondiale, l’australiano lo umilia. Certo, la Red Bull gli è contro, si compiace di sminuirlo, specie da quando Seb fa capire che se ne sta andando, ma la schienata resta e suscita inattesi dubbi. Bellopampino se ne va in Ferrari e tutti rivedono in lui un nuovo Schumi pronto arestaurare antiche glorie. Macché. A differerenza di Michael con alseguito Byrne & Brawn, Seb non si porta i suoi a Maranello - ovvero Horner, e, soprattutto, Newey - e, più che modellare la Rossa, finisce per esserne, a ragione o a torto, negativamente condizionato.

In ogni caso, quella conferma addirittura triennale e a peso d’oro a fine agosto 2017, letta adesso e col senno di poi, ha tutto del clamoroso errore da parte della Ferrari, la quale sopravvaluta uno che ha già in casa. Al punto che, già detto, dal 2018, in poi diventa lui l’anello debole della catena. Tutto il resto potrebbe essere noia. Ma, attenzione, lasciate in pace il Vettel by Bmw-Sauber, Toro Rosso e RedBull fino al 2013. Quello è un conto. Il resto è altra roba. Vettel non è Schumacher e non lo è mai stato. Ma il primo Vettel ha vinto, convinto e stupito come solo un signor campione sa fare. Poi i lucenti campioni son come le lampadine: alcuni durano una vita, altri si fulminano presto evanno sostituiti. Da Hockenheim 2018 in poi Seb è solo uno che non vuole ammettere che il tempo bello ormai è passato, esponendosi a una lunga serie d’altre sterili docce fredde, a parte un successo di tappa a Singapore 2019 che non sposta d’un millimetro il senso dell’analisi complessiva. Poi, chissà, ancor dentro o appena fuor di Ferrari da qui in poi magari tornerà grande, chi può dirlo, ma sarà difficile. E anche bellissimo, ove succedesse, perchè umanamente lui è uno che si fa voler bene.

Ma la logica dice che il suo big time dovrebbe averlo alle spalle. Leclerc e Sainz, il futuro è vostro. Dai, era ora di voltare pagina. Chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto. Sainz non partirà da gregario e scudiero di Leclerc, non entra a Maranello quasi fosse un Barrichello bello, ma da pilota consistente e prestazionale, pronto a dare tutto e a dire la sua, come ha già dimostratodi saper fare presso Toro Rosso, Renault e McLaren. Semplicemente, l’aria interna dal 2021 sarà meno tesa e autolesionista, tutto qui. Perché Charles e Carlito inizieranno la convivenza teoricamente sereni e senza ruggini. Poi certo, se è vero che Verstappen se la batte con Leclerc fin da bimbo e al confronto diretto in Toro Rosso l’olandese ha già avuto ragione dello spagnolo, verrebbe da pensare che Charles con qualche vantaggio meritocratico dovrebbe partire, ma sono tutte parole di panna.

La sola e unica verità è che questa che (forse) va a iniziare, sarà una stagione strana, irripetibile, difettiva. Del tutto anomala, in cui abbiamo di fronte due prossimi campionati. Il primo dei quali comincerà tra non tanti giorni e il secondo dei quali inizierà tra pochi mesi. Gran guazzabuglio, insomma, in cui il partente Vettel sarà comunque per un bel pezzo stanziale a Maranello e il già ingaggiato Sainz proseguirà l’interregno in McLaren, col cuore già tra le saracinesce del Cavallino, dove continuerà la coinvivenza sempre meno entusiasta tra Seb e Charles. Miscuglio intrecciatissimo di sentimenti, disagi, mal sopite possibili ripicche e futuribili e liberatori scenari, ancora eventuali e lontanucci.

Roba quasi mai vista, ansiogena, tortuosa e difficilmente decodificabile,a oggi. In un tritacarne del genere, che comprende più Case e tanti piloti dai divergenti destini, oltre che buona parte dell’ambiente del Cirucs, una come Tina Cipollari di Uomini e Donne avrebbe già detto mezza panicata“Maria, io esco”.

Invece noi tutti non possiamo né vogliamo fare altrettanto: in questa F.1, nella Ferrari di adesso e, soprattutto, in quella che verrà, altroché, non vediamo l’ora di starci dentro.