Finalmente in F.1 un circuito debuttante coi controcoglioni. Finalmente un tracciato che ha una storia, una cultura e anche una preistoria eroica. Finalmente un impianto che vanta una vagonata di pieghe battezzate con nomi e non con numeri, omaggiando campioni, toponomastica, folklore, in una parola, la vita e non l’aritmerica araba o, peggio, i petroldollari o le paturnie dell’autocrate o della famiglia regnante di turno. No. Stavola tocca al Mugello. Ricco soprattutto di passato, presente e futuro delle corse.

Sondaggio: il Mugello si mertia di rimanere in F1?

Curve da pelo

Viavaddio, non pieghette da seconda marcia, ma una sfilza di curvoni che richiedono la presenza d’attributi per tenere giù il piede. Dalla Savelli all’Arrabbiata due, se sei incerto, tieni aperto. E Dio t’aiuti. I curvoni, sissignore. I famigerati, rinnegatissimi, schifati, strepitosi e mai abbastanza rimpianti curvoni. Quei posti in cui si fa la differenza tra un bimbo e un uomo, tra turismo intelligente e automobilismo puro, duro, sincero e geniale. Quei posti in cui se ci stai dentro sei bravo e, se esci, rischi di farti male. Molto male. Luoghi dell’anima, punti di riferimento spirituale che ricordano quanto e come questo sia uno sport estremo e non un esercizio al simulatore in scala 1:1, ovvero pippe mentali.

Quei posti implicitamente aboliti da tre, quattro lustri dalla F.1 finta, stronza, danaruta e danarosa, quella perennemente alla ricerca di location ridicole, aiuole asfaltate ingravidate da due cavalcavia e quattro rail sfolgoranti, giusto per aver la scusa d’organizzare un Gp in un luogo chic, magari nottetempo e beccarsi na vagonata di dollari che lèvate. O quei posti esplicitamente aboliti da una scarica pomposa d’aborti architettonici e agonistici dei tilkodromi, i circuiti progettati dall’architetto Tilke con mandante Bernie Ecclestone. Capaci di snaturare ex novo o su base antica nuovi e vecchi lay-out dando vita a Gran Premi che non sono né Grandi né Premi se non per le tasche di chi ne incassa i diritti.

Piste finte

La nascita di Singapore, l’assassinio di Hockenheim lunga, lo scempio dell’Osterreichring, del Messico, abominii tipo l’India, la Corea o l’atteso e naufragato Vietnam, perfino Austin con quelle serpentine spettacolari in cui non capita mai un cavolo di niente ed è buono a percorrerle a randa pure mio zio Raniero, ecco, son tutte schegge balenanti nel mare di melma in cui la F.1 è diventata uno sport perbenino, finto, plastificato, sciapo, bonificato e depallizzato. In un declino e un declivio apparentemente senza ritorno. Poi venne il Covid, arrivò il Mugello e la storia cambiò. Perché improvvisamente tutti quelli che dicevano “indietro non si ritorna”, “invocare piste da pelo è bello ma da nostalgici sognatori non da realistici gestori del possibile”, il presente è un’altra cosa”, “Amare la F.1 significa valorizzare ciò che è diventata e non criticare com’è”, be’ d’un tratto, dicevo, tutti questi possono anche andare a stendere il bucato con la suocera, giocare a bocce, a scacchi subacquei o dare una mano all’arciprete nell’orto, perché la sfida del Mugello andata in onda nel fine settimana appena trascorso lancia segnali trasversali, controcorrente e rivoluzionari.

Piste vere, sfide vere

Per esempio, questi. Piste vere ne esistono ancora. Sfide reali ce ne sono, basta cercarle, individuarle ed avere il coraggio di sostenerle, fino in fondo. E il Mugello resta la sintesi mirabile di impianto moderno, tracciato estremo, terreno di lotta agonistica ragionevolmente sicuro e struttura sostenuta da un soggetto politicamente e strategicamente forte. Fin dai tempi di Cesare Fiorio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Uno spettacolo d’immensa sostanza, da brividi veri e di consistenza emotiva, tecnica e agonistica da far paura.

A prescindere dal dominio Mercedes, chiaro. E adesso non solo abbiamo capito cosa vuol dire avere una Spa all’italiana, ma stiamo realizzando anche quanto e cosa ci siamo persi fino ad ora a dar retta alle suorine barbute con le giarettiere di Prada, quelle che stragodono all’idea di correre a Sochi, quelle che con la scusa di berciare la frase “safety first”, la sicurezza innanzitutto, son disposte a sopportare di sculare perfino in porciletti cunicolari e mai nella vita tornerebbero in posti come Brands Hatch o il Paul Ricard col Mistral integrale e Signes da prendere a tutta. Non so come andranno le cose, non mi sento neanche ottimista oltre che entusiasta, perché magari questa gara del Mugello finirà per essere considerata una pietra di paragone scomoda e imbarazzante per la maggior parte dei tracciati siliconati della F.1, però, cavolo, il sasso è lanciato, il calcio nei cosiddetti ai bonificatori castranti dei Gp è arrivato. E duole, neh.

Stroll che se ne esce a 282 km/h, Russell in prova che tiene giù il piede alla Casanova-Savelli come non ci fosse un domani malgrado sia con mezza macchina sulla ghiaia - niente vie di fuga in asfalto, perdio! -, perché il carico aerodinamico continua a funzionare, quindi no problem. O Hamilton, che come tutti i veri campionissimi, approccia il mostro del Mugello - no relationship con nessun’altro mostro locale, mi riferisco al layout che non fa sconti - con rispetto, cautela e sussiego, tanto che le prime Fp le regala a Bottas e solo dopo, gradualmente, giro dopo giro, comincia to build the speed, come dicono gli anglosassoni, ossia a costruire la velocità, mattone dopo mattone, quasi si trattasse di un edificio grandioso, dal completamento complesso e irto di tranelli.

Esempio da seguire

Tutto questo per dire che il Gran Premio di Toscana va giustamente carezzato quale 1000esima gara iridata Ferrari, ma vanta un sottotesto culturale potente, destrutturante e formidabile. Perché il Mugello è esempio dirompente di come avrebbe dovuto essere la Formula Uno da tanto, se non da sempre, ove un manipolo d’affaristi non l’avesse in gran parte fottuta, rendendola una sciapa girandola internazionale per amanti del paddock club e esperti d’olive & Martini, conti estero su estero, dribblatori di tributi - e non i riferisco alla Tari - e miscredenti dei capisaldi più innamoranti della vera storia dell’automobilismo.

No, il Gran Premio del Mugello è il ritorno nel Tempio e la sconfitta dei mercanti dello stesso. Per tutto ciò il Gran Premio del Mugello per l’appassionato vero, duro e puro rappresenta un che di conciliatorio e liberatorio, financo un bagno di spiritualità tosta, capace di smuovere le acque, di suscitare un dibattito in grado d’andare ben oltre l’attualità.

Ovvero di lanciare segnali utili a definire l’identità di quella che dovrà essere la F.1 dal 1001esimo Gp in poi della Ferrari. La quale magari quest’anno fatica a fare belle figure come Costruttore, però come mera proprietaria di circuito il suo mondialino personalissimo dopo il Gp di Toscana al Mugello l’ha già vinto e mi sa che non glielo potrà togliere proprio nessuno. Non fermiamoci qui, dear Casa del Cavallino, nonché carissima amministrazione del Circuito toscano. Facciamo in modo che questo weekend infuocato, tra pista e Circus, non resti un’avventura isolata, ma diventi qualcosa in più. Magari una storia strutturata, con un dopo. E tanti poi. Un nuovo possibile incontro, anzitutto.

Lo merita il Mugello, lo merita la Toscana, certo. Lo merita la Ferrari, che ci ha creduto e, soprattutto, lo merita la Formula Uno in cerca di una nuova e credibile identità. Perché è di posti come il Mugello che ha bisogno, per tornare a essere disciplina meravigliosamente estrema, pur mantenendosi meraviglia estremamente disciplinata.