Carissimi,

stavolta comincio, con rispetto parlando, tipo San Paolo ai Tessalonicesi, perché ho da dire cose sentite e accorate, dal sincero al confidenziale, fino ad arrivare all’intimo e allo spassionato, senza mai perdere di vista che questo è e resta un sereno nonché sobrio dialogo tra appassionati.

Appassionati veri di Motorsport. Ecco, il punto è proprio questo. Qualcosa è cambiato e sta cambiando ancor più, nel nostro rapporto col mondo delle corse, perché tanti e coincidenti indizi, uniti a prove inconfutabili, mi fanno credere che lo Sport del Motore non solo sia in profonda crisi di identità, ma anche in totale stato di abbandono da parte delle nuove generazioni, siano essi Millennials, Boomers, Gen X, Gen Y and Gen Z.

Non è un (motor)sport per giovani

Poche storie: scrivo e vivo dall’interno Autosprint da quasi trent’anni, da un quarto di secolo m’occupo della rubrica della Posta dei lettori e da tre lustri frequento attivamente i social. Be’, mai come ora posso sottoscrivere e giurare che l’automobilismo da corsa sembra sempre più uno Sport frequentato, bramato e amato soprattutto da over 40 e, meglio ancora, da gente sopra i 50 anni d’età. Diciamo pure mediamente dai cinquanta in su.

Lettere, interventi, attestatati di afflato o clamorosi impeti d’adesione da parte di babies, piedidolci e rookies se ne vedono, leggono e notano pochi, molto pochi, in giro. E sempre meno, in proiezione.

Magari trovi ragazzi molto competenti, dalla cultura motoristica - e non solo motoristica - già affinata, evoluta ben arata nonché in prodigiosa fioritura, ma son casi individuali e per lo più isolati, mai veri focolai d’entusiasmo ampio e fluvialmente condiviso. L’automobilismo da corsa alle nuove generazioni interessa poco, è questa la vera, agghiacciante e terrificante novità.

Gap generazionale

La frattura c’è, la spaccatura fende le generazioni, la ferita brucia. Non a caso, un po’ ovunque, tra Europa e America, i periodici cartecei appaiono in crisi nera, tanti son già passati all on line, al tutto su internet, e a reggere, per l’appunto, a quadrare il cerchio, sono coloro che possono e riescono a dedicare spazio e qualità non solo alle corse di oggi ma alle gare, ai campioni e alle macchine dei tempi che furono.

Il mensile Motorsport in Gran Bretagna (e non solo) sta in piedi dignitosamente rivolgendosi ai nostalgici delle corse anni ruggenti, mentre noi rispondiamo, oltre che con Autosprint che ben si difende, col mensile Autosprint Gold Collection, il quale vanta numeri e riscontri incoraggianti in edicola, potendo contare su una platea di lettori maturi, fidelizzati e, auspicabilmente, in saecula fidelis.

Radici della crisi

Certo, direte, la nostalgia, il culto del passato, l’atteggiamento di sospirante rimpianto per ciò che fu e mai più non sarà, è una costante di tutte le epoche, niente di nuovo sotto il sole. Però anche no. Perché se la gente e in particolare i giovani sono in netta fuga dell’automobilismo da corsa, tra dieci, venti o trent’anni non ci sarà proprio più nessuno a rimpiangere il presente e tantomeno questo periodo. E poi, a ben guardare, la crisi riguarda più le macchine racing che non le moto, visto che le due ruote da corsa mantengono un minimo d’appeal in più, forse perché percepite più estreme, leggibili, immediate, corsare e spettacolari, ma anche loro, come tendenza, non son messe mica da far festa, eh.

Qual è il problema

Poi, se guardate l’automobilismo in sé, i risultati sono generalmente e mediamente deprimenti. Il grande piano globale di rendere la F.1 in Tv uno Sport inesorabilmente a pagamento, sta fallendo miseramente, perché numeri, flussi e adesioni non sono neppure lontanamente vicini a quelli sperati. Peggio ancora, il piano ecclestoniano di radere al suolo tutto il complesso, variegato e pluralista sport automobilistico per creare una nuova F.1, ovvero sorta di superformula planetaria monodimensionale stupidina, danarosa, trionfante, riccastra, incolore, insapore e inodore con pilotini giovani, bellini che parlano tanto e non dicono niente, più Case che pompano oceani di soldi come non ci fosse un domani, be’ ecco, pure questo s’è ammosciato, sgonfiato e sciolto da mo’, come un cornetto Algida nella Valle della Morte.

Le radici del male

Le Case automobilistiche ormai, con l’aria elettrica e infetta che tira, sono quase tutte nei guai tanto da non pensare neanche alla F.1, che ormai è diventata una specie d’esclusivista e iniziatico circolo degli scacchi, con tre o quattro Case coinvolte e mille paure: la sicurezza, la rispettabilità, il perbenino, il politically correct, il contenimento dei costi, il contenimento dei risparmi, il contenimento del sessismo, tutta sorta di contenimenti di ogni, meno l’unico contenimento di cui s’avverte reale urgenza: il contenimento del diametro dei coglioni degli appassionati, sempre più gonfi di fronte a uno spettacolo che in F.1 si ripete demenzialmente salmodiante per quanto riguarda vincitori e vinti ogni due maledette domeniche, da sette stagioni a questa parte e senza alcuna garanzia che smetta di farlo.

I fasti di un tempo

Poi una volta c’era l’endurance a rappresentare lo sfogo degli alternativi, il guilty pleasure dei raffinati, il piacere colpevole di quelli che l’automobilismo da corsa lo gustavano dagli Anni ’60, gli amanti di McQueen a Le Mans, quelli che considerano il celeste e l’arancio dei colori sacri e mica solo della Gulf o del team di John Wyer a inizio Anni’ 70. Però anche le corse di durata non esistono più o quasi, ridevastate dal sogno ibrido, dopo che sembravano miracolosamente rinate. Con un futuro immediato tutto da decifrare, in terapia, ma a naso non bellissimo, no, no no. E la IndyCar, peggio ancora, tra monotelaio, bimotore, aeroscreen e ibrido in arrivo, i tempi dei 50 Costruttori in lizza in tutti gli Anni ’70 e dei cento telai iscritti alla Indy 500 per 33 posti in griglia sono ormai bei sogni.

E in Europa, pure la F.2, tolta qualche colorita, piacevole e interessante eccezione, ormai è una robina per figli di ricchi russi. Di certo, da ragazzi in camera mettevamo il poster di qualcuno per esaltarci un po’.

Icone moderne, scarso appeal

Adesso vorrei proprio vedere il teenager che pianta sul muro il manifesto della Toyota che ormai da anni addormenta la Sarthe, ovvero una gigantografia di Bottas o uno zoom su Mazepin. Ma anche no, dai. E i rally? Quelli tricolori che una volta eccitavano le folle dal basso, adesso smuovono pochino. Quelli mondiali, mille volte peggio ancora. Gare a margherita, regolamenti astrusi, razionalizzazione e bonifica selvaggia hanno ridotto kermesse meravigliose ed epocali avventure in brevi, nervosi e sorvegliatissimi superslalom iridati, con una ventina d’iscritti e diciotto tifosi. Un’altra vergogna, in poche parole. Destinata a oggi a peggiorare, tra ibridi e ulteriori giri di vite.

Cosa resta alla base

Quanto all’automobilismo di base, quello delle salite, degli slalom, dei rally piccoli, delle ronde e dei rallysprint, la recessione economica, gli influssi pandemici e il trend lasciano intendere che c’è ormai poca trippa per gatti e sempre meno ce ne sarà.

E, a un livello superiore, ovviamente l’automobilismo tricolore non può non risentire di tutto ciò e in questo momento, al massimo dell’ottimismo e della voglia di valorizzare chi si sforza per tenere complessivamente in piedi la baracca, si può parlare di medioevo eroicamente sostenibile, ma non certo di fulgido rinascimento in atto, perché adesso, al di là del Covid-19, di resurrezione motoristico-agonistica al mondo proprio non può parlare nessuno.

Soluzioni

E allora? Cosa facciamo? La molliamo qui, così, senza neanche combattere? Neanche per sogno, signori miei. Teniamo duro, combattiamo fino all’ultima pallottola, ci mettiamo l’anima, ma smettiamo contemporaneamente anche di raccontarci delle favole o, peggio ancora, delle crasse panzane. Non è che Autosprint sia brutto o più brutto o meno bello di prima. No, noi siamo uno specchio: riflettiamo ciò che ci sta davanti, senza eccedere in colpe o meriti. E il grande progetto delle corse sciape per stupidi è fallito. Ovvero, l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. Anzi: non è più paziente perché l’appassionato s’è mediamente rotto le palle.

Prendi la F.1. I padroni del vapore e del dollaro hanno devastato il 97% dei circuiti veri per creare delle gimkane per miliardari, hanno imbavagliato tutto il Circus trasformando il dialogo in monologo, gli intelligenti in stupidi, gli uomini piloti in bambini e gli ironici in lapalissiani.

Hanno imposto una F.1 perbenino e perbenista, avida, magnona, stronza, che caccia gli appassionati dalle vicinanze dei paddock, che da vent’anni mette le paratie per impedire ai ragazzini di vedere perfino da lontano, oltre le reti elettrificate, i loro campioni e alla fine tutto s’evolve, coi campioni che restano senza ragazzini, i quali ormai guardano altrove. E la verità shock e che dopo anni, anni e anni di questa sciocca e volgare violenza, i veri appassionati non frequentano più i circuiti, ma, piuttosto, vanno su ebay, amazon o nelle librerie virtuali ad acquistare memorabilia, libri rari, cimeli che profumano di storia e cultura dell’automobilismo, perché in un paddock vero ormai ci trovi solo il deserto, la spocchia e il nulla emotivo, sociale e argomentativo.

Le corse, insomma, da oltre un paio di decenni hanno fatto tutto il possibile per andare a stufo e, riscontri alla mano, ci sono perfettamente riuscite.

Mandando in fuga, dalla morte di Senna in poi - occhio, la fine di Ayrton non è la causa vera, ma solo un ulteriore elemento scatenante e sconfortante - ecco, dicevo, dal 1994 in poi, e in seguito sempre di più, almeno un paio di generazioni di possibili e naturali destinatari di passione, che sono invece divenute inesorabilmente impermeabili e renitenti.

L'ultima provocazione

E per continuare questa che vuole essere un’analisi, un’esortazione ma anche un dialogo a distanza di spazio in un limitato lasso di tempo, vi faccio una domanda: quanti di voi tengono in mano questo numero del giornale perché inesplicabilmente attirati dalle corse di oggi? Di più. Quanti di voi sono entusiasti del Drs, dei rampini di Singapore o delle tribune puntualmente vuote del Bahrain? Quanti di voi adorano i provvedimenti del collegio dei commissari sportivi? Quanti di voi s’arrapano per un impeding, un time penalty ovvero per un unsafe release? Vi gusta l’idea di vedere corse meravigliose in toboga domiciliati in India, Vietnam o Corea? Maddai.

Volete sapere, carissimi, qual è la sporca verità che (quasi) nessuno vi dice? Bazzichiamo ancora qui - e parlo al 99,99% periodico dei presenti - perché siam tutti parte di uno struggente branco di nostalgici romantici e sognatori che continuano a frequentare con un pizzico di disincantata ma pervicace poesia questo sport solo in quanto armati dal rimpianto di ciò che a piene mani di meraviglioso e terribile ci ha dato nei giorni belli, muniti anche della sgamata consapevolezza che poco ora ci sta dando e che nel domani non v’è certezza.

Non smettere di sognare

Per anni, decenni, stagioni intere, abbiamo sfogliato mille o diecimila numeri di Autosprint per cercare la corsa, la macchina e il campione in grado di farci battere il cuore. Le mille curve della Targa Florio, le centosettantasei della Nordschleife del Nurburgring, Fangio, Vaccarella, Siffert, la Porsche 917K, la 908-3 Bicicletta o tante Ferrari, dalla 512S lanciata nella notte di Sebring 1970 con Mario Andretti verso la vittoria, fino alla F2004 di Kaiser Schumacher. Cavolo, quanto tempo è passato ragazzi. Ne abbiamo trovati, di idoli duri e puri, romantici e rugosi, non importa, purché caldi, appassionati e irriducibili. Ebbene, vi dico una cosa. Dopo tutti questi anni, e un’infinita dose di corse e corridori - corridori: che bello quando li si chiamava così -, io vi dico che è giunto il momento di una nuova consapevolezza, è ora di dire e dare per assodate cose un tantino imbarazzanti ma vere, che di solito non vengono scritte, perché fanno scomodo assai. Una su tutte: questo automobilismo è bruttissimo. Fa mediamente schifo. È noiosamente sciatto e buonsensaio. Non vale quasi niente e tantomeno i prezzi coi quali si vorrebbe far pagare. E, quanto al solito discorso delle nostalgie canaglie, attenzione: non siamo alle solite righe o berciate che butta là il vecchio rincoglionito - e mi tratto bene -, per svilire il nuovo: sveglia, stavolta, per la prima volta nella storia, come vi dicevo, sta accadendo esattamente il contrario: sono i giovani, la nuova linfa, gli attesi tifosi in erba, a disertare il nostro Sport. Mancano, mediamente latitano, lo schifano perché trovano d’altro e di meno peggio da fare. Rispetto al Motorsport il quale, pensa un po’ che storia - per la prima volta da quando è nato, ovvero da fine ’800 -, ormai sta in piedi solo grazie ai vecchi. A quelli che non mollano. A coloro che sempre e comunque leggono Autosprint e si mettono davanti alla TV per gustare il più palloso dei Gran Premi sul più sconfortante circuitello per veder vincere la solita Mercedes turboibrida, perché l’Amore è l’Amore, quindi tutto cambia, le pulsioni un po’ s’affievoliscono, ma in fondo si torna sempre nei luoghi, coi nomi e tra i sapori e gli odori che un giorno ci resero felici, per mai più romanticamente abbandonarli. La verità? Riusciamo a sopportare le treccine di Hamilton, le turbe di Vettel e il turbo di Binotto, fondamentalmente perché siamo ancora innamorati di Bandini, Brambilla e Peterson, altroché. Come quelli che dormono con quella sbagliata, pensando a quella giusta e via. Ecco perché in fondo siete, siamo e saremo ancora qui. E spero tanto che analisi, ragionamenti e prese di coscienza del genere arrivino sempre più financo nelle stanze di chi conta per cercare, pensare o immaginare - se la crisi non è irreversibile - rimedi, correttivi cambi di passo e di rotta per fare tornare questo nostro sport del motore a livelli praticabili, davvero godibili e accettabili, quindi lontani e sideralmente sempre più opposti rispetto a questi in atto. E soprattutto per riuscire a trasmettere la sua residua e superstite magia alle nuove generazioni.

Per il resto, il sacro Graal, il patrimonio da amare, il simbolo della passione, di un amore infinito e mai rinnegato, del gusto d’adorare rombi, curvoni, Eau Rouge, Raidillon, Blanchimont, Arnage, il Buonformello o Biassono, ormai non sta più nel nome d’un pilota, d’una macchina o di un marchio. I depositari della fede delle corse, gli ultimi Cavalieri del Rischio, troppo spesso rinnegato e in disuso, i veri templari superstiti di un ordine antico, nobile, dolce e romantico non rispondono al nome di questo o quello, ma coralmente, amabilmente, siete Voi, Amici Lettori. Sappiatelo e sappiamolo tutti: continuiamo a gustare questa favola volendo crederci per sempre, laddove una sperata verità ci aiuta a sopportare un automobilismo che continua a raccontarci, a noi pronti a trasformarla ancora in poesia, la sua ultima bugia.