Sorry se salto a pie’ pari l’argomento Binotto sì Binotto no, ma proprio non se ne può più. In un momento come questo, francamente, mi sembra da vigliacchi dargli addosso senza pietà. Non mi piace sprangare in quaranta contro uno, ecco. Sul piano della meritocrazia, invece, adesso come adesso, di fronte a due Ferrari doppiate, con la Haas di Magnussen finita comodamente e avvedutamente davanti a Leclerc, non è neanche il caso di sperigliarsi in difese d’ufficio acrobatiche, pararuffiane e inutili.

Quindi ne taccio e parlo d’altri aspetti che secondo me, giunti a questo punto, sembrano molto più importanti e rifondanti in chiave maranelliana.
Al termine del malinconico e avaro Gran Premio d’Ungheria per chiunque abbia a cuore storia, sentimento e patrimonio sportivo e affettivo del Cavallino Rampante, forse è il caso di toccare altre e ben più dolci corde. Quelle, per esempio, della postura, dell’aplomb e del ruolo stesso che la Ferrari deve comunque saper assumere per rispettare e sentirsi vicina alla sua gente. Al mare magnum di tifosi i quali sognano, godono e soffrono per lei e dico per lei e non dico per essa, in quanto la considero - e la consideriamo tutti - entità antropomorfa, umanizzata e tutt’altro che neutra o neutrale.

Vedi, cara Ferrari, d’insopportabile in un anno come questo - oltre ai motivi globali chimico-infettivi ed extrasportivi e tragici che nessuno mondialmente scorderà -, non c’è tanto il fatto che stai perdendo in pista. Quello può capitare: nella vita a turno siam tutti perdenti o perduti. No, a far uscire dai gangheri tanto da meritare l’appellativo di inaccettabile, è, piuttosto, l’eclettismo e l’interdisciplinarietà delle tue attuali lacune e debolezze.

Perché la SF1000 ha pochi cavalli e troppo drag, pecca di trazione, non ha velocità di punta, è mal bilanciata, non appare briosa e temibile nell’utilizzazione del potenziale di cavalleria né tantomeno nell’erogazione. Il muretto, poi, spesso non risulta al massimo delle lucidità tattico-strategiche e c’è da capirlo. Per soprammercato, all’Hungaroring il suo pilota del presente che sa futuro, Leclerc, finisce dietro in qualifica e in gara a quello giubilato, ovvero Vettel, peraltro non esente da sbavature in corsa, a fare da moltiplicatore al senso di smarrimento.

Non finisce qui. Sul piano della politica, mai la Rossa risulta debole come in questo lungo e purgatoriale interregno. Tra accordi riservati e punizioni mascherate, regolamenti più subiti che congetturati e attesi fantomatici piani d’evoluzione tecnica della SF1000, non c’è niente che dia solido affidamento e aperture di fiducia illimitate, tanto da poter pensare che la prossima gara possa ragionevolmente risultare migliore di quella scorsa.

La verità è che la F.1 turboibrida è un monomarca mascherato Mercedes fin dal 2014, con gli altri concorrenti nel ruolo di imbarazzanti comparse. Il resto vede troppe chiacchiere e ben pochi distintivi. E allora, cara, anzi, carissima Ferrari, forse, in un momento delicato come questo, c’è un solo aspetto in cui da subito puoi ragionevolmente agire e metterti in discussione.

Passi che la SF1000 va piano, passi che vince sempre la Mercedes, passi che con questo ritmo rivivremo la catastrofica annata 1980 - la peggiore dell’era moderna ferrarista, con la T5 non qualificata a Montreal - ma un aspetto proprio va segnalato, indicato e sottolineato. Dal 1947 a oggi questa è non solo la Ferrari più distante dagli avversari, ma anche - ed, appunto, ciò è ben peggio - quella inesorabilmente più distante dalla sua gente. Una Ferrari freddina, per niente italiana o neolatina nelle reazioni, taciturna, benaltrista e sostanzialmente priva di interessamento, dialogo ed empatia con e per l’opinione pubblica.

Vedi, dear Ferrari, sai bene che in Italia non si può non esser idealmente ferraristi, così come Benedetto Croce sosteneva che non si può non essere culturalmente cristiani. Quindi percepirti silenziosa, altera, glaciale, impenetrabile se non addirittura lapalissiana, mai dialettica, totalmente priva di contraddittorio coi tifosi, con la stampa e soprattutto con te stessa, sinceramente fa un po’ specie, in un momento del genere. Con un lontano retrogusto di snobbante sgradevolezza.

Sai, resto dell’avviso che a seguire la F.1 in Tv e sui giornali ormai son soprattutto delle vecchie lenze, tifosi con tanto di barba e di pancia e pochi giovani in tutto, mediamente da altro distratti e altrove diretti. Noi, quelli restati, platea un pochino antica per evitare di dir vecchia, gratta gratta, siam tutti abituati alla gestione mediatico-scenica di Enzo Ferrrai e Mauro Foghieri, per non dire di quella di Luca di Montezemolo. Gente talmente abile da lasciar d’intendere d’avere un filo diretto con la pancia del suo popolo, col cuore della platea e con lo stomaco del loggione.

Perché il Drake, Furia e Montezuma hanno sempre pacificamente accettato d’avere un’opinione pubblica cui rendere conto, un interlocutore globale al quale spiegare le decisioni, un’entità immensa, una specie d’amico immaginario e plurimo, a turno da blandire, arringare e rincuorare. È stato vero fino a Sergio Marchionne, poi, per vari e malaugurati motivi, non più. Guai pensare che gestire e #essere Ferrari possa ridursi a presenziare a consigli d’amministrazione o briefing ovvero a delegare due formulette in croce a un addetto stampa.

No, mai. Incarnare tradizione, vita e miracoli del Cavallino significa abbracciare una liturgia complessa che implica l’interagire, lo spiegare e lo spiegarsi con gli appassionati, considerandoli. E non il rinchiudersi, come sta accadendo, da mesi e più, dietro il linguaggio dei comunicati recitati a voce in interviste plastificate o delle frasi fatte o di circostanza. Sai, cara Ferrari, forse, paradossalmente, non c’è alcuna fretta di tornare a vincere. Per ora l’emergenza vera è tutta nel comportamento. Parcheggia il disco volante, scendi dal pero: se vuoi essere di nuovo amata, torna tra la gente e mostrati a misura d’uomo, per essere amabile.

Dietro gli slogan un po’ vuoti, i sorrisi antipaticamente corporate e la policy di chi se la tira, la gente che vi ama da settantatré anni o poco meno è sempre più stufa di sentire, più che il vero profumo di Ferrari, la zaffata fumigante di Marlboro condita dai gas di scarico Fiat. Vedi, Ferrari bella, forse negli ultimi decenni ti sei troppo esaltata e concentrata sul fatto che vendi macchine ai miliardari. Sempre più spesso russi di facili e veloci fortune o a orientali dal portafogli gonfio come la prostata di Barbapapà. Dovresti invece ripensarti e pensare che la tua vera, identitaria e filosofica grandezza è stata e sempre sarà quella di regalare gratis sogni immensi e avvolgenti a tanti poveracci come noi.

Perché ce lo ha insegnato Enzo Ferrari: una Ferrari è di chi se la compra, ma la Ferrari è di tutti.

Proprio per questo, in un momento così difficile, in queste paginette non troverai mica un nome che un nome nel mirino o da raccomandare, una lezione odiosa di sicumera o una scudisciata di prosopopea con l’indicazione di Tizio o Caio da promuovere o segare. Ma, cerca cerca, ti imbatti invece in un semplice e sereno consiglio: prima ancora di tornare la più veloce, la più forte, la più imprendibile sull’asfalto, prova intanto a riscoprire chi sei e da dove vieni, cercando di sentirti più vicina alla tua gente, pulendoti da superbie e spocchie, ricordandoti d’essere stata quella delle nocche nodose di Borsari, Sgaramelli, Bellentani, Corradini e di tutti gli altri meccanici che furono di Gilles e Didier.

Cara Ferrari, basta proclami riparatorii con tanto di tendenza a voler sembrare sempre splendida.
No, è tempo di ricominciare dal basico, adesso che si va verso Silverstone.
Meno Style e più stile. Sforzati di tornare più a misura d’uomo. Provando da subito a #essereferrari, ma più simpatica e sincera.