C’è qualcosa di tempestoso e struggente nella voglia di non arrendersi di Fernando Alonso. L’anno prossimo compirà quarant’anni nel bel mezzo dell’estate, eppure si sta già preparando per tornare della partita in F.1 con la futura Alpine, allenandosi come da regolamento al volante di una Renaut vecchia di due anni. Prima in un filming day a Barcellona e poi, roba dei giorni scorsi, anche a Sakhir, dove ha percorso praticamente un Gran Premio e mezzo, sentendo un po’ di male al collo, ma avvertendo vivificanti stimoli alle surrenali, con tanto di scariche d’endorfina. In altre parole, questo già gode come un riccio, al pensiero di rituffarsi nel bel mezzo dei Gran Premi.

A cercare di dire la sua a vent’anni esatti dal debutto in F.1 con la Minardi e a quindici primavere dal secondo e ultimo titolo conquistato al volante della Renault nel ciclo Briatore. Nel frattempo, facendo tutto questo, l’immarcescibile Matador incarna insieme all’altro quarantenne in servizio effettivo permanente, Kimi Raikkonen, classe 1979, il senato romantico della F.1, gli ultimi testimoni d’un’epoca che non c’è più, quelli che nella vita si sono giocati almeno un titolo con Michael Schumacher, perdendolo o vincendolo, poco importa.

E stavolta lo spagnolo non sta sfilando alla 24 Ore di Le Mans, alla 500 Miglia di Indianapolis o alla Dakar, dove l’esotismo, l’avventura e il fascino diventavano nebbiolina romantica tale da consentirgli o perdonargli di tutto, viaggiando nel sogno della Tripla Corona ma anche nella terra incognita e coraggiosa di un moderno Ulisse dantesco che in carriera vuole scoprire, conoscere e vincere di tutto.

No, stavolta la faccenda si pone in termini ansiogenamente diversi, perché la F.1 2021 non gli perdonerà né sconterà proprio niente, neppure all’interno della squadra neo-Alpine. In fondo Daniel Ricciardo gli lascia un team ritrovato, senz’altro in grado di partorire una monoposto competitiva, da prime tre-quattro file, e al suo fianco avrà un ragazzo veloce, determinato e pericoloso come Esteban Ocon, un po’ bastonato da Ricciardo medesimo, a oggi, ma anche vittima quasi esclusiva e anomala della scarsa affidabilità della monoposto 2020.

E quindi, come minimo, letteralmente inferocito e decisissimo a sfruttare le possibilità del rilancio, avendo come compagno di squadra una leggenda della F.1, appunto, quale Fernando da mo’ è.

Primo passo

Sia chiaro, le festa è finita: Alonso adesso sta cominciando a preparare la stagione 2021 che a vederla con mesi d’anticipo pare un che di romantico e simpatico, ma in realtà siamo - e lui stesso è - ai primi step di un passaggio difficile, presumibilmente devastante e, col 50% delle probabilità, se non più, addirittura terminale per la sua carriera nei Gran Premi. Vuoi per l’età, per la difficoltà della sfida e pure per la forza stordente degli avversari, ovviamente Mercedes su tutti.

Comunque vada, quindi, siamo agli hurrà di commiato di una vicenda sportiva alonsianamente stupenda, anche se troppo spesso umanamente accompagnata da personalismi, individualismi gratuiti, spirito iperpolemico e poco senso della squadra e troppo culto dell’ego, ma cosa vuoi farci. Campioni e campionissimi son fatti così, restano copernicani, mica kepleriani: si sentono psico-esistenzialmente soli e dei soli al centro dell’universo conosciuto, oppure pianeti di tutto ciò che sta attorno, relegato al ruolo di satellite, mica viceversa, poche storie. Però ci sono anche cose belle, a far da proemio e antipasto a questo ritorno di Matador.

La carica dei 40enni

Punto primo, pensate un po’, Michael Schumacher, Kimi Raikkonen e Fernando Alonso, ovvero i primi tre campioni del nuovo e terzo millennio, rispettivamente e complessivamente iridati dal 2000 al 2007, condividono tutti assieme il dolce comune atto di continuare a correre in F.1 pur avendo superato i quarant’anni d’età.

E questo è un che di assolutamente meraviglioso, perché unifica e rende uguale merito a tre personaggi così diversi ma nello stesso tempo unanimi nel provare un amore per la F.1 e per l’automobilismo da corsa tale da farli restare agganciati a gare, circuiti e monoposto del giro iridato anche a un’età in cui sarebbe più lecito cominciare a pensare ai prossimi nodi e nuclei esistenziali di un uomo, viste anche le torrenziali ricchezze di ciascuno accumulate in servizio. In altre parole, lo stesso ritorno d’Alonso, la sua comunanza nel club dei quaranta con gli altri due, e per certi versi lo stesso futuro 36enne Lewis Hamilton - che se ne guarda bene, almeno per ora, dal pensare a smettere d’essere Hammer -, danno già l’idea complessiva di un coacervo di supercampioni non solo stellari nelle prestazioni, cannibali nella quantità e nella qualità delle vittorie, chi più, chi meno, ma anche così uomini di Sport da dedicare tutta la vita alle corse. Dagli anni da bambini, quelli dei primissimi approcci in kart, fino a quelli della splendida maturità.

Con un’altra cosa stupendamente in comune: quella d’essere originari tutti quanti di famiglie umili e comunque non ricche, a colorare di caldo e dolce delle favole già di per sé incredibili e bellissime. In altre parole, all’interno di una F.1 molto spesso asettica, sciapetta, denuclearizzata, bonificata e agonisticamente noiosa, a rendere vivo l’interesse e desta l’attenzione, c’è questo incendiato tramonto generazionale che da anni arrossa il cielo dei Gran Premi, regalando qualche piccola emozione in più, nonché lacrimucce qua e là, a latere.

E poi c’è lui e solo lui, in questa che è una sfida spietata, mica solo una passerella d’onore: Fernando Alonso. Dallo sguardo cattivo, dalla voglia di tornare ossuto e irsuto, aggressivo, pungente più coi fatti che con le parole, perché ormai la dialettica, il senso della battuta, la sagacia e il sarcasmo non lo porteranno più da nessuna parte. Ci vuole di dare del gas. Punto. Il resto son cavolate, fuffa, wrestling per sfigati. Già, una parola. Pare facile.

Questione velocità

Quanto piede ha ancora Fernando Alonso? Quanta rabbia capace o, se preferite, quanta capacità rabbiosa, gli resta ancora dentro e addosso, al di là del cinema, delle scene, dei proclami e della voglia di fermare il tempo? Questo è il punto. Qui siamo al centro della questione che duole, fa male e eccita allo stesso tempo, con la monoposto che sembra diventata una mistress e il circuito una dark room per misurarsi in piaceri estremi, pericolosi e anche un tantino proibiti. I modelli, gli esempi e anche i moniti, entusiasmanti o malinconici, non mancano.

Quando Mike Hailwood, rispettivamente a 38 e 39 anni d’età, visse vincendo nel 1978-1979 i suoi due ultimi anni da centauro al Tourist Trophy dell’Isola di Man, i britannici scrissero che ci trovavamo di fronte al più grande ritorno nella storia dell’umanità, dopo quello di Gesù Cristo il giorno di Pasqua.

Quando Niki Lauda batté di mezzo punto Alain Prost, compagno di squadra in McLaren, vincendo il mondiale 1984 all’Estoril, a cinque anni dal suo primo ritiro dalle corse, si disse che la storia s’era arricchita di una pagina particolare e indimenticabile.

Ma, oltre questo, ci sono solo storie strane, diverse, difficili e un po’ tristi di piloti ma anche di atleti tignosi e ritornanti che vivono una parte finale della loro vicenda agonistica alla ricerca di un amore che non c’è più bello contraccambiato, d’un calore di fiamma svanita, di una magia già andata. Quale sarà il binario, la tratta ferrata non più modificabile, in cui s’incanalerà fermando Alonso? E non fermiamoci qui, con domande e considerazioni, perché in realtà c’è molto di più.

Davvero, a oggi, lo spagnolo ha davanti a sé solo questa duplice e non ampliabile possibilità, ovvero v’è comunque qualcosa di altro, di caldo e di premiante comunque ad accoglierlo?

Datemi ascolto, allora, perché voglio trovarlo, il senso di tutto, il significato bello, l’inserto strappacuore e garantito, affondando per un attimo il sentimento nel suo finale di corsa di Canada 2017, ai tempi del purgatorio McLaren-Honda e di Gp2 engine, al momento di uno dei ritiri in corsa più belli nell’intera storia dell’automobilismo da corsa.

Perché, sei sei appassionato vero e hai un’anima, a volte anche l’abbandono fumante di una gara può essere più bello di una vittoria. E allora, nel gesto umanissimo di Fernando che stoppa la macchina in quel pomeriggio di Montrèal, si disancora dalle cinture e va ad abbracciare la gente in tribuna c’è tanto, se non tutto, del valore aggiunto di questo campione.

Senso di passione condivisa, gesto di fraternità del Motorsport che rompe gli argini di una F.1 troppo spesso distante, blindata e elettrificata financo nelle barriere e non solo nei motori, a creare una distanza, un senso di impossibile realtà condivisa.

Un simbolo

Ebbene, Fernando Alonso davanti a sé, nel 2021, ha anche una stagione e un futuro dalla bellezza simbolica quanto importante. Perché potrà continuare ad essere un nuovo Michael Vaillant delle corse, un personaggio financo piacione e a tratti paraculo, ma in ogni caso capace del gesto fuori dal coro, dell’assolo e della stecca, di impeti stupendi e solo suoi, della concretizzazione di idee che altri non hanno.

Frugando in un amore interiore per il Motorsport che lo rende speciale, potendo scodellare conigli dal cilindro, anzi, da sei cilindri a V, al di là delle residue capacità che gli restano in corpo. Forza, allora, Fernando, perché la verità per chi ha sentimento addosso e non solo voglia di cronometri e sentenze, dice che uno come te l’anno prossimo avrà anche un compito aggiuntivo e meraviglioso: quello di trovare il modo di farci reinnamorare ancora del nostro Sport, pescando tra la tua vocazione allo show e anche nell’empatia che possiedi con chi le corse le adora davvero, guardandole da casa.

Non a caso il nostro è uno Sport che ha tanto bisogno di quarantenni come te e Kimi per lanciare messaggi intensi, creativi e capaci di frugare nelle nostre anime. Dunque potrai fare qualcosa di buono per l’Alpine, certo che sì, dovrai dare il meglio per onorare il tuo contratto, ma, comunque vada, nel frattempo, sappi che hai anche il compito, la responsabilità e l’onore di continuare a essere te stesso per convincere o illudere tutti noi che la F.1, le corse, i suoi campionissimi e i momenti che in tanti anni abbiamo vissuto insieme, non sono solo episodi di epoche archiviabili, ma poetici bagliori d’eternità vulnerabile, che però mai s’arrende e perennemente sorprende.

Caro Alonso, hai l’ultima possibilità di cercare la magia d’uno stato di grazia svanito ma ancora agognato. E se Marco Mengoni canta che siamo tutti Muhammad Ali, l’anno prossimo, per un attimo o una vita, saremo tutti Fernando Alonso Diaz. Hasta la Formula Uno siempre, Fernando.