Smettiamola di cercare in F.1 la competizione incerta quanto a risultati, perché poca ce n’è e gli esiti li conosciamo già da mo’. Sono gli stessi dal 2014, salmodianti, incardinati e inesorabili, come nella processione al paesello, che vede transitare per primo sempre il Santo Patrono, secondo l’arciprete, terzi i caramba e poi la devota folla.

Tutti ben separati, perché l’orrenda formula turboibrida impone di suo più distanziamento sociale del Covid. Ma va be’. Il fatto è che lo sport, la F.1 e il mondiale non sono solo pretesti per dare coppe e oceani di dollari in premi Fom, ma anche e soprattutto occasioni per fare storia, cultura e civiltà delle corse.

E allora stavolta la notizia è diversa, da colpo grosso. La F.1 iridata torna a Imola. L’Italia ha tre Gran Premi. Di più: diventa baricentro del mondiale. E, comunque vada, campo di battaglia decisivo, sempre ammesso che i giochi, ehm, processionali, non siano già belli chiari fin dall’inizio, il che è tutto dire. Porte chiuse, semichiuse, coscienziosamente semiaperte, poco importa. L’Italia iridata si fa in tre nel mondiale. Roba mai vista prima.

E la pandemia fa scoprire le gare ripetute sullo stesso tracciato a distanza di pochi giorni, ovvero sedi mai immaginate quali Portimao. Tanto che, a quanto pare, le vere sorprese e le prodezze in questa annata così unica, difettiva e sofferta, son più geopolitiche che tecnico-agonistiche. Ma francamente non mi piace la piega che sta prendendo questo pezzo.

Perché pare fin troppo tranquillo, descrittivo, notarile, frigido e scontato, quasi come un Gp turboibrido. E invece no, Diobono.

Imola, che ricordi

Perché la verità è che mi viene un po’ da piangere a pensare di rivedere o fin solo di immaginare da lontano, da dietro la barriera in cemento là dal ponte, la F.1 di nuovo a Imola e per tutta una serie di motivi che commosso mi fan mordere le labbra. Perché tante generazioni tra cui la mia la F.1 l’hanno scoperta davvero proprio perché venivamo a Imola. Assaporando un Circus meraviglioso, quello di Villeneuve, Lauda, Andretti, Scheckter, Brambilla e Giacomelli, della Ferrari, dell’Alfa Romeo e degli inglesi, ma anche qualcosa d’unico e prezioso, innamorante, dolce e struggente, che poi, racchiuso in carezzevole perifrasi, è la strabiliante passione degli imolesi.

Quel loro saper vivere la magia delle corse e nondimento l’arte d’ospitare e di impiattare leggende che si svolgono in diretta sotto i tuoi occhi, tra sorrisi, piadine, bandiere e vampate di fritto. Girate, girate pure il mondo del Motorsport, ovunque troverete cose bellissime, ma l’atmosfera, il pathos, il senso di festa gentile, gioiosa, giocosa ma nello stesso tempo serissima quanto sostanziale e spietata che c’è a Imola, non lo troverete da nessuna parte. Una commedia là in giro, la passione immensa sulle colline e la guerra vera in pista, dove tutto può succedere.

Con tutto il rispetto e la devozione per Monza, se l’autodromo lombardo è il salotto mondiale della F.1, Imola è e resta per sempre casa nostra. Là dove stai sereno, felice, mangi di più, dormi meglio e sogni bene. Dall’era di Checco Costa & Famiglia a quella di Selvatico Estense & Marazzi, all’insegna e nel nome di Dino e Enzo Ferrari. Se i nomi delle curve di Monza ti mettono sull’attenti, se quelli del Mugello incutono reverenzial timore, le pieghe di Imola solo a sentirle ti fanno sentire carezzato come a riudire l’appello di classe coi cognomi dei tuoi vecchi compagni di scuola.

E poi Imola vive una magia straordinaria e strabiliante ma anche una malinconica e vedovile malìa da tre lustri, tanto dura l’assenza completa della F.1, dopo il biennio di sfide finali tra Alonso e Schumi sul Santerno, nel 2005-2006. Sì, perché Imola è l’unico posto al mondo che la F.1 e la sua magia ha continuato a viverle anche senza Gp, trasformando a turno il tracciato in luogo dello spirito, in museo di nostalgia immerso in un crogiuolo di cultura e pretesti dolci d’incontro.

Parlo della Imola a motori spenti o quasi, che sa diventare monumentale sacrario in omaggio di volta in volta a Ayrton Senna, Roland Ratzenberger e Gilles Villeneuve, parlo della Imola degli ormai tanti Minardi Days o comunque dei festival motoristici capaci di radunare storie, campioni e macchine di tante ere in un unico, caldo abbraccio. Ebbene, ricordo e rivivo l’intensità di tutti quei momenti ma anche il filo di malinconia che li ha sempre bordati, quasi a sottendere una realtà apparentemente ineluttabile e nemica e cioè che erano tutti modi per omaggiare qualcosa o qualcuno, ma anche per consolarsi che la F.1 in riva al Santerno non sarebbe MAI E POI MAI tornata, perché il mondo ormai era cambiato e per sempre. E invece no. Non più, non ora. Quel mondo, quella civiltà e anche quel modo stupendo d’essere sportivi, appassionati e civili, tornerà almeno una volta nella vita dando un senso alle lacrime discrete, al travaglio, ai sordi dispiaceri e alla nostalgia pungente che ci hanno fatto compagnia tutte le sere in cui abbiamo pensato e rimpianto l’Imola di una volta.

Quella in cui girare per bancarelle nei giorni di Gp o zappettarsi il posto di notte vegliandolo fino al giorno dopo per assistere alla gara ti faceva sentire membro espiante di una fratellanza fatta di motori, rombi e idoli benevoli capaci di far miracoli a ogni staccata. Dio mio, le sensazioni di quegli anni. Non so qual è la più bella delle vostre.

La mia? Da quindicenne, sulla Rivazza. Giusto il 1980. Inizia il warm up, la domenica mattina, e hai le spalle verso l’uscita curva, ma senti che là dietro stanno arrivando. Loro, quelli del mucchio selvaggio, con Gilles e Jody davanti. Urla lo speaker dagli altoparlanti, mentre senti nell’aria, a grattarti la schiena come lame, suoni ruvidi di cambi scatorciati e bielle furibonde. Non hai ancora visto niente ma hai già sentito tutto.

Se solo hai vissuto un attimo o anni della tua vita così, forse tutto ha un senso, perché se il paradiso non esiste, pazienza, è comunque esistito e sai bene dove, perché e come. Imola torna. E se torna stavolta, vuol dire che mai più dovremo dirle addio, pensando che sia ineluttabile. Altroché, significa che tutto quel magone di questi quattordici anni a qualcosa è servito, incosciamente ha spinto, blandito e fecondato uno strano destino che almeno in questo, finalmente, si dimostra clemente, benevolo e col senso del colpo di scena narrativo.

Il cuore della F1 batte in Italia

Tre gare di Formula Uno in Italia. Wow. Non era mai successo con validità mondiale, dicevo, ma se uno guarda a quando la F.1 disputava anche corse non iridate, scopre sorridendo che nel 1963, pensa te, proprio la prima volta che le monoposto dei Gp corsero a Imola, il 21 aprile ci fu la sfida sulle rive del Santerno vinta da Clark su Lotus, quattro giorni dopo s’andò a Siracusa e svettò Siffert con la Lotus-Brm di Filipinetti, il 19 maggio a Vallelunga fece strike Bob Anderson con la Lola e il 18 agosto a Pergusa John Surtees su Ferrari ghermì il Gp del Mediterraneo, mentre a Monza l’8 settembre, per la gioia di Colin Chapman, andò di nuovo a segno l’immenso Clark, iridato a fine anno. E siamo a cinque corse italiane di F.1, come nel 1961, del resto, quando si sfrecciò, oltre che sulla mondialissima Monza, anche a Siracusa, Napoli, Modena e Vallelunga, con Giancarlo Baghetti al top ben tre volte, due su Ferrari e una su Porsche. Tutto questo per dire che non s’inventa nulla, in fondo. Italia e F.1 vantano una tradizione che sa di connubio antico, immenso, romantico.

Fin dall’alba del campionato iridato, le monoposto da Gran Premio sulla penisola correvano spesso, con o senza assegnazione di punti. Perché la F.1 ha sempre avuto membra e scheletro in Inghilterra e la testa un po’ ovunque, ma in Italia, da sempre, tiene il cuore. Cuore che sorprendentemente, inaspettatamente e dolcemente torna a battere omaggiando tradizione, storia, cultura e amore che legano la Formula Uno e l’automobilismo da corsa inscindibilmente a tutti noi.

I settant’anni della F.1 mondiale a Monza, i Mille Gp della Ferrari al Mugello e quindi il quarantennale del primo Gp iridato a lambire il Santerno, col ritorno a Imola, proprio nell’anno in cui Ayrton avrebbe compiuto sessanta primavere. Se i numeri oltre che una radice quadrata hanno anche un’anima tonda, a noi, sensibili a certi argomenti carezzevoli, in questo strano 2020 stanno sussurrando e regalando cose meravigliose.