Mentre il mondo progressivamente spera di ripartire, per un attimo mi rifermo e rivolgo un pensiero caldo a un grande campione che ci ha lasciato venti anni fa: Fabio Danti. In un mondo di corse e piloti in certi casi sempre più plastificati, non necessariamente troppo coraggiosi ma perlopiù abili, preconfezionati, furbi e voraci come zanzare, una bella iniezione disintossicante di Fabio Danti è proprio quello che ci vuole.

Una forma d'Arte

Fabio non è più tra noi dal 3 giugno 2000, vittima di un incidente nella cronoscalata Caprino-Spiazzi mentre era al volante della sua Osella, nell’ultima piega del tracciato, a circa cento metri dal traguardo.

Fabio è ancora tra noi, perché chi l’ha visto correre e tirare su per i tornanti di tutta Italia e mezza Europa sa benissimo che certe cose restano. No, non si scordano, sono carezze di brividi, pura gioia di vivere e passione applicata all’asfalto.

Rimangono sensazioni che fanno deglutire solo a rivedere quel prototipo che aggredisce curve in mezzo al verde attaccando a bestia, ma nello stesso tempo pennellando con grazia. Come vedere il Canaletto che nobilita e pittura una tela manovrando il pennello in un film accelerato, dai fotogrammi quasi impazziti, concludendo in pochi secondi il suo spettacolo d’arte spontanea ma calcolata, istintiva e allo stesso tempo sapiente, che poi dura per sempre. Arte strana, impazzita, incazzata, ma pur sempre Arte.

La carriera

Dopo un anno di avanscoperta con i prototipi, Fabio centra il titolo Italiano della Montagna nel 1994 a bordo della Lucchini a soli 27 anni e siamo solo all’inizio. Perché poi è due volte campione Europeo della Montagna, nel 1995, sempre su Lucchini, e nel 1996 su Osella.

E a differenza di ciò che capita a quelli delle salite, che per una vita fanno più o meno le stesse cose, felicissimi financo di ripeterle, lo chiama una Casa ufficiale di quelle buone, ossia la Skoda, vale a dire il Gruppo Volkswagen.

E tra l’Octavia canonica, la Felicia e la spettacolare Octavia in versione Station Wagon, diventa ufficiale di lusso nelle salite, ma anche di rado, passando come la cometa di Halley, perfino nel rally di Sanremo, confermandosi il supermanico che è sempre stato. Insomma, Fabio a un certo punto, quando c’è da scegliere, da battezzare una politica, una direttrice di sviluppo per la carriera, potrebbe puntare a fare il bravo, il calcolatore, una specie di neo-braccino bello birbo e tenersi e lisciarsi il posto fisso che s’è conquistato. Invece no.

Lui, peraltro non entusiasmando i suoi datori di lavoro, sente il richiamo della foresta e torna al volante del prototipo: l’amore antico, puro, ancestrale. Periglioso, appassionato, e, in ultimo, traditore.

Ma Fabio è uno così. Sogna d’essere se stesso. Sa che le cronoscalate a tutta sono la sua vita e può anche mettere in conto, hai visto mai, che possano presentare anche conti salati, maligni. In fondo rischiare di finire restando se stessi è anche un modo bello tignoso per continuare, eh.

Il ricordo

Fabio Danti, classe 1967, lo ricordo a Gubbio, un pomeriggio del 1993, dalle parti dell’anfiteatro, al paddock del Trofeo Fagioli, in una lunga chiacchierata nella quale mi si mostra timido, educato e determinato. Gli parlo, lo guardo, lui risponde conversando piano con gli occhi la cui contentezza sembra il coperchio momentaneo di una gran determinazione e mentre l’ascolto butto l’occhio altrove, tanto quelli buoni son tutti vicini, ed ecco che vedo i signori delle salite, Mauro Nesti, classe 1935, Mimmo Scola, classe 1930. Già, Fabio era la novità, in quell’ambiente lì. Tuta immacolata, sorriso ritroso e un manico bello ignorante, ignorantissimo. Fabio era un ragazzo che dentro aveva già i valori di un uomo.

Ho scritto un libro su di lui - s’intitola “Fabio Danti - sopra di lui solo la pioggia” - e una delle cose che mi ha più colpito raccogliendo materiale, è il ricordo che mi regalò e gli dedicò Raimondo Amadio, il quale pure lui in quel tragico 2000 conobbe il morso del destino, perdendo il padre Luigi in un altro incidente a bordo di un prototipo. Così eccovi Raimondo, adesso: "Con mio padre conoscemmo Fabio a Predappio nel 1993, nella sua prima vera stagione con le sport e fu feeling a prima vista. L’anno dopo, a Cividale, Ezio Baribbi ci consigliò di appoggiarlo e fu così che Fabio Danti e Villorba Corse divennero un binomio praticamente inscindibile. In quei tempi per pura passione la Villorba iniziò a fare delle piccole forme di mecenatismo, mettendo a disposizione parte del budget, l’iscrizione alle gare, cinque set di gomme più un treno di termocoperte. Nel caso di Fabio, però, per mio padre la faccenda si poneva in termini diversi, perché lo sentiva come un figlio adottivo, cioè non c’era solo la passione per le corse a unirli, ma anche affinità sul lato squisitamente umano. Perché il bello di Fabio - prosegue Raimondo Amadio - è che accanto al campione ha sempre lasciato spazio all’Uomo. Non è mai stato un professionista asettico. Lo ricordo in un viaggio che facemmo insieme nel 1998 in Repubblica Ceca, quando lui andò a fare il sedile della Octavia con cui avrebbe disputato il secondo Sanremo con la Skoda. Si confidava, esprimeva i suoi dubbi, dava di sé un quadro stupendamente sincero, sottotraccia ma allo stesso tempo conscio delle sue capacità. Questa, credo, fosse la bellezza del suo essere vero come uomo, oltre che come pilota. Perché lui è rimasto sempre caldo e autentico: voglio dire che sì, Fabio vinceva, era al top ma in realtà continuava a considerarsi un innamorato e un appassionato di corse, uno che alternava senza problemi e sempre con il sorriso salita, pista, rally, slalom e neve e ghiaccio con lo stesso spirito entusiasta. E anche in questo, da un punto di vista perfino tecnico, emerge la sua grandezza: nel suo eclettismo. Nella capacità di essere forte sempre e comunque, indipendentemente dalla macchina e dalla disciplina specifica. Sì, l’eclettismo è la caratteristica che lo pone una spanna sopra tutti gli altri campioni delle salite della sua epoca, che erano sopratutto dei grandi specialisti. Posso dire che più avanti solo Denny Zardo ha dimostrato altrettanta versatilità - conclude Raimondo Amadio -, per cui nella mia speciale e personalissima hit parade, da questo punto di vista, vedo Danti e Zardo diversi dagli altri e sopra gli altri".

Corse su strada, legame unico d'oltre Manica

Ecco, e oltre a scrivere un libro su Fabio, ne ho studiato a lungo e infine sfornato un altro su Joey Dunlop, il campionissimo duro e puro delle corse motociclistiche stradali nordirlandesi e del TT e, in un’esperienza incredibile e inattesa, ho trovato congiunzioni impensate, instersezioni e similituidini che fanno pensare, tra due modi d’essere, vivere e correre non omogenei ma senz’altro compatibili. Quasi a unire Ballymoney nell’Ulster con i boschi dell’Abetone o Cutigliano con l’Isola di Man. Fabio e Joey non sono due grandi comunicatori. Più che parlare, preferiscono dare del gas.

Col mezzo hanno un rapporto intimo, sacrale ma anche primordiale. Adorano mettere testa e mani sul loro bolide, sanno spremerlo, una volta col casco in testa, ma anche e soprattutto prepararlo, affinarlo, montarlo e smontarlo come una creatura tutta loro.

Fabio e Joey potrebbero sistemarsi, fare i paraculi, imboscarsi, scegliere corsette più innocenti, facili e programmi remunerativi, invece, fondamentalmente, se ne fregano.

Hanno un’adorazione lacerante e trascinante per le competizioni a ostacoli fissi, alberi, terrapieni, pali e strapiombi. Sono due tipi, ciascuno nel suo, precisi al millimetro.

Se ti metti dietro una barriera e al loro passaggio segni col gesso dove hanno messo la gomma, quando uno dei due ritransiterà di nuovo, vedrai, la rimetterà esattamente dove l’aveva piazzata prima. E più o meno sarà così ovunque, ma, magicamente, il crono realizzato sarà progressivamente migliore.

Destino tragico

Fabio e Joey seguiranno lo stesso destino, nel giro di pochi giorni, in gare in cui non si stavano giocando nulla di importante: il ragazzo di Cutigliano saluta il mondo, come dicevo, il 3 giugno, mentre Yer Maun se ne andrà il 3 luglio dello stesso anno, a Tallinn.

Due incidenti che ancora oggi fanno discutere, recriminare, arrovellare chi in una spiegazione in più, un particolare o un sentore, trova la scusa inconscia per rievocare e sentire ancora vicini gli amati campioni che se ne sono andati. Fabio e Joey erano due ragazzi di provincia.

Adoravano vincere ma poi sapevano che c’era un prezzo da pagare ed era quello d’andare alle premiazioni più importanti vestiti a festa, con improbabili mise ufficiali.

Ricordo Joey con giacchette troppo lunghe o troppo corte, tutto rosso di imbarazzo, ricevere trofei leggendari dal Ministro di turno dell’Isola di Man.

Caschi d'oro e di timidezza

E rammento Fabio, la prima sera che venne al palazzo dei Congressi, a Bologna, alla festa di Autosprint, per ritirare il primo dei due Caschi d’Oro che avrebbe meritatamente vinto. Aveva una giacca Spencer e una camicia ben stirata, unite a un sorriso sgualcito di timidezza, come quando a vestirti così preciso è una che ti vuole molto bene ma poi tu un pochino ti senti a disagio, perché sei un ragazzo di provincia e vorresti startene in jeans.

Lo accolsi virando il prima possibile sul dialetto umbro, che tanto somiglia al toscano, giusto per fargli capire che doveva star tranquillo, che ad accoglierlo, ad applaudirlo e a premiarlo quella sera, proprio come alla fine di mille tornanti, avrebbe trovato gente semplice e appassionata tanto quanto lui. Fabio si rilassò e il suo abito divenne comodo e il sorriso più fresco, felice e lucente, quasi appena stirato.

Un ragazzo semplice

Fabio l’ho poi incontrato di nuovo tanti anni dopo nei posti più belli del mondo, che sono sempre i ricordi trasognati, umidi del rimpianto di chi ama e non ha nessuna voglia di smettere di farlo. Fabio, se volete, lo trovate nei racconti della ragazza Claudia, del padre Giampiero, già presidente della Società Abetone Funivie, e della madre Giancarla, al tempo titolare di un laboratorio per la lavorazione dei frutti del sottobosco.

Vedete, sono nomi, ruoli, professioni e sensibilità che già dicono tanto, se non tutto. Fabio era questo. Un ragazzo semplice e vero, un piede pesante come un macigno. Un pezzo di quella Montagna cui sentiva di appartenere. Anche se era giovane, bravo a far tutto e lì per lì sembrava avere poco in comune con le vecchie volpi delle salite, che poi riuscì a mandare, una a una, in pellicceria.

Una volta “Provella”, al secolo Roberto Rosati, il leggendario meccanico di Fabio, mi raccontò come capì che il suo ragazzo li avrebbe presto battuti tutti, i sacri santoni, della categoria, i baroni delle curve in salita. "Le prime volte, veniva Nesti, ci faceva gran complimenti e sfoderava bei sorrisi, ma sorrisi grandi eh, mica piccini. Però mentre si felicitava non aveva gli occhi stretti, a grinze felici. Gli occhi eran belli fissi, come quelli di uno che pare contento, ma si sforza anche di esserlo, perché contento proprio non è. Lì capii - continuava “Provella” -, che il caro Fabio stava facendo cose sempre più belle. Perché fino a lì, uno come Nesti non l’aveva spettinato mai nessuno. Ma ancora non potevo mica essere sicuro, stavo aspettando un’altra prova, una conferma e non mi sarei fidato neanche di una vittoria importante o di un record all’improvviso. No, non sapevo neanche io cosa andavo cercando, però mi figuravo che il giorno in cui Fabio avesse svoltato davvero, Nesti avrebbe fatto qualcos’altro, ma a modo suo, senza farsi capire troppo. Fabio continuò a vincere - saliva nell’affabulazione da consumato story teller “Provella”, col barbone nero vibrante a ogni twist narrativo come quello del bardo Alan Moore, autore di Watchmen - e una bella sera il fatto tanto atteso infine avvenne. Ecco, quella volta mi resi conto che Fabio Danti, il mio, il nostro Fabio, era diventato un grandissimo pilota, uno di quelli che non si fanno dimenticare. Insomma, noi si era andati forte, quel pomeriggio di prova, eppure per una volta Mauro Nesti ci venne a salutare educato, splendido, signore come sempre, ma con mia grande sorpresa cominciò a fare quello che lui da mezzo secolo proprio non amava fare. Abbassò subito il tono e in modo confidenziale, quasi pieno d’affetto, si mise a darci dei gran consigli sottovoce. Mica si pensava d’averne bisogno, noialtri, dei consigli suoi, eppure erano tanto precisi, generosi, pieni di dettagli, di indicazioni di strade d’assetto e regolazioni... Consigli che erano come incantesimi e trucchi che ti stava raccontando un mago grande e di solito geloso di quel che sapeva. Ma io sono meccanico, mica dormo. E allora, fu così che capii che ce l’avevamo fatta, con Fabio che avevamo costruito davvero qualcosa di grande, tra i tornanti del nostro mondo, perché io lo sapevo che tutti quelli che ci stava dando tanto buono il Mauro Nesti, l’erano tutti, ma proprio tutti, dei gran consigli sbagliati".

“Provella” aveva spalancato la porta della Verità. La definizione giusta per racchiudere vita, carriera e umana avventura di Fabio, quella era e resta.

Il fantastico Danti, il pilota che costrinse l’immenso Mauro Nesti a dargli dei consigli sbagliati. Ciao, Fabio. Venti anni. E sei ancora qui, Campione.