Cosa c’è di bello, nello sparare Charles Leclerc sulle strade di Montecarlo a tutta, per girare un cortometraggio, a bordo di una fiammante e incazzosissima Ferrari? Potrà davvero uscirne fuori, quando sarà confezionato in veste definitiva, un filmato di culto?

Sì e no, vedremo e ci penseremo su. È presto per dirlo, ma è il momento giusto per puntualizzare due o tre concetti.

Storico remake

Avere in cinepresa e moviola Claude Lelouch in vena di remake può essere giudicato qualcosa d’assolutamente struggente, romantico e magnetico. Lelouch, ottantaduenne con 60 film all’attivo, è artefice dell’indimenticabile film “Un uomo, una donna” (Un homme et une femme), col quale si aggiudica nel 1966 un Oscar e la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Là dove Jean-Louis Trintignant si mostra meraviglioso pilota della scuola francese - e dell’eclettismo agonistico nelle corse Anni ’60 -, pronto, alla Michel Vaillant, a passare dai test in pista su una monoposto alle nevi del rally di Montecarlo, col sottotesto amoroso volto alla costruzione di una storia con la stupenda Anouk Aimée.

Jean-Louis Duroc e Anne Gauthier sono anime graffiate dai rispettivi lutti vedovili, che sembrano ritrovare l’incanto di ricominciare, anche se il finale resta più aperto che certo. Ciò che spacca, poco ma sicuro, è la meravigliosa colonna sonora di Francis Lai, una delle poche musiche che si può scrivere e godere meglio a lettere che con le note: LA-LA-LA SCIABADABADA’, LA-LA SCIABADABADA’ e così via.

Da lì in poi, il regista, biograficamente, psicologicamente e emozionalmente, resta portato a finir trafitto dai mille aghi della nostalgia, se è vero che di “Un uomo, una donna” nel 1985 realizza un sequel, “Un uomo, una donna oggi”, con la stessa coppia di attori.

E un terzo film, sempre coi due classici protagonisti, esce in Francia nel maggio 2019, col titolo “Les plus belles années d’une vie”. Poche storie: Lelouch vive e gode delle sue opere più belle ma non sa resistere al reiterato piacere di rimetterci mano, in una sorta di gioiosa malinconia dell’unicità che viene reiterata, chissà, per la redenzione psicanalitica di non sentirsela troppo lontana.

Da Parigi a Montecarlo

E anche “Le grand rendezvous”, titolo provvisorio della folle corsa di Leclerc a Montecarlo, potrebbe essere inquadrato in quest’artistico rovello, non solo come idea molto yeah che fa contenti tutti, Leclerc, Lelouch, la Ferrari, Alberto di Monaco, Montecarlo orbata di Gran Premio 2020, e pure noialtri nessuno escluso -, ma anche come voglia e tentativo di stupire una volta ancora, rivivendo il tempo che fu. In fondo pure il Faust di Goethe mette in palio l’anima sol per poter dire “Fermati, attimo, sei bello”.

Perché - e questo è un merito preclaro e già acquisito agli atti - l’idea di “Le grand rendezvous” regala fin da ora attenzione e vita nuova a quella meravigliosa scheggia rutilante di follia che è “C’était un rendezvous”.

Cioè un corto di culto, affascinante e maledetto. Girato giusto nel 1976 a Parigi, in un giorno d’agosto dal regista di “Un uomo, una donna” utilizzando scarti di pellicola, un rullo di celluloide, per realizzare la più pazza delle idee: dieci minuti di folle corsa nel traffico rado dell’alba, da Avenue Foch a Montmartre, spaccando semafori rossi - diciotto per la precisione - e sensi unici, salendo su marciapiedi e sfiorando camion della spazzatura, per presentarsi giusto in tempo a un appuntamento - da qui il titolo - con una ragazza stupenda.

Questa la secca cronaca. Ma come sempre a intrigare è la leggenda. Quella leggenda che racconta l’arresto immediato dello stesso Lelouch dopo le riprese - falso: fu convocato dalla Prefecture de Police di Parigi per accertamenti, ma senza provvedimento punitivo alcuno -, proprio quella leggenda che lancia dubbi su quale fosse la macchina utilizzata.

Un’accreditata scuola di pensiero parla d’una ruggente Ferrari 275 GTB, ma è arifalso, perché pare fosse una Mercedes poi doppiata in fase di montaggio dalla musica del motore Ferrari V12 e dalle di lui cambiate - e che soprattutto vede un misterioso pilota di F.1 al volante di quell’auto.

C’è chi chiama in causa Jacky Ickx, chi Jacques Laffite, chi Maurice Trintignant. Lelouch ha sempre giurato che fosse lui stesso al volante di una Mercedes 450 SEL 6,9 litri, (si dice con due operatori a bordo) potendo contare lungo il percorso solo su un collaboratore col walkie-talkie - il suo assistente Élie Chouraqui -, per segnalare se ci fossero problemi a imboccare in pieno la strettoia del Louvre. Lo spotter restò muto e l’auto tirò a fondo, ma quella mattina maledetta la radio s’era rotta.

Andò tutto bene, per fortuna. Dopo il via presso l’Avenue Foch si entrò dentro una forchetta tra i 150 e i 180 orari, poi da 130 a 150 dentro i Campi Elisi con una punta di 160 a livello della Franklin Roosvelt, poi, virando verso la Concordia giù a 200 orari, con la girata sulla piazza a 150, quindi il fattaccio del walkie-talkie, e a tabella verso l’avenue de l’Operà, la strada de la Chaussée-d’Antin verso Clichy, rue Lepic, avenue Rocquencourt, quindi un senso unico a rovescio ed ecco Montmarte. Per bandiera a scacchi, il sorriso perlaceo della ragazza - l’attrice Gunilla Friden, all’epoca fidanzata con Lelouch - e il dolce premio dell’abbraccio.

Trama esilissima, ma girata in modo terribilmente vero e peraltro sezionata, setacciata per anni da esperti con cronometri e satellitari che hanno trovato il “mad dash” in ordine, terribilmente autentico. E poi, dai, parliamoci chiaro, questa faccenda del vecchio “C’était un rendezvous” e del refreshment di “Le grand rendezvous” qualcosa d’illuminante e decisivo ce lo insegna eccome. Nel 1976 Lelouch gira un folle, anarchico, pericoloso, duro, puro e crudo cortometraggio-verità, affascinante e carezzevole nella sua micro-atmosfera esaltante e malata di tentata autodistruzione elevata a impresa e nobilitata dal tocco della magie d’amour finale.

Metafora delle corse attuali

Il progetto 2020 dello stesso Lelouch, ormai, è qualcosa di certificato, accettato, addomesticato, asetticizzato. Armonizzato allo show-biz e nobilitato dal viso di un pilota che non si nasconde, ma che, al contrario, accetta con entusiasmo il ruolo, in un evento predestinato ad essere successo agli effluvi di glamour, culto mediatico e business.

Ecco, fateci caso. Sembra di vivere e rivivere esattamente il destino e le metafore di ciò che le corse erano nel 1976 e ciò che sono diventate ora.

Forse, dietro il Lelouch d’allora e quella folle tirata e il Leclerc del presente, amato pilota Ferrari e patinato modello Armani, s’annida il segnale di un cambiamento. L’esemplificazione di un’evoluzione, il riassunto d’un’intera metamorfosi di una civiltà nel suo intendere il rischio, il mondo del motore, del motorsport e forse del cinema stesso, oltre che l’idea di un certo tipo di esistenza.

Due folli corse: la prima pazza, la seconda furba. Disperata vitalità con volontà di potenza a Parigi, annunciato e sorvegliato giochino a Montecarlo. Nel 1976 poi ti convocava la Prefettura della capitale per decidere se metterti in gabbia. Nel 2020 poi ti aspetta Alberto di Monaco per un rinfresco.

La vita e le corse stesse, nel frattempo son cambiate così, madame et monsieur. Esattamente allo stesso modo, anche se più in grande. Ciò che resta davvero è la nostra inestinguibile voglia di crederci ancora. D’innamorarsi e d’innamorarci, sulle note furibonde d’un motore Ferrari, financo ibrido, che latra in mezzo alle case, che fende strade strette e sfiora ostacoli come se non ci fosse niente di più importante.

Per raccontarci, ancora una volta, non più la verità, ma ciò di cui proprio non possiamo fare a meno: un’ultima, meravigliosa, irrinunciabile bugia.