E se questo fine settimana monzese fosse stato allo stesso tempo un segnale potente e una lezione fondante di storia e cultura del Motorsport? Torniamo a come era iniziato. In modo sottotraccia, semidepresso, psicologicamente plumbeo per l’attuale fase sofferta della Ferrari che sembrava quasi proiettare un’ombra di scarso entusiasmo su tutto e tutti.?Poi, invece le cose sono cominciate a succedere e i segnali, uno a uno, sono apparsi di tutt’altra natura e diretti a dimostrare una verità che può e deve far riflettere.

Casco d'oro sul podio di Monza

Il Gran Premio d’Italia di F.1 lo vince Pierre Gasly, premiato e applaudito lo scorso dicembre alla festa di Autosprint con un Casco d’Oro specialissimo e meritato per la grinta dimostrata.

Investitura di reciproco prestigio che ora acquista, per lui ma anche per noi, un valore aggiuntivo, pregresso e alle stelle. La gara iridata di Monza vede al top anche AlphaTauri, a dodici anni dal trionfo di baby Vettel in uno dei weekend più bagnati della storia, con la Toro Rosso a motore Ferrari, che aveva nell’ingegner Ascanelli il pigmalione del muretto. Quello fu un capolavoro d’adattabilità e capacità di sfruttare la situazione anomala che s’era creata. Stavolta no.

Niente acqua benedetta, asciutto per tutti. Ma il team faentino continua a dimostrare la forza e la delicata spietatezza che serve a saper cogliere un’occasione unica, all’interno di una trama di gara inattesa, strana e talmente bizzarra da consegnare l’occasione della vita a Gasly e AlphaTauri che nei primi venti giri navigavano senza troppi sogni in una confortante ma non incredibile decima posizione.

La festa di Faenza

Quindi, al 20esimo passaggio, il pit di Gasly e quindi la SafetyCar dovuta al ritiro di Magnussen e al 26esimo giro la bandiera rossa per il crash di Leclerc a rimescolare le carte e a consegnare mazzi nuovi e briscole mai viste. Fantastico. Tutto il resto diventa gestione fredda, fenomenale e razionale. Pilota e squadra che non si scompongono e continuano a lavorare fino alla fine, come se tutto ciò che sta incredibilmente accadendo sia perfettamente normale e sperimentato. Bussiness as usual.

Bando ai paroloni, vedendo i ragazzi faentini non abbastanza mascherati da nascondere le loro emozioni al box, negli ultimi ansiogeni giri, viene un po’ da piangere, altroché. Perché dietro quegli occhi lampeggianti e umidi c’è una luce speciale, tanto italiana ma anche assai complessa e che riflette altre luminosità belle e nobili.

 

Quella dei lustri d’attività di Toro Rosso ma anche degli avi Minardi, ovvero tutto l’albero genealogico, complesso, ramificato, rigoglioso e italianamente inorgogliente di Alpha Tauri che premia ancora una volta, di riflesso, ciò che seppe far nascere patron Gian Carlo e dal punto di vista tecnico far vivere fino a che possibile il direttore tecnico Gabriele Tredozi, per citare solo due personaggi simbolo di un gruppo di lavoro che meriterebbe citazioni antiche e presenti ben più capillari, ma tanto ci siam capiti benissimo.

Ricorsi storici

E questa è una Monza d’oro, inattesa, inedita, sorprendente, perché ridiventa la Monza dei verdetti non scontati, quella del trionfo di Gethin su Brm del 1971, ovvero l’esempio di una capacità narrativa d’andare oltre i verdetti erroneamente ritenuti già scritti dal banale confronto delle forze in campo. E poi, andando e guardando oltre, c’è il trionfo della Prema con Schumi Jr nella Feature Race di Formula 2 con Luca Ghiotto gran secondo e anche l’alloro conquistato per la stessa squadra italiana in F.3, la quale vince matematicamente il titolo riservato alle squadre.

Aspettando il Mugello

E siamo solo al primo dei fine settimana tricolori, perché mentre leggete queste righe è già tempo di pensare alla festa del Mugello e poi niente paura perché il gran finale a tempo debito sarà con quella di Imola.

In poche parole, la morale che emerge da tutto questo non può che essere una. Per godere e gustare il motorsport dobbiamo aumentare il senso di interdisciplinarietà e la sensibilità a emozionarci non solo per i più grandi e i più tradizionalmente solidi, ma saper guardare contemporaneamente anche ad altro e oltre.

Sì, all’altra Italia, quella che corre e vince lavorando bene e sodo, a volte sottotraccia ma sempre con la capacità di far fruttare risorse e investimenti nel modo più fattivo e razionale possibile. Forse c’è qualcosa di sbagliato nell’approccio tricolore, in tutta la storia e nel presente stesso dell’automobilismo. Considerare sempre, solo e troppo la Ferrari può portare danni e situazioni negative sia per gli appassionati che per la Rossa stessa.

L’automobilismo italiano va assaporato e gustato anche in modo alternativo. Più tranquillo, variegato, disponibile, attento e pronto a valorizzare non una ma due, tre, dieci realtà. Perfino ferrariste, certo, in un momento non così glorioso per il Cavallino Rampante, perché in fondo Callum Ilott, Mick Schumacher e Robert Shwartzman che stanno capeggiando il drappello scatenato della formula cadetta sono tutti esponenti lanciatissimi del vivaio Ferrari Driver Academy, peraltro anch’esso valorizzato, applaudito e in vetrina nel corso della recente edizione dei Caschi d’Oro di Autosprint, il quale resta un’entità che, a quanto pare, oltre a vederci bene porta pure bene, neh.

Weekend da incorniciare

Ed è così che quest’annata agonistica che per la F.1 sembrava bella, esotica e sorprendente solo per motivi di sorprese di calendario, mai così creativo e rivoluzionato, ora comincia a lanciare segnali forti e potenti di appetibilità, perfino in salsa Tricolore. E allora teniamocelo a memoria e nel cuore, questo Gran Premio d’Italia. Perché non è solo una gara, no, rappresenta un’esortazione, un richiamo, una lezione di buon costume sportivo all’italiana. Quando parliamo di automobilismo, pensiamo alla bellezza, alla ricchezza e alla forza della pluralità dell’impegno dei nostri. Ricordiamoci una volta di più che ci sono tanti modi d’essere italiani nelle corse e tutti portatori di dignità, passione, cultura e vocazione commovente a scrivere pagine intense di storia.

E forse, da una così rinnovata consapevolezza, prima o poi, la stessa Ferrari dei lavori in corso, non potrà che trarne segnali positivi, oltre a motivi di spunto e giovamento. Lo stesso abbraccio di Leclerc a Gasly è bello vederlo non solo come una carezza tra amici o un gesto tra piloti francofoni, monegasco l’uno e francese l’altro, ma anche come un rinnovato legame tra modi diversi e importanti di fare automobilismo in Italia.

Materia di gran riflessione e anche di petto gonfio, in attesa che il nuovo weekend, quello del Mugello, in quota mille, diventi ancor più d’attualità, rubando la scena agli echi benefici d’una Monza che sarà ricordata a lungo. Felici di riflettere sul fatto che, anche automobilisticamente parlando, ci sono mille modi per ricordare, amare e celebrare la Ferrari in settant’anni di Formula Uno, ma anche mille modi per gustare lo stile italiano all’interno dell’automobilismo da corsa.